Ieri è stata un’altra delle giornate in cui la realtà si prende la sua rivincita sul magico mondo delle promesse elettorali. Il governo Meloni non può avere altro obiettivo che tenere i conti in ordine, ma questo significa mettere tra parentesi il populismo e misurarsi con i parametri del rigore, tanto più fastidiosi per un paese super-indebitato. La vecchia maschera è caduta ed è persino un bene: una scelta diversa, un tentativo di restare coerenti con il messaggio precedente le elezioni del settembre ’22, sarebbe stato disastroso e ci avrebbe messo ai margini dell’Europa. S’intende, tutto ha un prezzo. A cominciare dalle contraddizioni su cui l’opposizione ha finalmente agio di indirizzare le sue frecce.
Il leghista Salvini, a tale proposito, è un po’ il San Sebastiano della situazione. H…
Ieri è stata un’altra delle giornate in cui la realtà si prende la sua rivincita sul magico mondo delle promesse elettorali. Il governo Meloni non può avere altro obiettivo che tenere i conti in ordine, ma questo significa mettere tra parentesi il populismo e misurarsi con i parametri del rigore, tanto più fastidiosi per un paese super-indebitato. La vecchia maschera è caduta ed è persino un bene: una scelta diversa, un tentativo di restare coerenti con il messaggio precedente le elezioni del settembre ’22, sarebbe stato disastroso e ci avrebbe messo ai margini dell’Europa. S’intende, tutto ha un prezzo. A cominciare dalle contraddizioni su cui l’opposizione ha finalmente agio di indirizzare le sue frecce.
Il leghista Salvini, a tale proposito, è un po’ il San Sebastiano della situazione. Ha fatto il populista oltre il limite di guardia, quando era già cominciata la conversione del centrodestra al realismo. Non è riuscito a dare la sua impronta alla manovra e in più ha dovuto abbandonare i suoi cavalli di battaglia. Uno su tutti: un sistema pensionistico che fosse l’antitesi del piano Fornero contro cui ha condotto tutte le sue campagne. Il risultato è quello che si vede, segno che anche nel campo della demagogia occorre conoscere le regole del gioco, se non si vuole bruciarsi le dita. Del resto, anche le elezioni a Trento e Bolzano non sono andate granché bene per la lista della Lega. E se nella provincia trentina il presidente Fugatti è stato confermato, l’esito va attribuito al lavoro da lui svolto durante il primo mandato anziché alle visite elettorali di Salvini.
Ora bisogna vedere se il leader leghista saprà imboccare anche lui il sentiero della realtà ovvero resterà prigioniero del suo personaggio di qui alle elezioni europee, preferendo la compagnia dei tedeschi di Alternative o dei francesi di Marine Le Pen, anziché maturare una sua visione dell’Italia nell’Unione. C’è da credere che la premier non agevolerà il percorso dell’alleato-rivale. Del resto, fino a oggi la presenza della Lega nel governo è stata ambivalente: nel complesso costruttiva per quanto riguarda i ministri, inutilmente urticante e polemica quando si tratta delle iniziative saltuarie del capo. Per certi aspetti, si può capirlo. Salvini ha pochi mesi davanti a sé per difendersi da Giorgia Meloni e spuntare un buon risultato nelle urne. Altrimenti dovrà accettare una condizione nella maggioranza che sarà tipica del subordinato.
Ecco perché il rapporto con la Lega non può essere sottovalutato quando si vuole misurare la salute dell’esecutivo. A maggior ragione il discorso vale se applicato a Forza Italia. Qui la tensione con Palazzo Chigi è evidente e si arriva al punto che alcuni esponenti di primo piano di FdI hanno adombrato tra le righe (in realtà negando l’eventualità, ma quasi in un gioco di parole) un trattamento punitivo verso le aziende dell’arcipelago berlusconiano. Vedremo. Certo, c’è un interrogativo che riguarda la lealtà dei partner di governo: dove andrebbero Lega e Forza Italia se in un momento di frustrazione decidessero di rompere la coalizione? Finirebbero in un vicolo cieco.
Nella migliore delle ipotesi aprirebbero la porta a un nuovo esecutivo “tecnico”. Nella peggiore sarebbero ritenuti responsabili di aver provocato le elezioni anticipate in uno scenario internazionale senza dubbio drammatico. Tutto può accadere, è ovvio. Ma la prospettiva più logica è che tutti si mettano a remare nella stessa direzione almeno fino alle europee. La Lega lo farà, sia pure a modo suo. Forza Italia appare invece priva di un saldo baricentro, specie se dovesse emergere che la famiglia Berlusconi è interessata a un più diretto coinvolgimento nelle scelte politiche.