✕

Una missione di pace a Gaza

Palestinesi lasciano Gaza City 

 
Serve una forza multinazionale militare di interposizione, sotto l’egida delle Nazioni Unite. E proprio l’Italia può giocare un ruolo fondamentale
3 minuti di lettura

Caro Direttore,

la pace, nel mondo in fiamme, non è solo un imperativo morale, è la ragione esistenziale dell’Europa e dev’essere la priorità di tutti noi. Affinché non resti mera invocazione, serve una proposta politica, un piano. E non può che essere una missione internazionale di pace in Medio Oriente.

Nel mese trascorso dal 7 ottobre, l’Europa, tra troppe debolezze e divisioni, come alle Nazioni Unite nel voto sulla tregua umanitaria, un merito l’aveva avuto: all’ultimo Consiglio europeo aveva fatto capolino la parola Pace, con l’idea di una Conferenza internazionale.

Dallo scoppio della guerra in Ucraina, in Europa ci sono state difficoltà e freddezza su questa parola, che hanno colpito anche il mondo democratico e progressista. Forse perché non abbiamo contrastato con coraggio, passione e intelligenza un dibattito pubblico distorto. Da un lato, c’è stata un’inaccettabile criminalizzazione verso il pacifismo autentico. Dall’altro, questa parola è stata confiscata da una mino…

Caro Direttore,

la pace, nel mondo in fiamme, non è solo un imperativo morale, è la ragione esistenziale dell’Europa e dev’essere la priorità di tutti noi. Affinché non resti mera invocazione, serve una proposta politica, un piano. E non può che essere una missione internazionale di pace in Medio Oriente.

Nel mese trascorso dal 7 ottobre, l’Europa, tra troppe debolezze e divisioni, come alle Nazioni Unite nel voto sulla tregua umanitaria, un merito l’aveva avuto: all’ultimo Consiglio europeo aveva fatto capolino la parola Pace, con l’idea di una Conferenza internazionale.

Dallo scoppio della guerra in Ucraina, in Europa ci sono state difficoltà e freddezza su questa parola, che hanno colpito anche il mondo democratico e progressista. Forse perché non abbiamo contrastato con coraggio, passione e intelligenza un dibattito pubblico distorto. Da un lato, c’è stata un’inaccettabile criminalizzazione verso il pacifismo autentico. Dall’altro, questa parola è stata confiscata da una minoranza che l’ha piegata a narrazioni ambigue sulle cause della guerra imperialista di Putin, fino a mettere in discussione il diritto degli ucraini di resistere e difendersi.

Sul conflitto in Medio Oriente è stato immediatamente chiaro che la Pace fosse l’unica soluzione possibile per garantire il diritto a esistere di israeliani e palestinesi. Perché il terrorismo di Hamas si può battere non solo con la forza ma anche con l’intelligenza politica di isolarlo e separarlo dalla questione palestinese.

In questo senso, l’assedio e l’invasione israeliana di Gaza, oltre a una catastrofe umanitaria, stanno diventando un drammatico errore politico. Che rischia di trascinare l’intera regione nella spirale di violenza e terrore. Di produrre una frattura insanabile tra Occidente e resto del mondo, alimentata da chi, di fronte all’insorgenza di un antisemitismo inaccettabile nell’Europa risorta dall’abisso del nazifascismo, risponde con l’islamofobia ed evoca “scontri di civiltà”.

Ma è proprio la nostra civiltà a segnare il confine tra giustizia e vendetta, tra diritto a difendersi e punizioni collettive. Ecco perché, come ferma e inequivocabile è stata la condanna all’attacco terroristico di Hamas e alla sua folle ideologia di morte, altrettanto ferma e inequivocabile dev’essere la condanna per le violazioni del diritto internazionale e umanitario, le migliaia di vittime civili, di bambini sotto bombardamenti israeliani.

L’Occidente non può permettersi doppi standard agli occhi del mondo. Anche per preservare la credibilità del nostro sostegno all’Ucraina, che nella prospettiva democratica e progressista non discende da astratti vincoli geopolitici o da mera appartenenza a un’alleanza militare, ma dalla difesa della libertà e del diritto internazionale contro la sopraffazione e la violenza.

Ecco perché non bisognava aver paura della parola Pace, perché mai come dopo l’Ucraina significa riaffermare la giustizia, le ragioni delle vittime e di un ordine internazionale basato sulle regole che, minato da tempo, Putin ha mandato in frantumi.

Il Medio Oriente può essere l’occasione per ritrovare il coraggio della Pace contro il caos globale? Abbiamo il dovere di provarci, sciogliendo le nostre contraddizioni, provando ad essere coerenti coi nostri propositi. Se abbiamo detto, una volta per tutte, che il 7 ottobre Hamas ha rivelato la sua natura di organizzazione terroristica, allora il dovere di sradicarla non può essere delegato solo ad Israele.

È compito della comunità internazionale, dopo tre decenni di colpevole abbandono del sentiero tracciato dagli accordi di Oslo, contribuire a garantire il diritto a Israele a esistere e vivere in sicurezza e risolvere la questione palestinese riconoscendo il diritto allo Stato di Palestina nel rispetto delle risoluzioni Onu.

L’urgenza è di far tornare la politica. Ed è condivisa anche da gran parte della società israeliana, che non si identifica con il governo Netanyahu, popolato da estremisti e fanatici religiosi che hanno armato la mano dei coloni garantendo la sostanziale impunità per le violenze in Cisgiordania, un governo che ha negato la questione palestinese minando il ruolo di una già debole Autorità Nazionale Palestinese. Ma qualcuno può davvero immaginare che l’Anp possa reinsediarsi a Gaza arrivando sui tank israeliani?

Allora, il sentiero verso la pace, per quanto stretto possa apparire, è obbligato. L’Europa avanzi, agli Usa che hanno chiesto a Israele di non occupare Gaza e ai Paesi arabi che possono svolgere un ruolo decisivo in Palestina, la proposta di una missione internazionale di pace. A Gaza serve una forza multinazionale militare di interposizione, sotto l’egida delle Nazioni Unite.

E proprio l’Italia può giocare un ruolo fondamentale, forte della sua migliore tradizione diplomatica e della credibilità guadagnata ad esempio nell’ultimo conflitto tra Israele e Libano. Proprio il mandato del 2006 alla missione Unifil può diventare infatti un riferimento cruciale.

Ecco perché chiediamo al governo di tornare in Parlamento, per discutere e assumere una iniziativa politica di pace, credibile e concreta.

La cornice di un piano di Pace può essere definita solo con un fitto lavoro negoziale, ma gli obiettivi sono chiari: assicurare la tregua e la liberazione degli ostaggi, fermare la catastrofe e la spirale di morte nella Striscia, garantire la lotta al terrorismo di Hamas con operazioni mirate, presidiare i confini e ristabilire il diritto internazionale, promuovere gli aiuti umanitari e accompagnare la ricostruzione di Gaza, ricostruire le condizioni per rilanciare il Processo di Pace verso la soluzione dei “due popoli, due Stati”, che avrà necessariamente bisogno di nuove leadership in Israele e in Palestina.

Solo così l’Europa potrà partecipare, in una nuova relazione con il mondo arabo, proprio nel “Mediterraneo conteso”, alla difficile e necessaria ricostruzione di un ordine internazionale basato sulle regole, che passa per una pace giusta in Ucraina. Solo così l’appello alla pace risulterà forte e credibile, e questa parola ritroverà tutto il suo valore, la sua verità.

Giuseppe Provenzano è responsabile Esteri del Pd

Leggi i commenti