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La democrazia dell’ignoranza

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Ogni distinzione è un inciampo nell’era della semplificazione, nell’autostrada del pensiero binario
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Chiamano dalle redazioni dei programmi tv - spesso sono i più giovani fra i collaboratori, ragazzi con voci timide, eseguono compiti senza divergere, hanno contratti precari – e ti chiedono da che parte stai. In che senso? Con Israele o con la Palestina, mi scusi ma il suo ultimo scritto era un po’ complesso e mi hanno chiesto di domandarle un chiarimento. “Sa, stiamo costruendo il panel del dibattito”. Il panel del dibattito prevede lo scontro, perché lo scontro fa ascolti (la gente da casa ama la rissa, rifugge il ragionamento, quando la cosa si fa lunga cambia canale. Questo te lo spiegano subito se lavori in tv: devi semplificare, velocizzare). Gli ascolti fanno pubblicità che vuol dire soldi, profitto per l’editore e stipendi per i lavoratori dunque il panel si “costruisce” come una specie di battaglia navale, si fanno le squadre: due di qua, due di là e vediamo se si prendono a botte. Speriamo che lo facciano.

Ci sono lavagne alle pareti con le liste di nomi, sui tavoli i …

Chiamano dalle redazioni dei programmi tv - spesso sono i più giovani fra i collaboratori, ragazzi con voci timide, eseguono compiti senza divergere, hanno contratti precari – e ti chiedono da che parte stai. In che senso? Con Israele o con la Palestina, mi scusi ma il suo ultimo scritto era un po’ complesso e mi hanno chiesto di domandarle un chiarimento. “Sa, stiamo costruendo il panel del dibattito”. Il panel del dibattito prevede lo scontro, perché lo scontro fa ascolti (la gente da casa ama la rissa, rifugge il ragionamento, quando la cosa si fa lunga cambia canale. Questo te lo spiegano subito se lavori in tv: devi semplificare, velocizzare). Gli ascolti fanno pubblicità che vuol dire soldi, profitto per l’editore e stipendi per i lavoratori dunque il panel si “costruisce” come una specie di battaglia navale, si fanno le squadre: due di qua, due di là e vediamo se si prendono a botte. Speriamo che lo facciano.

Ci sono lavagne alle pareti con le liste di nomi, sui tavoli i quadernetti di ciascuno. Ci sono due elenchi. Ovunque, per qualunque argomento è così. Nelle redazioni dei giornali, nelle case di chi discute da casa, in qualche sofisticato caso solo nella mente di chi sa. Qualcuno, difatti, ha buona cultura e buona memoria e non ha bisogno di segnare in due liste verticali – li sa a mente - i disertori e i soldati da divano, i pacifisti e i guerrafondai, gli equidistanti e gli equivicini, gli ebrei e i musulmani. Quest’ultima distinzione poi è proprio facilissima, è un’evidenza quasi plastica, certamente biografica e siccome la biografia ti definisce – no? - non c’è bisogno di chiedere da che parte stai: è ovvio che parteggerai per gli uni o per gli altri a seconda della stirpe dei tuoi trisavoli e pazienza per il libero pensiero, per l’arbitrio e la coscienza individuale, pazienza per la distinzione fra popoli, persone, governi. Ogni distinzione è un inciampo. Nell’autostrada del pensiero binario ogni distinzione è un sentiero di montagna da evitare.

Intendiamoci. Mi rendo perfettamente conto che tutto ciò sia inessenziale mentre proprio in questo istante ci sono famiglie sepolte dalle macerie, bambini che scavano cercando un fratello un amico la madre, lutti e dolori che cambiano per sempre il destino di chi è lì, non il nostro. È questo il punto: lo sbalzo termico fra l’enormità della tragedia e la vacuità del dibattito. L’immensa distanza tra chi vive quel che accade e chi comodamente da casa inorgoglisce la sua presunzione identitaria facendosi piromane, sganciando bombe finte - suonano come flatulenze rispetto a quelle vere, ma pazienza: accendono la scena, qui dove non si muore. Fanno effetto, come i fuochi d’artificio a Capodanno. Fanno ascolti, generano follower, inalberano l’algoritmo, guarda quanti like ho preso quando ho detto così, guarda quanti abbonamenti ho venduto, quante copie in più.

Questo è un articolo minoritario, destinato a non essere commentato in quanto non chiaramente schierato – “non abbiamo capito bene”, direbbe la giovane collaboratrice incaricata della costruzione del panel - privo di parole chiave dunque inutile allo share di domattina. Però c’è un punto. C’è un disagio mi pare crescente in una porzione di popolazione senziente. C’è il non riconoscersi nel pensiero binario, nella coscrizione obbligatoria, c’è la difficoltà dell’obbedire all’imperativo di abbassare il livello e abbattere la complessità, eliminare il dubbio.

È un tema culturale, abbiate pazienza se appare marginale ma esiste anche questo: il ruolo degli intellettuali, la responsabilità di chi ha passato la vita a studiare le cose, una cosa, e magari può insegnarla a chi invece si è occupato, legittimamente, d’altro.

“Non voglio insegnare niente a nessuno” è diventato da qualche anno il mantra dei simpatici, quelli che acquistano titoli di merito agli occhi di chi pensa di non aver niente da imparare. Che vuoi che sia. Va tutto bene, hanno tutti ragione. L’importante è stare nel flusso, stacci. Parla semplice, parla così che ti possano capire, usa le loro parole. Se sei difficile, passano oltre. La democrazia dell’ignoranza è un obiettivo alla portata di tutti. Essere tutti uguali al grado zero della conoscenza non è difficile. Un po’ di mortadella un rutto una bestemmia soffocata e ci capiamo. Siamo gente del popolo, no? Democratici e simpatici. Si prendono voti, si fanno ascolti, così. Però io ricordo, mi ricordo benissimo, un tempo in cui ti mettevano in mano da ragazza La cognizione del dolore e Viaggio al termine della notte, ti portavano con la scuola in cineteca a vedere Le lacrime amare di Petra von Kant coi sottotitoli e non capivi niente, quello che capivi era solo che c’era tantissimo da capire e ti serviva un dizionario, un maestro, qualcuno che ti insegnasse le cose che non sapevi ancora ed era una fatica enorme, certo che sarebbe stato più divertente andare a farsi un mojito sulla spiaggia anziché ripetere nei pomeriggi all’infinito gli accordi di Toccata e fuga in re minore – a cosa serve il greco, a cosa serve Bach – non è stato un privilegio, è stata una consegna e un lavoro. Sapevi che quello era il tuo dovere: capire le cose complesse, studiarle - questo ti dicevano gli adulti che non erano sempre amici, non sempre simpatici: studia, dicevano, sarà la tua libertà.

Il conflitto israelo-palestinese è materia veramente complessa. E’ come il terzo concerto di Rachmaninov, per chi sa di che si tratta. Può far impazzire. E certo sarebbe utile anche riascoltare le registrazioni di Toscanini, sentire cosa diceva agli orchestrali e come lo diceva, oggi che se correggi l’errore di un più giovane collaboratore ti fa causa per mobbing. Potete, è su YouTube. Anche un Bernstein basterebbe. Vengo al punto, e chiudo che s’è fatto tardi. Abbiamo un’emergenza, che è un’evidenza. L’imperativo di generare consenso ha ucciso la fatica della conoscenza. È una china pericolosissima: chi governa – eh lo so, lo so: la democrazia, abbiamo deciso noi chi ci governa – dovrebbe tenerne conto. Non vale più la storia, conta solo il presente. Se dici una parola, se tracci un segno, non importa chi sei, chi sei stato. Me l’ha scritto una professoressa dell’Internet l’altro giorno: le persone non sono obbligate a sapere cos’hai fatto se non glielo dici, gliel’hai detto?, da che viaggio vieni. Se sei Michelangelo o mio nipote Michelino è uguale: conta quel che dici adesso. Sta a te definirti, non sono loro che devono saperti. È tutto sempre ora, nel regno dell’ignoranza al comando. Le parole però, se le metti sul tavolo dell’anatomo patologo, sono tutte parole morte. Parole morte a dire di gente che muore: servono? È morta la volontà di capire, di sforzarsi nell’esercizio del dubbio. Stai con Merlo o con Zerocalcare? In che lista ti dobbiamo mettere, nel panel? Se produci un testo che non milita, dunque ambiguo, è inutile. Ci vai a Lucca o non ci vai? Puoi scrivere in dodici parole perché? No, non posso. So con chi sto, dentro di me, ma sono aperta al dubbio e dodici parole sono poche. Sto con quel ragazzino che ho visto l’altro giorno in tv, un bambino di sette anni che dice: io da grande voglio combattere. Vorrei poterlo portare via da lì, portarlo a casa mia, ma non posso. Chi ha sbagliato prima, chi ha sbagliato più forte settant’anni fa, o trenta o l’altro ieri non è più rilevante, ora, non serve più a risolvere: serve solo al narcisismo di definirsi ma per favore, definitevi altrove, non sulla conta dei morti e delle atrocità. I social, lo scrivo periodicamente e abbiate pazienza se lo ripeto, ci avvelenano: ci impediscono di pensare senza essere pensati, di pensare in libertà. Fate digiuno, almeno intermittente. Riprendere in mano un libro, uno spartito. Non andate a manifestare con gli slogan degli altri, scrivete i vostri: pazienza se non fanno like, se non vanno in trend topic. Non è vero che hanno tutti ragione, che non c’è niente da insegnare a nessuno. C’è moltissimo da insegnare, ad avere la buona sorte di trovare maestri. C’è moltissimo che resta da capire. È tutto complicato. La vita personale lo è. La guerra anche: sembra semplice, chi vince chi perde, ma no invece. È un’illusione, una bugia. Costa fatica, ma serve competenza, conoscenza. Cestinate gli elenchetti verticali precotti. Mi diceva Miriam Mafai, compagna di scrivania tanti anni fa: io non ho potuto studiare Legge all’università, mi dispiace così tanto che voi che ora potete studiare non vogliate farlo. Abbiamo, abbiate rispetto di chi ci ha dato la possibilità di conoscere. Non sono per sempre, i diritti. Sono fragili, abitiamoli.

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