Nessun dubbio: il pogrom del 7 ottobre. È da lì che bisogna partire, per cercare un senso a questo folle tributo di sangue che l’umanità paga al Ventunesimo Secolo. Dopo l’Ucraina, Israele. E tutto, tragicamente, ritorna. Basta rileggere Vassilij Grossman, che il 25 novembre 1943 affida a Eynikeyt, il settimanale del Comitato Ebraico Antifascista, il suo racconto sugli orrori seminati dai nazisti lungo la strada per Kiev. “Qui regna il silenzio degli ebrei. Niente parole… Uccisi i bambini di due anni e quelli di tre; uccisi gli ottantenni con gli occhi torbidi e la cataratta, con le dita diafane e fredde e le voci flebili come carta bianca che fruscia; uccisi i neonati che urlavano, bramosamente attaccati ai seni delle madri fino all’ultimo istante. Li hanno uccisi tutti… Qui hanno ucciso un popolo, hanno ucciso le case, le famiglie, i libri e una fede: hanno ucciso l’albero della vita…”. Parla del villaggio di Kozary, ma potrebbe essere il rave party di Re’Im o il kibbutz di Kfar Aza…
Nessun dubbio: il pogrom del 7 ottobre. È da lì che bisogna partire, per cercare un senso a questo folle tributo di sangue che l’umanità paga al Ventunesimo Secolo. Dopo l’Ucraina, Israele. E tutto, tragicamente, ritorna. Basta rileggere Vassilij Grossman, che il 25 novembre 1943 affida a Eynikeyt, il settimanale del Comitato Ebraico Antifascista, il suo racconto sugli orrori seminati dai nazisti lungo la strada per Kiev. “Qui regna il silenzio degli ebrei. Niente parole… Uccisi i bambini di due anni e quelli di tre; uccisi gli ottantenni con gli occhi torbidi e la cataratta, con le dita diafane e fredde e le voci flebili come carta bianca che fruscia; uccisi i neonati che urlavano, bramosamente attaccati ai seni delle madri fino all’ultimo istante. Li hanno uccisi tutti… Qui hanno ucciso un popolo, hanno ucciso le case, le famiglie, i libri e una fede: hanno ucciso l’albero della vita…”. Parla del villaggio di Kozary, ma potrebbe essere il rave party di Re’Im o il kibbutz di Kfar Aza.
So anch’io che questa è una trappola dalla quale dobbiamo fuggire. La reductio ad Hitlerum, come la chiamava negli Anni ’50 il filosofo ebreo tedesco Leo Strauss. I tagliagole di Hamas come le Einsatzgruppen del Fuhrer: un’equazione sbagliata, perché l’inconcepibile mostruosità dell’Olocausto è irreplicabile. Ma quella mattanza di 1.400 civili innocenti segna davvero un prima e un dopo nella “questione mediorientale”. Come già ci successe l’11 settembre — quando non vedemmo arrivare i qaedisti di Bin Laden — noi occidentali pensavamo risolta anche quella, grazie agli accordi economici firmati in nome di Abramo con le petro-monarchie del Golfo. Non è stato così. Oggi, proprio come allora, un altro massacro ci ha fatto scoprire che un bel pezzo di mondo non ha smesso di odiare Israele, e attraverso Israele di odiare anche noi. Mentre sgozzavano i giovani israeliani nel deserto del Negev, i terroristi armati da Yahia Sinwari urlavano Allahu Akbar. E quel grido risuona dal Libano al Marocco, nelle piazze arabe che bruciano le bandiere con la stella di David e inneggiano alla Jihad. Contro gli ebrei, certo. Ma forse non solo. E mentre noi ci chiediamo ancora dove sia e perché taccia il fantasmatico “Islam moderato” — come ai tempi delle Twin Towers — a quelle piazze arrabbiate guardano voluttuosi i Dottor Stranamore dell’Internazionale Autocratica, da Khamenei a Nasrallah, da Assad a Erdogan, da Xi a Putin. Così il cerchio si chiude di nuovo: Ucraina, Israele.
A quella strage degli innocenti Israele aveva il diritto e il dovere di reagire. Ma adesso — 10 mila vittime palestinesi dopo quel Sabato nero di danza, di preghiera e di sangue — abbiamo anche noi il diritto e il dovere di chiederci: esiste un numero finale di morti civili e di capi di Hamas eliminati, raggiunto il quale Israele si può ritenere vincitore? So bene che anche qui si nasconde un’altra trappola da evitare: quella alla quale ci inchiodano le Sturmtruppen da salotto tv e le sentinelle dell’ultra-destra politica e giornalistica, che per nascondere un album di famiglia infestato di livori anti-giudaici e anti-sionisti considerano sacrilega qualunque riflessione critica sul passato e fedifraga qualunque mozione umanitaria sul presente. Che descrivono l’Europa e gli Usa come una landa dilaniata da un impetuoso antisemitismo e l’Italia come il brodo di coltura di un ostinato rancore antiebraico (nutrito ovviamente dalla solita “sinistra con la kefiah”).
È vero, nel corpo inquieto delle nostre società pulsa tuttora una “vena” antisemita, riposta e resistente. E tutti gli episodi di questi giorni sono gravi e intollerabili. Le proteste delle università, le stelle a sei punte disegnate sulle porte degli ebrei, gli accoltellamenti, i cimiteri profanati, le scritte sui muri delle sinagoghe, i deliri filo-nazisti di qualche professoressa. Sono oltraggi insopportabili. Ma a chi giova cavalcarli, avvelenando ancora di più i pozzi del risentimento razziale? Certo, se guardiamo ad Hamas, siamo sconvolti dal progetto di morte collettiva e dalla carica d’odio individuale che hanno armato la mano di quei terroristi, capaci di sgozzare una ragazza che balla o di sparare a un bambino che dorme (per questo non dobbiamo dimenticare mai più gli israeliani sterminati e rapiti il 7 ottobre). E se invece guardiamo a Israele, ci illudiamo sia meno scioccante uccidere persone lanciando missili da lontano o facendo sparare droni dal cielo. Ma non è così. Alla fine, agli occhi delle opinioni pubbliche, il risultato è lo stesso. Uomini e donne, vecchi e bambini sono stati massacrati in poche ore, il 7 ottobre. E ora altri uomini e altre donne, altri vecchi e altri bambini vengono massacrati ogni giorno, sotto le bombe, dentro gli ospedali e in mezzo alle rovine di Gaza. Ecco cosa vede la gente nella Striscia, da ormai più di un mese.
Al di là dell’antisemitismo di una minoranza rumorosa, che c’è ed è irriducibile, temo che sia questo scempio quotidiano che colpisce l’Occidente (dove tra l’altro, non dimentichiamolo, alligna da tempo un fenomeno uguale e contrario di islamofobia). Penso che non sbaglino filosofi come Edgar Morin: l’odio non è nuovo, ma ormai è scatenato da entrambe le parti, e questo genera “il delirio della colpa collettiva del popolo nemico” che porta solo nuove crudeltà. E penso che abbiano ragione scrittori ebrei come Etgar Keret e Adam Shatz: il sentimento che affligge il governo israeliano, a partire da falchi come Smotrich e Ben-Gvir, è che ogni torto subito si debba lavare col sangue. E la giusta invocazione dell’Olocausto “non può diventare l’Iron Dome ideologico del governo di Tel Aviv, lo scudo etico contro qualsiasi critica alle sue condotte”. Detta altrimenti: se oggi la conseguenza della Shoah dev’essere per forza la Naqba, allora non solo il Medioriente, ma tutta l’umanità è condannata.
La nostra civiltà resta sempre il vaccino più efficace per combattere i virus dell’antisemitismo e dell’islamofobia. È la “magnifica maledizione” delle democrazie liberali (di cui Israele è modello e presidio, in un quadrante geopolitico nel quale esistono solo teocrazie musulmane). La risposta migliore a questa prova durissima è restare coerenti con i nostri valori. Lo scrive Nicholas Kristof sul New York Times: non dobbiamo uccidere i bambini di Gaza per proteggere i bambini israeliani. Lo ribadiscono altri intellettuali ebrei, da Yuval Noah Harari a Bernard-Henri Lévy. Israele deve difendere la sua sicurezza senza perdere la sua umanità. Lo saprà fare restando fedele alla morale ebraica, “che al pronto soccorso di Be’er Sheeva impone di curare sia i jiadhisti catturati sia i bambini ebrei miracolati?”. Forse esiste una gerarchia dell’orrore, ma sicuramente non può esistere una gerarchia del dolore. E meno che mai devono esistere doppi standard morali. Vale per gli israeliani: i palestinesi e gli arabi non sono tutti Hamas. Ma vale anche per i palestinesi (e soprattutto per i cortei euro-americani che ne difendono la causa): gli israeliani e gli ebrei non sono tutti Netanyahu. Purtroppo, e qui cito Thomas Friedman, in questo momento avremmo bisogno dei migliori israeliani al governo di Tel Aviv e dei migliori palestinesi al governo dei loro Territori, e invece ci tocca il peggio di tutti e due. Ma non ci possiamo arrendere di nuovo al silenzio, alla guerra e all’eccidio dei popoli raccontato da Grossman. Per questo, stavolta, non sbaglia Elly Schlein, che oggi alla manifestazione del Pd a Roma ha preteso solo bandiere della Pace. Una volta tanto, a dispetto di tanti opinionisti con l’elmetto, per la sinistra riformista non è ignavia né ambiguità. È solo il posto giusto nella Storia.