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Grossman: “Ma Israele saprà rialzarsi”

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“I i nostri visi sono cambiati. Non saremo più come eravamo”. Pubblichiamo il discorso che David Grossman ha tenuto la sera di giovedì 16 novembre in occasione della commemorazione delle vittime organizzata dai sopravvissuti di alcuni kibbutz per i 40 giorni dalla strage
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Sono trascorsi quaranta giorni da quel sabato in cui la vita di centinaia di uomini e donne, neonati, bambini e anziani è stata distrutta. I terroristi di Hamas, ebbri di odio e di ferocia, hanno massacrato intere famiglie nelle loro case. Genitori davanti ai figli, figli davanti ai genitori. Hanno violentato e ucciso persone innocenti che ballavano al Nova festival. Le hanno inseguite e trucidate con il godimento dei cacciatori, o come se fossero personaggi di un gioco per computer.

“Qui giacciono i nostri corpi, in una lunga, lunga fila”, ha scritto Haim Guri durante un’altra guerra (o forse è la stessa, che prosegue all’infinito). “Qui giacciono i nostri corpi, in una lunga, lunga fila. I visi sono cambiati. La morte traspare dai nostri occhi”. E in effetti i nostri visi sono cambiati. Non saremo più come eravamo. Ciò a cui abbiamo assistito in questi giorni, gli orrori di cui siamo stati testimoni, il volto dell’odio: chi li ha visti, non riuscirà più a vivere.

È come se una …

Sono trascorsi quaranta giorni da quel sabato in cui la vita di centinaia di uomini e donne, neonati, bambini e anziani è stata distrutta. I terroristi di Hamas, ebbri di odio e di ferocia, hanno massacrato intere famiglie nelle loro case. Genitori davanti ai figli, figli davanti ai genitori. Hanno violentato e ucciso persone innocenti che ballavano al Nova festival. Le hanno inseguite e trucidate con il godimento dei cacciatori, o come se fossero personaggi di un gioco per computer.

“Qui giacciono i nostri corpi, in una lunga, lunga fila”, ha scritto Haim Guri durante un’altra guerra (o forse è la stessa, che prosegue all’infinito). “Qui giacciono i nostri corpi, in una lunga, lunga fila. I visi sono cambiati. La morte traspare dai nostri occhi”. E in effetti i nostri visi sono cambiati. Non saremo più come eravamo. Ciò a cui abbiamo assistito in questi giorni, gli orrori di cui siamo stati testimoni, il volto dell’odio: chi li ha visti, non riuscirà più a vivere.

È come se una voragine si fosse aperta in seno alla realtà, e ci avesse risucchiato. Per contro ci sono storie di eroismo e di sacrificio. Racconti di ciò che esseri umani hanno compiuto per altri esseri umani. L’inconcepibile coraggio di chi ha dato l’anima – letteralmente – per salvare vite umane. Per proteggere la propria famiglia, la propria casa, il proprio kibbutz e, talvolta, persone sconosciute.

Uomini e donne hanno rischiato ripetutamente la vita con coraggio indescrivibile. Nel giro di un attimo, con un unico gesto. Saltando per esempio su una granata lanciata contro una tettoia protettiva, o un rifugio, per salvare i propri famigliari che vi cercavano riparo. E nel sacrificarsi in questo modo hanno destabilizzato profondamente le convenzioni del mondo che conosciamo: cinico, egoista e opportunista.

Dal 7 ottobre penso molto a queste persone che abbiamo incrociato per un istante per strada, nella vita di tutti i giorni. E che di punto in bianco, da una quotidianità banale, si sono ritrovate catapultate in una delle prove più difficili che un essere umano debba mai affrontare. Una prova di vita e di morte.

Oggi siamo qui per raccontare, per ascoltare, per ricordare. Per trasformare la “memoria” pubblica, ufficiale, in una “nostra”, che ci appartenga.

Per ricordare un mondo che è svanito con la perdita dei nostri cari. Dopotutto, con ciascuno di loro, si è perso un mondo intero e, si potrebbe dire, “un’intera cultura”, personale e privata, una sorta di minuscola civiltà famigliare fatta di ricordi riservati e intimi, di piccole battute e risate solo sue, di sensibilità, di sfumature, di momenti di grazia e di un linguaggio privato comprensibile solo a chi a tale cultura appartiene. Tutto questo è andato perduto, anche se non del tutto. D’ora in poi, infatti, sussisterà quasi esclusivamente nella cassa di risonanza della perdita. Ed è difficile. Ci si deve abituare. Ci si deve abituare al fatto che, a partire da questo momento, tutto, o quasi tutto, costerà dolore. Che l’intera esistenza sarà binaria: o zero o uno; non c’è o c’è. E che ricorderemo i nostri cari nello spazio interiore in cui vigono queste leggi.

Li ricorderemo però dando loro movimento. Perché la morte congela, pietrifica, ma nel movimento c’è vita.

Ricorderemo i loro volti, la loro lucentezza, le loro espressioni, il flusso della vita nei loro gesti, nelle loro risate, nel loro dolore. Ricorderemo la loro voce e la scintilla di luce nei loro occhi. Il valore che davano alle persone, alle azioni.

Ma soprattutto piangeremo i giovani assassinati. Per tutta la vita piangeremo le loro esistenze recise. Il futuro che avrebbero potuto avere. Un futuro prospero. Piangeremo i piccoli e i grandi piaceri della loro esistenza. Le loro gioie, ma anche le loro angosce e i loro dolori: il marchio della vita nella sua pienezza. Per non parlare dei bambini, di ciò che hanno passato e stanno passando, prigionieri di Hamas. I nostri amati bambini dei quali è quasi impossibile parlare, a causa del dolore che l’anima non riesce a contenere.

Haim Nachman Bialik scrisse nella poesia Il massacro: “E il sangue penetrerà l’abisso! Il sangue penetrerà fino agli abissi più bui”. E noi ci chiediamo: come potremo rialzarci dopo essere stati negli abissi più bui? Dopo aver vissuto il massacro? Dopo essere stati “nella città del massacro”?

E ci domandiamo anche: chi saremo? Che tipo di persone diventeremo, quale società creeremo, su quali valori cresceremo d’ora in poi i nostri figli, dopo che saremo risorti dalle ceneri?

E dove troveremo la forza di rialzarci, di costruire case, di arare campi, di mettere al mondo figli in un mondo come questo?

Cari amiche e amici, abitanti delle località intorno alla Striscia di Gaza, del sud di Israele, vi ho visto nell’ultimo mese. Come tutto il popolo di Israele vi ho guardato a lungo in televisione, giorno e notte. E ho pensato che per quasi tutta la vostra vita Israele è stato in guerra, o impegnato in uno scontro violento con i suoi vicini. E voi eravate quasi sempre sul confine, in prima linea. E avete pagato un prezzo enorme.

Eppure la guerra non vi ha abbruttito. È questa l’impressione che ho avuto nel vedervi e nel sentirvi parlare.

Eravate e siete persone integre. Che dicono ciò che hanno nel cuore. Che perseguono la pace, il bene. Spesso anche quello del loro nemico.

Molte prove ci attendono. Alcune le stiamo già vivendo. Stiamo infatti dando prova di uno spirito civile meraviglioso e creativo. Di travolgente solidarietà. Di massiccia mobilitazione nel riparare ciò che lo Stato ha rovinato. Ancora oggi, anche dopo tutto quello che è successo, c’è la sensazione che da qui, da questo punto, insieme a voi - abitanti delle città, dei paesi, dei kibbutz e dei moshav - sia possibile costruire un nuovo stato, per la seconda volta. Con voi, con le vostre forze, con il vostro coraggio, possiamo ricominciare da capo, dall’inizio.

(Traduzione di Alessandra Shomroni)

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