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Gender pay gap, punito il sogno delle ragazze

(fotogramma)
Le donne assunte meno degli uomini e spesso a tempo determinato anche con le agevolazioni fiscali sono un’altra faccia della cultura patriarcale
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Non c’è niente da fare, non se ne esce: nonostante gli incentivi che, almeno per quanto riguarda le assunzioni femminili, si sono oggettivamente moltiplicati negli ultimi anni – prima con le misure adottate dal governo Gentiloni, poi con le norme del Conte 1, del Conte 2, del governo Draghi e persino del governo Meloni – il gender pay gap, ovvero il divario di genere occupazionale, resta e si approfondisce. I forti incentivi alle imprese e alle aziende – affinché venissero assunti soprattutto i giovani e le donne – sono stati gestiti in maniera talmente maldestra (maldestra?) che, nel corso del 2022, le donne che ne hanno effettivamente beneficiato sono state solo il 40%. Con l’aggravante di un part-time imposto a quasi il 58,5% delle donne assunte, come mostra in maniere inequivocabile l’ultimo rapporto dell’Inapp, che sarà presentato a Montecitorio il 14 dicembre. Ma non è tanto di bonus, norme e numeri che voglio parlare oggi, quanto dell’assurdità di un sistema che, anche in prese…

Non c’è niente da fare, non se ne esce: nonostante gli incentivi che, almeno per quanto riguarda le assunzioni femminili, si sono oggettivamente moltiplicati negli ultimi anni – prima con le misure adottate dal governo Gentiloni, poi con le norme del Conte 1, del Conte 2, del governo Draghi e persino del governo Meloni – il gender pay gap, ovvero il divario di genere occupazionale, resta e si approfondisce. I forti incentivi alle imprese e alle aziende – affinché venissero assunti soprattutto i giovani e le donne – sono stati gestiti in maniera talmente maldestra (maldestra?) che, nel corso del 2022, le donne che ne hanno effettivamente beneficiato sono state solo il 40%. Con l’aggravante di un part-time imposto a quasi il 58,5% delle donne assunte, come mostra in maniere inequivocabile l’ultimo rapporto dell’Inapp, che sarà presentato a Montecitorio il 14 dicembre. Ma non è tanto di bonus, norme e numeri che voglio parlare oggi, quanto dell’assurdità di un sistema che, anche in presenza di importanti incentivi, continua a penalizzare le donne, escludendole dal mercato del lavoro nonostante le competenze, gli studi, la buona volontà e tutte quelle capacità (vogliamo ricordare il multitasking?) che molte di loro sono state costrette a sviluppare nel corso dei secoli proprio per cercare di farsi spazio in mondo che, di spazio alle donne, ne lasciava ben poco. Niente, non se ne esce. Anzi. L’attuale gender pay gap è così profondo e tragico che, a breve, si tradurrà inesorabilmente in un altrettanto tragico e profondo gender pension gap. Altro che parità ormai raggiunta!

Altro che: basta con questo piangersi addosso femminile!, come si sente ripetere in giro, sui social o in tv, da parte dei soliti maschi alfa, che amano tanto gli spiegoni e che sono sempre pronti a fare la morale, perché ormai voi donne avete tutto, e se c’è qualcosa di cui ci si dovrebbe davvero preoccupare è la fragilità identitaria dei ragazzi: tra poco, se non si guarda con occhio vigile, saranno le ragazze a scalare le vette e a dominare il mondo grazie a evidenti (evidenti?) vantaggi strutturali a livello educativo. Cioè? Le ragazze studiano, si impegnano, ottengono migliori risultati a scuola e in università rispetto ai colleghi maschi e quindi, poi, vanno bloccate per impedire che i ragazzi, vedendosi sorpassati, entrino in crisi? È questo che pensano gli imprenditori o i Drh quando, nonostante gli ingenti incentivi proposti dai governi, continuano ad assumere principalmente i maschi? Oppure questi ragionamenti non c’entrano affatto con il gender gap – non c’entra la paura di invertire la tendenza, non c’entra l’ostilità nei confronti delle discriminazioni positive, così come non c’entrano le nuove fragilità identitarie maschili – e siamo ancora immersi fino al collo in una subcultura patriarcale all’interno della quale, nonostante il passare degli anni, le donne continuano a essere viste e percepite in primo luogo come madri e spose e compagne e angeli del focolare, e quindi caregiver che, di tempo e di energia da dedicare al lavoro, ne avrebbero per forza meno dei compagni o dei mariti?

Ma, forse, importa pure poco capire se è per paura del sorpasso oppure per ataviche abitudini che non si riesce a colmare il gender gap nemmeno con gli incentivi fiscali ad hoc. Ciò che conta, purtroppo, è la realtà: quella oggettiva e brutale che ci dice che sono ancora e sempre gli uomini a essere maggiormente (e regolarmente) assunti, mentre le donne si vedono per lo più imporre part-time, e quindi orari ridotti o contratti a termine, impieghi stagionali o lavoro discontinuo, e quindi un’autonomia economica praticamente inesistente. Checché ne pensino gli adepti del mansplaining, gli stereotipi di genere sono ancora troppo radicati e pervasivi nel nostro Paese: ci sono ancora troppi datori di lavoro che vedono la donna innanzitutto come curatrice della casa e della famiglia, oppure, ancora peggio, che attribuiscono alle donne la colpa della propria non-impiegabilità – non hanno sufficientemente fiducia in loro stesse, si tirano indietro, non hanno coraggio, non sanno cosa sia la leadership, non si impongono, cedono, sono passive, sono remissive. Gira e volta, è sempre una questione educativa, come nel caso delle violenze di genere, che non cesseranno finché non si opterà per una vera e propria rivoluzione culturale. Gira e volta, è sempre problema legato agli stereotipi di genere, quei cliché che si sono accumulati nel corso dei secoli e che nessun incentivo potrà smontare o decostruire senza un lavoro pedagogico profondo. Finché non cambierà la mentalità dei maschi dominanti, le donne continueranno a farsi discriminare o massacrare. E il gender gap, invece di scomparire, non smetterà di approfondirsi.

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