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Medio Oriente, i muscoli e la diplomazia

Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, in qualche modo ha risposto al segretario di Stato americano Antony Blinken, che parlava quasi in contemporanea a Tel Aviv
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Nel suo attesissimo discorso da Beirut, trasmesso in diretta televisiva (ma non in Israele), il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah ha mostrato i muscoli, ma non ha imbracciato il fucile. Almeno per ora. È stato minaccioso verso Israele, sfidante verso gli Stati Uniti. Ma anche prudente ed evasivo.

Ha detto che «siamo in guerra dall’8 ottobre», il giorno dopo l’orribile macelleria dei terroristi di Hamas in terra di Israele. Ma non ha chiarito fino a che punto Hezbollah intende partecipare alla guerra. E ha cercato di scagionare l’Iran, il suo datore di lavoro, affermando che questa è un’azione «palestinese al 100 percento».

In qualche modo ha risposto in diretta al segretario di Stato americano Antony Blinken, che parlando quasi in contemporanea a Tel Aviv diceva che gli Stati Uniti «faranno di tutto per evitare l’apertura di un secondo fronte». Anche se Benjamin Netanyahu aveva risposto negativamente alla sua proposta di una «pausa umanitaria» e al suo invito a «fare di più pe…

Nel suo attesissimo discorso da Beirut, trasmesso in diretta televisiva (ma non in Israele), il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah ha mostrato i muscoli, ma non ha imbracciato il fucile. Almeno per ora. È stato minaccioso verso Israele, sfidante verso gli Stati Uniti. Ma anche prudente ed evasivo.

Ha detto che «siamo in guerra dall’8 ottobre», il giorno dopo l’orribile macelleria dei terroristi di Hamas in terra di Israele. Ma non ha chiarito fino a che punto Hezbollah intende partecipare alla guerra. E ha cercato di scagionare l’Iran, il suo datore di lavoro, affermando che questa è un’azione «palestinese al 100 percento».

In qualche modo ha risposto in diretta al segretario di Stato americano Antony Blinken, che parlando quasi in contemporanea a Tel Aviv diceva che gli Stati Uniti «faranno di tutto per evitare l’apertura di un secondo fronte». Anche se Benjamin Netanyahu aveva risposto negativamente alla sua proposta di una «pausa umanitaria» e al suo invito a «fare di più per proteggere i civili palestinesi».

Tel Aviv, 3 novembre: il Segretario di Stato americano, Antony Blinken, in conferenza stampa

 (afp)

Il viaggio di Blinken in Israele, il secondo dall’inizio della crisi, aveva due obiettivi. Scongiurare, appunto, un allargamento del conflitto. E rafforzare la linea americana, indicata da Joe Biden nella sua visita-lampo a Tel Aviv: Israele ha tutto il diritto di «fare la sua campagna per sconfiggere Hamas, ma conta anche come lo fa».

L’America, lo aveva detto Biden, ha imparato dagli errori commessi dopo l’11 settembre: in Iraq, in Afghanistan. Un vera democrazia combatte e persegue i terroristi. Ma nel farlo deve proteggere i civili. Perché anche loro sono vittime della ferocia indiscriminata del terrorismo.

Questa è la grande lezione di democrazia che Blinken ha ricordato a Netanyahu e ha riassunto in conferenza stampa con l’avvertimento «how it does so matters», conta come lo si fa (la guerra al terrorismo). Altrimenti c’è il rischio di un contraccolpo e l’ondata di antisemitismo che sta montando non solo nei Paesi arabi ne è la preoccupante conferma.

Sull’altro obiettivo di Blinken, evitare cioè l’apertura di un secondo fronte, sembra esserci per ora un tacito consenso, come indica il discorso di Nasrallah, che pure parlava per la cosiddetta “festa dei martiri caduti sulla via di Gerusalemme”, cioè i miliziani di Hezbollah morti nelle incursioni in Israele partite dal Libano dopo il 7 ottobre.

Hezbollah per ora si è dedicata alla distruzione dei sistemi di sorveglianza israeliani (radar, telecamere), ha lanciato razzi, ha fatto incursioni di commando. Tiene la pistola puntata verso Israele, ma sa che se aprisse un secondo fronte di terra rischierebbe l’annientamento da parte di Tsahal. Netanyahu ha minacciato di «devastare» il Libano se Israele fosse attaccata dal suo territorio.

Il presidente iraniano Raisi ha scritto su X (l’ex Twitter) che Israele a Gaza «ha superato la linea rossa e questo può costringere tutti a entrare in azione». Ma l’interesse dell’Iran in questo momento sembra essere il logoramento di Israele, facendo tenere alta la pressione da parte dei suoi mandatari.

Non solo gli Hezbollah. Ma anche le milizie filo-iraniane in Siria e in Iraq, e soprattutto gli Houthi nello Yemen, che hanno lanciato missili verso Israele e che in passato avevano già colpito con razzi ad alta precisione alcuni impianti petroliferi in Arabia Saudita.

L’Iran, dunque, con la tacita compiacenza della Russia e della Cina, sembra mirare a un lento strangolamento di Israele, stringendolo in un morsa minacciosa, piuttosto che ad aprire un secondo fronte, che porterebbe a un’inevitabile escalation dalle conseguenze inimmaginabili per l’intero Medio Oriente.

Ma anche tenere a lungo la miccia accesa, come sembra voler fare Teheran, comporta enormi rischi di un’esplosione. Per questo l’Arabia Saudita, che vede minacciata la sua ambiziosa agenda di modernizzazione, chiamata “Vision 2030”, che comprendeva anche una normalizzazione dei rapporti con Israele, si sta muovendo in ogni direzione per cercare di evitare che la guerra israelo-palestinese si allarghi a tutto il Medio Oriente.

Anche Recep Tyyip Erdogan ha proposto un suo “meccanismo di sicurezza regionale” per impedire l’allargamento del conflitto. Ma data l’imprevedibilità e l’ambiguità del personaggio, che si propone da mediatore in ogni crisi, è difficile capire se si muove nell’interesse della pace o piuttosto per l’ambizione di riportare la Turchia ai fasti del vecchio impero ottomano.

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