Sinistra, l’intesa è tutta da costruire
di Stefano FolliQuali che siano i motivi locali, magari giustificati, è singolare che in Sardegna il candidato presidente della Regione per il centrosinistra sia scelto con un’imposizione dall’alto. Come ai vecchi tempi, si potrebbe dire.
Le primarie, una modalità data per acquisita dopo l’elezione di Elly Schlein alla segreteria, sono state rimesse da parte. A causa di varie difficoltà e incomprensioni legate alla politica isolana, questo si è capito. Eppure sembrava che le primarie servissero proprio a superare di slancio, appellandosi direttamente ai cittadini, le frizioni interne alla vita dei partiti.
La rinuncia non è un aspetto secondario, perché mai come in questo momento il Pd, i 5S e le altre formazioni che dovrebbero concorrere al cosiddetto “campo largo” sono chiamate a una prova di serietà. La prima delle quali consiste proprio nel ridurre la distanza tra la retorica quotidiana e la realtà delle vicende concrete.
La scelta dei candidati regionali, nonché di qualche rilevante candida…
Quali che siano i motivi locali, magari giustificati, è singolare che in Sardegna il candidato presidente della Regione per il centrosinistra sia scelto con un’imposizione dall’alto. Come ai vecchi tempi, si potrebbe dire.
Le primarie, una modalità data per acquisita dopo l’elezione di Elly Schlein alla segreteria, sono state rimesse da parte. A causa di varie difficoltà e incomprensioni legate alla politica isolana, questo si è capito. Eppure sembrava che le primarie servissero proprio a superare di slancio, appellandosi direttamente ai cittadini, le frizioni interne alla vita dei partiti.
La rinuncia non è un aspetto secondario, perché mai come in questo momento il Pd, i 5S e le altre formazioni che dovrebbero concorrere al cosiddetto “campo largo” sono chiamate a una prova di serietà. La prima delle quali consiste proprio nel ridurre la distanza tra la retorica quotidiana e la realtà delle vicende concrete.
La scelta dei candidati regionali, nonché di qualche rilevante candidato sindaco, è solo il primo di tali passaggi: ecco perché la vicenda sarda lascia perplessi.
Il secondo capitolo riguarderà il rapporto vero e non mediatico tra Schlein e Conte. Finora tutti hanno capito che la filosofia della grande alleanza a sinistra si riduce in buona sostanza al tema di chi deve guidare il fatidico “campo” più o meno largo.
È ovviamente un punto inevitabile quando si costruisce una coalizione, purché si eviti di gettare fumo negli occhi dell’elettorato. In altri termini, andranno presto o tardi spiegate all’opinione pubblica le implicazioni e le differenze tra un’intesa guidata dalla segretaria del Pd e la stessa messa nelle mani di Giuseppe Conte.
Niente di tutto questo è stato chiarito, al di là del successo di piazza del Popolo sabato 11 novembre. Si ascoltano complicati e nebbiosi giri di parole circa “il dialogo che deve continuare nonostante le distanze” oppure la “capacità di ascolto che non viene meno”. A dimostrazione che le novità della politica, ammesso che siano tali, possono convivere con un’oscurità lessicale degna di un passato che si pretende di rinnegare.
S’intende che il primo dato da valutare tocca la forza elettorale dei partiti. E qui occorre attendere il voto europeo di giugno e prima quello nelle Regioni. Ma conterà e non poco il modo in cui si arriverà a tali appuntamenti.
Fino a che punto Elly Schlein è disposta a cedere, sui nomi e sui programmi, soprattutto sui primi, per non pregiudicare le speranze del futuro “campo”? Certo, in questo gioco Conte sembra assai più smaliziato o forse solo più furbo.
Poi c’è il tema della riforma istituzionale che Giorgia Meloni ha buttato tra i piedi dell’opposizione e che rischia di dominare l’agenda dei prossimi mesi. Il centrosinistra si difende, come è logico, riportando il dibattito sui temi economici e sociali.
Tuttavia la questione del “premierato” è lì, al centro della scena. E il sondaggio di Ilvo Diamanti per Repubblica di nuovo fotografa un qualche favore degli italiani per l’elezione diretta. Il dato si è un po’ ridotto, tuttavia la maggioranza assoluta, il 53%, è per scegliere il presidente del Consiglio come avviene con i sindaci e presidenti di Regione.
Ciò non significa che una maggioranza di cittadini sia pronta, quando sarà, per votare “sì” al referendum confermativo. Vuol dire però che il risultato delle urne è tutt’altro che scontato in senso contrario alla riforma.
Non basterà gridare al pericolo autoritario, potrebbe rivelarsi una pistola scarica. Intanto sarebbe opportuno che il centrosinistra avesse una proposta comune (a proposito di “campo largo”) per opporsi all’operazione della destra. Ad esempio il “cancellierato”. La mera difesa dell’esistente rischia di deludere tutti quegli elettori che desiderano comunque un rinnovamento.