Il Palio conteso fra Conte e Schlein
di Stefano FolliLa scena dell’alto funzionario Rai che va alla festa di Fratelli d’Italia, Atreju, ad attaccare l’opposizione, rende l’idea dello stravagante happening in cui sa ridursi la politica italiana.
La premier Giorgia Meloni, per sua fortuna, non era ancora arrivata al festival perché alle prese con la riforma del Patto di stabilità e prima con l’apertura all’Ucraina nell’Unione europea quale baluardo contro la pressione russa.
Ma tutto si mescola, l’alto e il basso: la politica seria e gli episodi minori, tra l’arrogante e il grottesco. Nel caso di Atreju, da un lato la presenza di Elon Musk, che simboleggia la proiezione verso il futuribile, e dall’altro le beghe provinciali. Così sarà nelle prossime settimane, via via che ci inoltreremo in una campagna elettorale di fatto già cominciata.
Questo aspetto coinvolge anche l’opposizione, s’intende, e in forme non meno sorprendenti. Il tema qui è l’abilità di Giuseppe Conte nello stare sulla scena, rubandola a Elly Schlein e al Pd. Per cui il c…
La scena dell’alto funzionario Rai che va alla festa di Fratelli d’Italia, Atreju, ad attaccare l’opposizione, rende l’idea dello stravagante happening in cui sa ridursi la politica italiana.
La premier Giorgia Meloni, per sua fortuna, non era ancora arrivata al festival perché alle prese con la riforma del Patto di stabilità e prima con l’apertura all’Ucraina nell’Unione europea quale baluardo contro la pressione russa.
Ma tutto si mescola, l’alto e il basso: la politica seria e gli episodi minori, tra l’arrogante e il grottesco. Nel caso di Atreju, da un lato la presenza di Elon Musk, che simboleggia la proiezione verso il futuribile, e dall’altro le beghe provinciali. Così sarà nelle prossime settimane, via via che ci inoltreremo in una campagna elettorale di fatto già cominciata.
Questo aspetto coinvolge anche l’opposizione, s’intende, e in forme non meno sorprendenti. Il tema qui è l’abilità di Giuseppe Conte nello stare sulla scena, rubandola a Elly Schlein e al Pd. Per cui il centrosinistra appare diviso pur esprimendosi con toni fin troppo convergenti nella forma, ma non nella sostanza: vedi Ucraina e Medio Oriente.
La verità è che nel cabotaggio quotidiano a ricavarne un vantaggio d’immagine (di “visibilità”, come si dice) è quasi sempre il furbo avvocato “del popolo”. Non a caso Schlein è stata indotta a riunire i leader storici per parlare d’Europa (da Prodi a Gentiloni a Letta), con ciò riconoscendo in modo implicito che c’è qualcosa da registrare nel rapporto del Pd con il suo elettorato.
E non è solo un problema di come si comunica. Si avverte una rivalità di fondo, una contesa appena dissimulata per la “leadership” del centrosinistra, in cui uno dei due concorrenti, Conte, non esita a mettere in campo ogni astuzia che la sua spregiudicatezza gli suggerisce. Mentre dall’altra parte c’è una Schlein che gioca la sua partita senza barare, semmai con un eccesso di ingenuità e scarsa fantasia, ma in modo trasparente.
Conte invece non si tira mai indietro. Lo si vede nella vicenda del Mes: uno che è stato due volte presidente del Consiglio e ora fa capire di non voler ratificare il fondo Salva-Stati, lieto di vedere presto il Pd e FdI votare insieme in Parlamento, così da riservarsi le comodità dell’opposizione, magari accanto a Salvini, l’alleato ai tempi d’oro dell’esecutivo giallo-verde e delle politiche anti-immigrazione.
È fin troppo facile dedurne che le mosse tattiche di Conte sono rivolte in prevalenza contro il Pd, nello sforzo di superarlo nei consensi. Il che non è ancora avvenuto, anzi non pare che la guerra intestina faccia molto bene al centrosinistra nel suo complesso.
Il fatto è che prima del voto europeo ci sono ancora lunghi mesi e la corsa è un po’ come il Palio di Siena: non vince necessariamente il cavallo migliore, bensì quello montato dal fantino avvezzo ai trucchi o ai colpi bassi più efficaci.
Sul Mes si tratta di sicuro di un colpo basso. In cui Conte mette a segno un triplice colpo: tiene la scena a tu per tu con la premier; offusca Elly Schlein e la riduce quasi a un ruolo di comprimaria; esprime ancora una volta tutto il suo rancore per Draghi.
Si dirà che per reggere a lungo un simile gioco bisogna essere ben convinti dell’immoralità della politica. Ma questo non è mai stato un problema per il capo dei 5S.
Lo è, o dovrebbe esserlo, per il Pd. Dare l’impressione di accodarsi sempre al partner, specie sui dossier più delicati, sembra la strada migliore per dargli ragione e far emergere una “leadership” politica che invece esiste solo nelle ambizioni di un abile fantino.