Avrà udito il Presidente del Senato ieri sera dal palco reale, frammisto alle note del Don Carlo, il fragore delle bombe che la notte del 15 agosto 1943 sfondarono il tetto del Teatro alla Scala, sganciate dagli inglesi ma attirate sull’Italia da Benito Mussolini, l’uomo sciagurato di cui lui ancora conserva il busto nel suo studio? Avrà percepito le voci delle maestranze che alla vigilia del Risorgimento si unirono commosse al coro degli ebrei del Nabucco, risvegliate nel patriottismo da quel canto di popoli oppressi, i cui discendenti odierni (Cgil Scala) hanno rifiutato il rituale saluto istituzionale “a chi non ha mai condannato il fascismo”? Sarà giunto fino al palco reale, mescolato a quello del pubblico presente, l’applauso liberatorio con cui decine di migliaia di milanesi, assiepati nelle strade circostanti, il 16 maggio del 1946 salutarono il ritorno alla Scala ricostruita di Arturo Toscanini, bandiera internazionale dell’antifascismo, e con esso il ritorno alla libertà, all…
Avrà udito il Presidente del Senato ieri sera dal palco reale, frammisto alle note del Don Carlo, il fragore delle bombe che la notte del 15 agosto 1943 sfondarono il tetto del Teatro alla Scala, sganciate dagli inglesi ma attirate sull’Italia da Benito Mussolini, l’uomo sciagurato di cui lui ancora conserva il busto nel suo studio? Avrà percepito le voci delle maestranze che alla vigilia del Risorgimento si unirono commosse al coro degli ebrei del Nabucco, risvegliate nel patriottismo da quel canto di popoli oppressi, i cui discendenti odierni (Cgil Scala) hanno rifiutato il rituale saluto istituzionale “a chi non ha mai condannato il fascismo”? Sarà giunto fino al palco reale, mescolato a quello del pubblico presente, l’applauso liberatorio con cui decine di migliaia di milanesi, assiepati nelle strade circostanti, il 16 maggio del 1946 salutarono il ritorno alla Scala ricostruita di Arturo Toscanini, bandiera internazionale dell’antifascismo, e con esso il ritorno alla libertà, alla democrazia, alla vita dopo la fine dell’apocalittica guerra e dittatura fascista?
Non sono domande suggerite dalla sterile polemica politica. Provengono, al contrario, dal fecondo campo della cultura. Sì, perché il dissidio che alla vigilia ha contrapposto per alcune ore il sindaco di Milano, risoluto a sedere in platea con Liliana Segre, al Presidente del Senato, la cui presenza nel palco reale era parsa incompatibile con quella della senatrice a vita (poi frettolosamente assorbito dal solito compromesso diplomatico), impone una riflessione che riguarda il rapporto tra politica e cultura.
Nel momento in cui i lavoratori del Teatro alla Scala rifiutano il rituale saluto a rappresentanti istituzionali che non abbiano mai condannato il fascismo, non stanno facendo politica, stanno difendendo il libero territorio della cultura dall’abuso politico. Ovviamente, qui non si mette in questione il diritto di qualsiasi individuo di andare a teatro, qualunque siano le sue idee politiche. Qui si afferma, piuttosto, che un esponente politico post-fascista il quale non abbia pienamente abiurato il fascismo, e dunque il suo passato neo-fascista, qualunque sia il ruolo istituzionale da lui ricoperto, non sarà mai di casa al Teatro alla Scala. Ed è proprio così: per quanto smaniosi siano di rivincite dopo una vita ai margini, per quanto si affannino con la loro ostentata presenza a conquistare i luoghi della cultura, i nuovi potenti del post-fascismo irredento saranno sempre abusivi in sacrari della musica quale il Teatro alla Scala.
E non sono certo io a dirlo. È la Scala stessa, la sua storia, la sua cultura. Mi si potrà obiettare che sono state le recenti elezioni politiche ad issare un post-fascista mai pentito fino al palco reale del teatro. È vero. Ma questo non lo rende meno estraneo, meno alieno, meno abusivo. Il bello dell’arte e della cultura, la loro libertà, la loro incoercibile indipendenza rispetto al potere politico, discendono dal fatto che arte e cultura vivono in un tempo più vasto, più arioso dall’asfittico tempo della cronaca. La grande musica scaturisce all’incrocio delle risonanze di epoche durate secoli; per questo motivo, resta immune alla dettatura e, talvolta, alla dittatura della cronaca. Arte, cultura e musica vivono nel tempo lungo della storia, perfino in quello ciclico del mito, non in quello corto della cronaca. Della storia portano, perciò, incancellabile memoria. E la storia del Teatro alla Scala, come quel del Piccolo Teatro di Milano nel cui consiglio d’amministrazione il potente di turno ha paracadutato il figlio, racconta di un sodalizio non scioglibile tra libertà e creazione artistica, di un legame indissolubile tra democrazia e antifascismo. Lo stesso legame che sta a fondamento della nostra costituzione repubblicana. Qualunque potente di turno non partecipi di quel legame, sia anche il Presidente del Senato, sieda anche nel palco reale, resta un alieno, un abusivo, un signor nessuno.
È peculiare della nuova destra populista sovranista la volontà di egemonia culturale (esercitata negli ultimi trent’anni non dalla sinistra, come si sente spesso ripetere, ma dal berlusconismo). Questo fa sì che i nuovi potenti abbiano una doppia agenda, quella propriamente politica e quella di politica culturale. Se per egemonia culturale s’intende un effettivo primato nel campo della produzione culturale, la sistematica, talvolta sfacciata occupazione delle posizioni di potere nelle istituzioni culturali attuata dal presente Governo certo non raggiungerà lo scopo. Per primeggiare, per eccellere, occorre il talento degli autori, l’ingegno delle opere, il gradimento del pubblico. Non bastano le poltrone. Se invece si intende la capacità di un gruppo dirigente di imporre ad altri gruppi, attraverso pratiche quotidiane, la propria mentalità fino alla sua interiorizzazione, creando un sistema di controllo, allora, a lungo andare, purtroppo, può funzionare. Le due strade non possono, però, essere confuse: la prima conduce al virtuoso potere della cultura, la seconda alla ben nota empietà del potere sulla cultura.
In ogni caso, si può riscrivere la storia ma non rifarla. E la storia del Teatro alla Scala dice che chi non abbia mai rinnegato il fascismo, mai sarà di casa in questo tempio laico della cultura.