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Medio Oriente e sinistra, quando le idee sono mediocri

In Italia, in Europa, non abbiamo attenuanti. Dobbiamo difendere la qualità del nostro discorso pubblico. Abbiamo il dovere di trasformare la nostra impotenza in responsabilità
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Dopo il dibattito sui vaccini e quello sull’invasione russa in Ucraina pensavamo di aver raggiunto il fondo.

Invece no. Il clima e la qualità della discussione dopo l’attacco terroristico di Hamas nei confronti di Israele è orribile. La distanza, almeno fisica, dovrebbe consentire un confronto più civile e adulto e invece la qualità del dibattito è indecente.

Il conflitto tra Israele e Palestina rimane una delle questioni più complesse e dolorose della geopolitica moderna. È un conflitto che racchiude questioni di identità, sovranità, diritti umani e sicurezza. Già dalla sera del 7 ottobre, in nome della cosiddetta “complessità”, si balbettava sulle responsabilità. Dopo la reazione militare di Netanyahu la complessità si è immediatamente diradata.

A partire dalla contabilità dei civili uccisi (di una sola parte) per scalare la gerarchia del dolore perché il primo passo è sempre disumanizzare l’altro popolo e annientare qualsiasi compassione. Certo, immaginare un conflitto esente …

Dopo il dibattito sui vaccini e quello sull’invasione russa in Ucraina pensavamo di aver raggiunto il fondo.

Invece no. Il clima e la qualità della discussione dopo l’attacco terroristico di Hamas nei confronti di Israele è orribile. La distanza, almeno fisica, dovrebbe consentire un confronto più civile e adulto e invece la qualità del dibattito è indecente.

Il conflitto tra Israele e Palestina rimane una delle questioni più complesse e dolorose della geopolitica moderna. È un conflitto che racchiude questioni di identità, sovranità, diritti umani e sicurezza. Già dalla sera del 7 ottobre, in nome della cosiddetta “complessità”, si balbettava sulle responsabilità. Dopo la reazione militare di Netanyahu la complessità si è immediatamente diradata.

A partire dalla contabilità dei civili uccisi (di una sola parte) per scalare la gerarchia del dolore perché il primo passo è sempre disumanizzare l’altro popolo e annientare qualsiasi compassione. Certo, immaginare un conflitto esente da propaganda è chiedere troppo. Ma quando l’Ayatollah Khamenei si congratula con le manifestazioni in Italia, io mi farei qualche domanda in più.

E invece è un ripetersi di storielle, carte geografiche autoprodotte e slogan che non hanno nulla di radicale ma che testimoniano l’evidenza della crescita dell’analfabetismo politico-funzionale anche tra gli istruiti di fascia alta. Proprio un Paese che nasce dalla Resistenza merita un dibattito migliore.

Perché, è vero che il conflitto non inizia il 7 ottobre, ma da subito si è operato per rimuovere quell’attacco cercando di far passare che in fondo “Israele se l’è cercata”.

Nessuno può esimersi dal condannare il massacro dei civili a partire dai più piccoli ma di qualsiasi nazionalità. Altra cosa è dar corda ad una liturgia che confonde governanti, popoli, Stati e che però si inceppa presto per scendere nell’abisso dell’ignoranza: “Gli ebrei si comportano come i nazisti”, pertanto l’azione di Hamas si configura come azione di “resistenza all’oppressore”.

E in men che non si dica, perché ricordare Anna Frank? È divisiva, “può urtare la sensibilità dei genitori immigrati” come ha affermato la direttrice di un istituto scolastico in Sassonia-Anhalt.

Come non è accettabile che chiunque muova rilievi a Netanyahu sia tacciato di antisemitismo. O raccontare che la condotta di Israele è sempre stata irreprensibile. O considerare come interlocutore un ex ambasciatore che non si vergogna di dire che “bisogna distruggere Gaza perché è il male assoluto”.

Una delle sfide principali nel dibattito sul conflitto israelo-palestinese è rappresentata dalla tendenza di molte discussioni a scivolare in narrazioni monolitiche, che non rendono giustizia alla complessità delle prospettive in campo. È indispensabile incoraggiare una comprensione più rispettosa e contestualizzata delle narrative di entrambe le comunità, riconoscendo la storia, il dolore e le aspirazioni sia degli israeliani sia dei palestinesi senza sfociare nel neutralismo furbo.

La disinformazione e la mancanza di conoscenza storica e politica sono ostacoli significativi ad una discussione civile.

Il ruolo dei media nella modellazione delle percezioni del conflitto è cruciale. La responsabilità giornalistica richiede un’accuratezza che eviti sia la demonizzazione che la santificazione di qualsiasi parte. Il narcisismo senile di gran parte dei nostri “intellettuali da talk”, in questo senso, ha un effetto devastante. Sanno che saranno invitati quanto più assurdi saranno i loro interventi.

L’informazione e in parallelo gli algoritmi dei social favoriscono la ricerca di “notizie false ma confermative” delle cantilene che negli ultimi anni nutrono anche le bolle di troppi “progressisti”. Ci si colloca contro i “media mainstream”, ma ci si nutre del rumore della disinformazione che è molto più forte e sempre più “mainstrem“ spostando l’asse dell’opinione pubblica verso il qualunquismo, il populismo e il razzismo e in definitiva verso l’indifferenza.

Bisogna prenderne atto, lo abbiamo visto sull’Ucraina e oggi sulla Palestina: una parte della sinistra, al dunque, sbanda e sta con i fascisti e gli imperialisti. Anche per questo c’è ancora bisogno di antifascismo. Ma è fondamentale una battaglia culturale e valoriale su cosa significhi essere antifascisti oggi.

Non è accettabile ma è comprensibile che sotto le bombe si ceda alla paura e talvolta all’odio. È quello che Etty Hillesum diceva che bisogna evitare di “farsi corrompere dai carnefici”.

In Italia, in Europa, non abbiamo attenuanti, dobbiamo difendere la qualità del nostro discorso pubblico. Dobbiamo puntare tutto su un dibattito che valorizzi l’approfondimento, la consapevolezza. Abbiamo il dovere di trasformare la nostra impotenza in responsabilità perché è l’unica strada per isolare l’orrore e diventare persone migliori.

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