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Morta Armita Garawand. Gli attivisti iraniani: “Era stata picchiata dalla polizia per aver violato leggi sul velo”. Ma il governo nega

Morta Armita Garawand. Gli attivisti iraniani: “Era stata picchiata dalla polizia per aver violato leggi sul velo”. Ma il governo nega
(ansa)

La diciassettenne era in coma da 28 giorni, uscita malconcia da un vagone della metro di Teheran

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BEIRUT – Qualche giorno fa sul suo profilo Instagram era comparsa una scritta – “Anche la notte più buia finirà e il sole tornerà a splendere” – e tutti avevano sperato che Armita Garawand potesse ancora farcela. Invece no. E’ morta dopo 28 giorni di coma, aveva 17 anni. E’ morta come Mahsa Amini, ma non era Mahsa Amini, la 22enne religiosa arrestata perché aveva lasciato una ciocca di capelli fuori dal velo, arrestata e morta dopo 2 giorni. Armita era determinata a non subire l’oppressione. Le ultime immagini di lei in vita la riprendono mentre con uno spolverino lungo, i capelli corti e il piercing sulle labbra entra nella metro di Teheran per andare a scuola. Come una intera generazione di sue coetanee, con il capo scoperto, senza velo, senza nemmeno quelle sciarpe appoggiate sulle spalle che molte ragazze tengono a Teheran per tirarle su in fretta a coprire i capelli nel caso si imbattano nelle guardie della polizia morale.

Dal vagone della metropolitana, Armita è uscita distesa, immobile, trascinata di peso dalle amiche. Quel che è successo all’interno, non lo sapremo forse mai, perché la polizia ha diffuso le immagini solo del prima e del dopo. I testimoni, i parenti, le amiche sono state costrette al silenzio. L’unica giornalista di Shargh che ha provato ad avvicinarsi all’ospedale per avere notizie è stata arrestata. Le versioni come sempre divergono. I resoconti raccolti da media indipendenti e basati all’estero ma con una buona rete di fonti in Iran, come Iranwire, parlano di una aggressione subita da parte dalla sicurezza interna alla metro. Trauma cerebrale, coma. Già lo scorso 22 ottobre i medici avevano parlato di “morte cerebrale”.

Il governo sostiene invece che Armita sia caduta a terra per un calo di pressione. Il Guardian è riuscito a parlare con due testimoni che erano nella carrozza della metro. Una donna col chador aveva cominciato a discutere con Armita perchè non indossava il velo. "Le urlò contro chiedendole perché non fosse coperta", riferisce il Guardian. "Armita allora le disse: 'Ti chiedo di toglierti il velo? Perché mi chiedi di indossarne uno?'". La donna l’ha spinta a terra. Armita probabilmente ha sbattuto la testa. Un racconto opposto a quello fornito dai media ufficiali. La madre della ragazza, Shahin Ahmadi, è comparsa in tv sostenendo che la figlia avesse avuto un calo della pressione sanguigna. Testimonianza estorta, secondo gli attivisti. Il giornale riformista Ham Mihan ha chiesto al governo di permettere “ai media indipendenti di indagare” sulla vicenda per “convincere l’opinione pubblica”. Non accadrà.

Quando è morta Mahsa Amini ancora c’era qualche spazio di libertà per i reporter iraniani. Ma l’anno di repressione brutale, con oltre 500 morti e più di 70 giornalisti arrestati, ha cambiato le cose. Niloufar Hamedi e Elahé Mohammadi, le due giornaliste che per prime raccontarono la morte e il funerale di Mahsa Amini, con le prime porteste, sono in carcere da un anno e sono state condannate a una pena complessiva, insieme, di 25 anni, accusate di aver collaborato “con una potenza ostile, l’America”. Per aver fatto informazione. Non era passata nemmeno una settimana dal 1 ottobre che il ministro dell’interno iraniano Ahmad Vahidi aveva già spiegato quale sarebbe stata la posizione del governo: non c’è nulla sui cui indagare, è tutto chiaro. “I nemici vogliono sobillare proteste nel Paese”.

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