Buone intenzioni, cattive soluzioni. E alla fine della giostra, il trionfo dell’ossimoro, della contraddizione logica: con questa riforma la Costituzione diventa incostituzionale. Perché il marchingegno dei ri-costituenti entra in conflitto con l’ingegno dei costituenti, ne rovescia i principi fondativi. Che tuttavia restano lì, scolpiti nei primi articoli della nostra Carta, demoliti negli ultimi. Un fuoco ghiacciato.
Ma cominciamo da qui, dai buoni propositi che sorreggono la riforma timbrata dal Consiglio dei ministri, dopo una gestazione durata ben 12 mesi, come quella dell’asino. Sarebbe ingiusto disconoscerli, perché in queste faccende serve un esercizio d’onestà intellettuale, e perché non se ne può più di tifoserie armat…
Buone intenzioni, cattive soluzioni. E alla fine della giostra, il trionfo dell’ossimoro, della contraddizione logica: con questa riforma la Costituzione diventa incostituzionale. Perché il marchingegno dei ri-costituenti entra in conflitto con l’ingegno dei costituenti, ne rovescia i principi fondativi. Che tuttavia restano lì, scolpiti nei primi articoli della nostra Carta, demoliti negli ultimi. Un fuoco ghiacciato.
Ma cominciamo da qui, dai buoni propositi che sorreggono la riforma timbrata dal Consiglio dei ministri, dopo una gestazione durata ben 12 mesi, come quella dell’asino. Sarebbe ingiusto disconoscerli, perché in queste faccende serve un esercizio d’onestà intellettuale, e perché non se ne può più di tifoserie armate l’una contro l’altra, dei giudizi di partito presi per partito preso. Invece i meriti della proposta di revisione costituzionale, a occhio e croce, sono tre.
Primo: l’astensionismo. È un veleno che sta intossicando la democrazia italiana (la settimana scorsa alle suppletive di Monza, ha votato il 19 per cento del corpo elettorale); questa riforma intende contrastarlo, offrendoci l’opportunità d’eleggere direttamente chi eserciterà i poteri di governo. E il presidenzialismo è a sua volta molto popolare, dichiarano i sondaggi. Anche se, diciamolo, non è che nelle Regioni e nei Comuni – dove l’elezione diretta di governatori e sindaci sussiste da trent’anni – ci sia la coda per votare.
Secondo: il capo dello Stato. Figura a sua volta popolare, anche per merito di chi l’ha incarnata fino ad oggi. Nel programma del centro-destra compariva l’elezione diretta del presidente della Repubblica. Dunque un presidenzialismo all’americana o alla francese, che avrebbe soppresso il ruolo di garanzia attribuito a Mattarella. Dopo di che, inversione di rotta: eleggeremo il presidente del Consiglio, mantenendo in vita il Quirinale. Vivo, però alquanto acciaccato. Per un principio fisico, oltre che giuridico: l’aria in una stanza non è infinita, se la respiro tutta io la tolgo agli altri. E con la riforma il premier gonfia i suoi polmoni, rubando il fiato al capo dello Stato. Che conserva il potere di nominare il “Presidente eletto”, nonché di sciogliere le assemblee legislative; ma lo fa a rime obbligate, sotto dettatura. Dunque un bi-presidenzialismo zoppo, che non a caso è senza uguali al mondo.
Terzo: il referendum. Si terrà, su questo non ci piove. Per ragioni politiche (la maggioranza non ha i numeri per scongiurarlo), ma soprattutto per un’istanza democratica, dato che non puoi cambiare le regole del gioco senza interpellare il pubblico pagante. Le due maxiriforme cucinate da Berlusconi e Renzi mettevano sul fuoco, rispettivamente, 55 e 47 articoli della Costituzione. Di conseguenza il doppio referendum successivo ci costrinse a un prendere o lasciare, senza distinguere cavoli e cavalli, e confiscando la nostra libertà di voto. Stavolta no, è in ballo una quaterna: gli articoli 59, 88, 92 e 94. Sarà più facile, per il governo, fare tombola nel referendum prossimo venturo.
Sennonché l’inferno è lastricato di buone intenzioni. E l’inferno costituzionale che ci attende brucia attraverso uno squilibrio, uno scompenso nella distribuzione del potere. Perché, mentre rafforza il Premier, indebolisce il Parlamento e il capo dello Stato, riducendo il primo alle funzioni d’un Consiglio comunale, il secondo a quelle di un notaio. E perché, mentre ci abbaglia donandoci la scelta dei governi, non ci permette di controllarne l’operato, introducendo nuovi istituti di democrazia diretta. A partire dal recall, che nella patria del presidenzialismo (gli Usa) consente la revoca anzitempo dei governanti inetti, attraverso un referendum. Insomma, pesi senza contrappesi.
Ma il guaio peggiore deriva dalla norma che c’è, non da quella che non c’è. Dice il nuovo articolo 92: la legge elettorale stabilirà un premio di maggioranza che “garantisca il 55 per cento dei seggi” alla coalizione vincente. Bello, quando le coalizioni in campo sono due. Ma se fossero invece quattro o cinque? In quel caso può bastare il 20 per cento dei consensi per dominare il Parlamento. Nel 2014 il Porcellum fu annullato dalla Consulta proprio per tale ragione, perché non contemplava una soglia minima di voti. Adesso cade nello stesso vizio la Costituzione, e di nuovo tocca alla Consulta. Una sua celeberrima sentenza (n. 1146 del 1988) dichiarò che neppure le leggi di revisione costituzionale possono offendere i «principi supremi» della Carta. E il primo fra questi è il principio democratico, che si lega alla rappresentatività del Parlamento. Da qui l’ossimoro costituzionale, da qui i nostri malanni: la democrazia del capo procura il mal di capo.