Il processo a Jimmy Lai, l’ex editore di Apple Daily, il giornale simbolo delle proteste democratiche del 2019, che si è aperto dopo infiniti rinvii, segna un ideale spartiacque tra il modello indicato da Deng Xiaoping per Hong Kong (“un Paese, due sistemi”) e il regime poliziesco imposto da Xi Jinping. Che ha vietato - attraverso il suo braccio armato, l’ex poliziotto John Lee, divenuto il city leader - una giuria popolare e un difensore inglese, pur essendo Lai cittadino britannico: in spregio di ogni autonomia del sistema giudiziario promesso almeno fino al 2047, l’anno della fine del periodo transitorio.
La grande importanza simbolica del processo, definito da David Cameron …
Il processo a Jimmy Lai, l’ex editore di Apple Daily, il giornale simbolo delle proteste democratiche del 2019, che si è aperto dopo infiniti rinvii, segna un ideale spartiacque tra il modello indicato da Deng Xiaoping per Hong Kong (“un Paese, due sistemi”) e il regime poliziesco imposto da Xi Jinping. Che ha vietato - attraverso il suo braccio armato, l’ex poliziotto John Lee, divenuto il city leader - una giuria popolare e un difensore inglese, pur essendo Lai cittadino britannico: in spregio di ogni autonomia del sistema giudiziario promesso almeno fino al 2047, l’anno della fine del periodo transitorio.
La grande importanza simbolica del processo, definito da David Cameron “una persecuzione politica”, è confermata dalla presenza nella tribuna del pubblico di molti diplomatici stranieri e del cardinale Joseph Zen, un’altra figura di riferimento delle proteste per la democrazia del 2019. Per gli osservatori internazionali l’andamento e l’esito di questo processo (Lai è accusato di “collusione con forze straniere e cospirazione per la pubblicazione di materiale sedizioso”) sono la cartina di tornasole dell’involuzione autoritaria del regime di Xi. Ma sono soprattutto un motivo in più di allarme per Taiwan, che terrà elezioni all’inizio del prossimo anno in un voto dall’esito incerto tra chi vorrebbe un riavvicinamento con Pechino e chi, invece, vede proprio nelle vicende di Hong Kong un motivo per difendere la propria indipendenza con le unghie e con i denti.
I residenti di Hong Kong hanno dato il loro giudizio sull’iniquità del processo all’ex editore di Apple Daily, il tabloid in lingua cinese più diffuso fino alla chiusura forzata nel 2021, con la bassissima affluenza al voto all’inizio di questo mese per quelle che sono state definite le elezioni patriots only: di fatto vietate all’opposizione, con solo il 20 per cento di liberi candidati, tutti gli altri imposti da appositi comitati costituiti da John Lee, l’uomo scelto da Xi Jinping per imporre “legge e ordine” nell’ex colonia britannica. L’affluenza, su 4,3 milioni di potenziali elettori, è stata soltanto del 27,5 per cento, contro il 71,2 per cento del 2019, l’anno delle grandi manifestazioni democratiche, represse con brutali metodi polizieschi e arresti in massa tra gli oppositori. Quest’anno l’unico modo di manifestare il proprio dissenso per la gente di Hong Kong era non andare a votare. In qualche modo la linea invocata da Aleksej Navalny, il dissidente sparito da giorni nell’Arcipelago Gulag russo, per le elezioni del 17 marzo 2024: non votare per Putin.
La Cina di Xi, sul piano delle libertà democratiche, è come la Russia di Putin, se non peggio. A Hong Kong ormai è caccia all’uomo. Mentre si attende la sentenza di un altro processo a 47 attivisti dell’opposizione, le autorità guidate dall’ex poliziotto John Lee hanno emesso una taglia di un milione di dollari di Hong Kong (equivalenti a 128.000 dollari Usa) su cinque dissidenti autoesiliatisi per sfuggire alla cattura. Una taglia analoga era già stata posta per altri otto capi dell’opposizione sfuggiti alla cattura. Agnes Chow, figura di spicco della dissidenza, ha annunciato di essere riuscita a riparare in Canada: la polizia le aveva ridato il passaporto confiscato in cambio di una “lettera di pentimento” e l’impegno a fare un “tour patriottico” nella Cina continentale accompagnata da funzionari della sicurezza.
In questo clima di caccia alle streghe la sentenza per Lai, in carcere dal 2020, sembra scritta: da un minimo di dieci anni in su, dopo che ha già ricevuto l’anno scorso una condanna a 5 anni e 9 mesi per “frodi fiscali”, relative all’affitto della sede di Apple Daily: per un uomo di 76 anni equivale all’ergastolo.
E per Hong Kong la condanna di Lai equivale alla fine dei sogni di prosperità economica e di libertà politica. La stretta poliziesca imposta da Xi dopo le manifestazioni del 2019, oltre ad altre misure restrittive come la politica del “no Covid”, hanno minato la crescita economica dell’ex colonia, che era stata impetuosa dopo il 1997. Alcune multinazionali stanno spostando il loro quartier generale dell’Estremo Oriente a Singapore. All’inizio del mese Moody’s ha degradato a negativo l’outlook di Hong Kong motivando la decisione con “i legami politici, istituzionali, economici sempre più stretti” con la Cina.
Xi Jinping aveva già rinnegato l’eredità ideale di Deng con il XX congresso dell’ottobre 2022, che lo ha acclamato di fatto presidente a vita. Con il processo a Lai la sta cancellando anche dall’ultimo lembo di Cina dove restava una parvenza di libertà e di democrazia.