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La guerra a Gaza e il caso Zerocalcare: se si confondono i popoli con i governi

Tel Aviv, 28 ottobre: una manifestazione per chiedere la liberazione degli ostaggi nelle mani di Hamas

 (afp)

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C’è differenza fra “i palestinesi” e Hamas. C’è differenza fra la giovane Sara e Netanyahu. C’è differenza fra Narges Mohammadi, Nobel dietro le sbarre, e l’Iran che la tiene prigioniera. C’è differenza
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«Ma come fate a non prenderle queste Br, in un Paese così piccolo? Perché non mettete un blocco alle frontiere, perché non fate controlli in tutte le case? Se non le trovate è perché non le cercate». Alla fine degli anni Settanta ho passato un anno in America, studiavo al liceo ed ero ospite di una famiglia in un paese del New Jersey, a pochi chilometri da New York City. Artista lei, docente lui, progressisti, tre figli. È così piccola l’Italia, mi dicevano la sera a cena. Come mai non li prendete, i terroristi.

Era così stupida, l’osservazione, che mi è rimasto per anni il pregiudizio che gli americani — la classe media, anche istruita, persino democratica — fossero una massa di sempliciotti con un’idea di mondo volumetrica da cui era bandita ogni complessità.

L’affermazione che se non “li trovavamo” è perché non volevamo cercarli, che dunque in fondo eravamo collusi se non complici mi offendeva moltissimo: anche se ero molto giovane, quando hanno rapito Moro io stavo con lo Stato, n…

«Ma come fate a non prenderle queste Br, in un Paese così piccolo? Perché non mettete un blocco alle frontiere, perché non fate controlli in tutte le case? Se non le trovate è perché non le cercate». Alla fine degli anni Settanta ho passato un anno in America, studiavo al liceo ed ero ospite di una famiglia in un paese del New Jersey, a pochi chilometri da New York City. Artista lei, docente lui, progressisti, tre figli. È così piccola l’Italia, mi dicevano la sera a cena. Come mai non li prendete, i terroristi.

Era così stupida, l’osservazione, che mi è rimasto per anni il pregiudizio che gli americani — la classe media, anche istruita, persino democratica — fossero una massa di sempliciotti con un’idea di mondo volumetrica da cui era bandita ogni complessità.

L’affermazione che se non “li trovavamo” è perché non volevamo cercarli, che dunque in fondo eravamo collusi se non complici mi offendeva moltissimo: anche se ero molto giovane, quando hanno rapito Moro io stavo con lo Stato, non con le Br. Mai avuto un dubbio di equidistanza, un’esitazione adolescente. Mai una tentazione di né né. Alcuni sequestravano, sparavano, altri morivano.

Anche la Striscia di Gaza è molto piccola, nella misurazione per volume. Moltissimo più piccola dell’Italia intera: se la sovrapponi alla provincia di Milano va da Gorgonzola ad Abbiategrasso. E quindi come mai non li trovano, i palestinesi, questi terroristi, sento dire sottotraccia nei discorsi persino degli intellettuali.

Non sarà che sono tutti complici, collusi? Tutta la popolazione, in fondo, no? Un po’ come gli italiani e le Br, fatte le proporzioni geografiche e storiche. Con la variante bellica, però. Qui la soluzione che si prospetta è chiudere i confini e radere al suolo. Ripenso tanto alla mia stupidissima famiglia americana, in questi giorni.

Vorrei dire di Zerocalcare che non va al Lucca Comics perché la manifestazione ha il patrocinio dello Stato di Israele: lo farò, ma ancora un momento. Ancora un aneddoto personale, che poi è dalle nostre vite che ci facciamo la nostra idea di mondo.

Ho un figlio ventenne che vive agli antipodi, la sua amica Sara è una ferma oppositrice di Netanyahu e tuttavia l’accusano, nelle conversazioni fra coetanei la sera, di rappresentare il governo israeliano. Le fanno la colpa di essere “una di loro”. «Un po’ come se a te, all’estero, ti accusassero di essere responsabile delle politiche di Salvini», commentava mio figlio. Molto personale, ma un’efficace spiegazione della differenza che corre tra popoli, persone e governi.

È nei popoli che si può ancora riporre la speranza. Nelle persone. Nelle ragazze iraniane che si tolgono il velo e vengono uccise per averlo fatto, nella premio Nobel per la Pace tuttora in carcere e in chi (anche) nel suo nome combatte rischiando la vita contro una dittatura sanguinaria. Nelle opposizioni ai governi di destra che manifestano, come è accaduto spesso e molto forte in Israele, contro politiche in cui non si riconoscono. Nelle popolazioni civili dei Paesi presi in ostaggio dai terroristi che si servono di loro.

C’è differenza fra “i palestinesi” e Hamas. C’è differenza fra la giovane Sara e Netanyahu. C’è differenza fra Narges Mohammadi, Nobel dietro le sbarre, e la polizia morale del governo del Paese in cui vive e che la tiene prigioniera. C’è differenza.

Quando Edith Bruck, 92, ebrea ungherese sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti, dice «finché non ci sarà la soluzione dei due Stati per due popoli non sarà risolto niente» dice qualcosa di incontrovertibile: è evidente che l’origine di tutto sia quella.

Non è molto diverso da quel che ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, il suo discorso integrale è disponibile in rete, leggetelo. Nulla può giustificare gli spaventosi attacchi di Hamas, ha detto, ma questi terribili attacchi non possono giustificare la punizione collettiva del popolo palestinese.

C’è una ragione storica, antica, se le cose stanno come stanno. Due popoli due Stati. È questo il pezzo mancante. Utilizzare i tentativi di ragionare sui fatti per reclutare chiunque, per una parola detta o non detta, nell’uno o nell’altro esercito è una forma di coscrizione obbligatoria dell’umanità intera alla quale ci dobbiamo sottrarre.

O vogliamo forse pensare che un’ebrea sopravvissuta ai campi di sterminio, un diplomatico portoghese alto ufficiale delle Nazioni Unite siano fiancheggiatori dei terroristi che decapitano bambini? La ragione, prima di tutto la ragione.

Certo che gli slogan antisemiti alle manifestazioni studentesche sono raccapriccianti. Certo che ai ragazzini che parlano per sentito dire bisognerebbe insegnare a studiare. Certo che la sinistra timida nella condanna del terrorismo è imbarazzante quanto desolante, vergognosa è l’astensione dell’Italia al voto della risoluzione Onu per una tregua.

Perché mancava la parola Hamas? Perché non era abbastanza chiaro, nella richiesta di tregua — non sterminare, non uccidere, non rispondere con orrore ad orrore — che l’obiettivo, oggi, non è dire chi ha ragione e chi ha torto ma fermarsi, evitare una guerra mondiale?

Le ragioni, i torti. Ho letto con molta attenzione quello che scrive Zerocalcare. Non sarà a Lucca, dice, perché il patrocinio dell’ambasciata israeliana per lui “rappresenta un problema”. Mentre muoiono civili, “a Gaza sono incastrate due milioni di persone che non sanno se saranno vive il giorno dopo”, mentre le Nazioni Unite chiedono un cessate il fuoco “sprezzantemente rifiutato”.

Anche qui: si può leggere il testo integrale. È breve. A me sembra che sia l’ambasciata, dunque il governo di Israele — questo governo — l’oggetto del suo avvertire “un problema”. Senz’altro non il popolo di Israele, non gli illustratori israeliani Asaf e Tomer Hanuka “che spero riusciranno ad esserci e spero si sentiranno a casa”, “come spero che un giorno possano esserci anche fumettisti palestinesi che al momento non possono lasciare il loro Paese”.

Non trovo, nel testo, nessun riferimento ad Hamas. Nessuna ambiguità né indulgenza verso i terroristi. “Non ho mai pensato che i popoli e gli individui coincidessero con i loro governi”, c’è invece scritto. Vale per tutti i popoli e per tutti i governi, persino per il nostro.

Non conosco abbastanza Zerocalcare per interpretare il suo pensiero, mi limito a considerare le sue parole. Chiudere la Striscia e sterminare tutti, considerare ogni israeliano al mondo un soldato di Netanyahu (dunque, eventualmente, un nemico): questo sì è davvero molto stupido, tanto stupido e ottuso da essere il più grande dei pericoli, oggi, per l’umanità intera in bilico sul baratro. Le persone, la ragione, il sapere e il dubbio quindi l’umanità. Possiamo contare solo su questo.

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