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Un’Europa piccola e vecchia

Un gruppo di anziani a Torino

 
L’invecchiamento della popolazione è sempre più destinato a mettere in crisi la sostenibilità dei sistemi nazionali di welfare
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La ripresa del confitto israelo-palestinese a seguito degli attentati di Hamas del 7 ottobre hanno confinato in un cono d’ombra una comunicazione pubblicata qualche giorno fa dalla Commissione europea sui rischi e sulle sfide della transizione demografica in Europa. Eppure il documento evidenzia alcuni dati preoccupanti sulla evoluzione della popolazione in Europa e le possibili conseguenze sulle economie dei 27 Paesi europei. E’ documento che avrebbe meritato più attenzione.

Il primo dato riguarda l’evoluzione della popolazione totale. Cresciuta dai 354, milioni del 1960 ai 446,8 del 2022, ma a ritmi sensibilmente più ridotti negli ultimi dieci anni, la popolazione europea è destinata a stabilizzarsi nel 2029, per poi iniziare a ridursi progressivamente a partire da quell’anno. Con l’avvertenza che numerosi Paesi europei (Bulgaria, Grecia, Croazia, Italia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia e Romania) stanno già oggi sperimentando un declino delle loro popolazioni.

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La ripresa del confitto israelo-palestinese a seguito degli attentati di Hamas del 7 ottobre hanno confinato in un cono d’ombra una comunicazione pubblicata qualche giorno fa dalla Commissione europea sui rischi e sulle sfide della transizione demografica in Europa. Eppure il documento evidenzia alcuni dati preoccupanti sulla evoluzione della popolazione in Europa e le possibili conseguenze sulle economie dei 27 Paesi europei. E’ documento che avrebbe meritato più attenzione.

Il primo dato riguarda l’evoluzione della popolazione totale. Cresciuta dai 354, milioni del 1960 ai 446,8 del 2022, ma a ritmi sensibilmente più ridotti negli ultimi dieci anni, la popolazione europea è destinata a stabilizzarsi nel 2029, per poi iniziare a ridursi progressivamente a partire da quell’anno. Con l’avvertenza che numerosi Paesi europei (Bulgaria, Grecia, Croazia, Italia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia e Romania) stanno già oggi sperimentando un declino delle loro popolazioni.

Collegato a questa tendenza vi è poi il dato relativo all’evoluzione della quota della popolazione europea sul totale della popolazione mondiale. Rispetto ad una popolazione mondiale, calcolata nel novembre del 2022 attorno agli 8 miliardi, la quota della popolazione europea è scesa al 6%, dal 12% del 1960, ma è destinata a ridursi ulteriormente al 4% nel 2070, a differenza di Asia e Africa che crescono. Altri fenomeni evidenziati dal Rapporto meritano ugualmente attenzione. Ad esempio il tasso medio di fertilità, che in Europa nel 2020 era di 1.5 nuovi nati per donna, ben al di sotto del 2.1 necessario per mantenere una popolazione stabile al netto del numero degli immigrati. Benessere e miglioramento delle condizioni di vita hanno poi prodotto un aumento progressivo dell’aspettativa di vita con una riduzione parallela della quota dei giovani fra i 15 e i 29 anni sul totale della popolazione europea, che si è ridotta dal 18,1 del 2011 al 16,3 nel 2021. La popolazione attiva complessiva nei Paesi europei a sua volta è passata dai 269 milioni di persone nel 2012 ai 264 milioni nel 2021.

Oltre a vari dati e tendenze, il documento indica anche alcune conseguenze di questa evoluzione della demografia coniugate come effetti sulla competitività delle economie, e ricadute sulla composizione delle società europee. Viene sottolineato che l’invecchiamento della popolazione europea è sempre più destinato a mettere in crisi la sostenibilità dei sistemi nazionali di welfare e ad aumentare i costi complessivi a carico dei bilanci nazionali per sanità e pensioni. Analoga attenzione è dedicata all’impatto delle tendenze demografiche sui mercati del lavoro, con la conferma della riduzione progressiva delle forza lavoro occupabile, del “gender gap” (con un 78,5 % di occupati fra gli uomini in età lavorativa contro il 68,8% fra le donne), con tassi di disoccupazione eccessivamente alti nella popolazione giovanile.

Il rapporto ci ricorda un dato sorprendente (ma non troppo) che nella ricca Europa nel 2021 95,4 milioni di persone, pari al 21,7% della popolazione totale europea, è ancora a rischio di povertà ed esclusione sociale.

Si osserverà che i dati evidenziati nel rapporto della Commissione erano in parte noti. Che l’analisi si riferisce ai 27 Paesi membri come un unico aggregato. E che si tratta di fenomeni per certi aspetti irreversibili e difficilmente contrastabili. Ma il tema che si pone per Governi e istituzioni europee é piuttosto quello di come mitigare gli effetti di questa transizione demografica se non per contrastarla almeno per garantirne sostenibilità economica e sociale. Le risposte possibili sono in parte già note. Ad esempio organizzando una gestione ordinata dei flussi migratori in grado contrastare la riduzione della popolazione attiva e corrispondere alle esigenze dei mercati europei del lavoro. Adottando riforme dei sistemi nazionali di welfare tali da garantirne la sostenibilità. Investendo in educazione, formazione e ricerca per promuovere conoscenze e competenze. Purtroppo sono sfide di medio lungo termine, che possono apparire distanti e remote in un dibattito politico tutto concentrato sul breve termine. Ma che invece dovrebbero ispirare le scelte dei Governi europei se si vorrà evitare per l’Europa un destino di progressiva perdita di competitività e centralità. Ed è perfino superfluo aggiungere che sono sfide particolarmente rilevanti per un Paese come l’Italia che più di altri in Europa sembra essere colpito da queste linee di tendenza della demografia.

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