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Atreju, l’umiliante autocelebrazione

(ansa)

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I quattro giorni della kermesse di Meloni sono serviti solo a esaltare la premier e attaccare i nemici della sua politica
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I giorni (quattro giorni interi del servizio pubblico Rai) durante i quali Giorgia Meloni ha imposto agli italiani di subire il suo Atreju, in luogo della memoria e celebrazione di Alessandro Manzoni e dei Promessi Sposi (stessi giorni) sono stati, oltre che umilianti perché affollati di terze e quarte file di una sottocultura ignota ed estranea a gran parte del Paese, anche colme di notizie che vale la pena di non disperdere. Proverò a elencarne qualcuna.

Primo: una frase da scrivere sui muri, come ai tempi cari al padre di La Russa, e misteriosamente presenti nel subconscio della giovane Meloni è quella intorno a cui il presidente del Consiglio italiano ha centrato il suo comizio: “Non vi libererete mai di me”. La frase, infatti, è l’equivalente perfetto di “Credere, obbedire, combattere” ovvero “non siamo qui per confrontare idee o per venire a patti, ma per fare” (e avete visto il fanatismo con cui si celebra nella tribù Meloni, questa parola, come virile contrapposizione al…

I giorni (quattro giorni interi del servizio pubblico Rai) durante i quali Giorgia Meloni ha imposto agli italiani di subire il suo Atreju, in luogo della memoria e celebrazione di Alessandro Manzoni e dei Promessi Sposi (stessi giorni) sono stati, oltre che umilianti perché affollati di terze e quarte file di una sottocultura ignota ed estranea a gran parte del Paese, anche colme di notizie che vale la pena di non disperdere. Proverò a elencarne qualcuna.

Primo: una frase da scrivere sui muri, come ai tempi cari al padre di La Russa, e misteriosamente presenti nel subconscio della giovane Meloni è quella intorno a cui il presidente del Consiglio italiano ha centrato il suo comizio: “Non vi libererete mai di me”. La frase, infatti, è l’equivalente perfetto di “Credere, obbedire, combattere” ovvero “non siamo qui per confrontare idee o per venire a patti, ma per fare” (e avete visto il fanatismo con cui si celebra nella tribù Meloni, questa parola, come virile contrapposizione alle proposte inutili di discutere e di pensare).

Secondo: “Dio ti manda all’Italia come manda la luce, duce, duce, duce!” è un altro inno che ha animato la vita di certi antenati del presente regime, e si è installato anch’esso, chissà come,n el subconscio del presidente in carica. Lo si è visto quando la folla degli Anelli ha cominciato a invocare “Giorgia, Giorgia, Giorgia!”. E qui riemerge l’altro inno di un regime riesumato dalla tomba: “Snuda la spada quando tu. La vuoi, gagliardetti al vento, tutti verremo a te”.

Terzo: la folla di Atreju aveva ragione nel suo urlare e invocare. La loro Meloni non aveva esitato a fare un violento comizio, una chiamata alle armi, invece della relazione di una statista dopo un anno di governo. E ha usato come target i suoi nemici personali, chiamandoli per nome (anche gli estranei alla politica) solo per il fatto di scrivere bene, e di scrivere di lei raccontando fatti veri, cose accadute, personaggi come Donzelli e Delmastro, e denigrando, con documenti a quanto pare non veri in mano, il suo avversario Conte (Cinque Stelle), e tentando di mostrare tutta l’avversione possibile verso Elly Schlein, colpevole di non essere incolta e di riferirsi alla storia italiana così come essa è conosciuta nel mondo.

Quarto. Ma quando non insulta e non attacca, Giorgia Meloni “mandata all’Italia come Dio manda la luce”, (altro inno fascista degli anni Trenta) ha fatto la sua dettagliata e ripetuta autocelebrazione, senza il minimo imbarazzo, dando tutto per riuscito in pieno, “come non era mai accaduto prima con alcun governo” e che ha fatto di lei (di lei, Giorgia Meloni) un riferimento del mondo e la sola a cui rivolgersi in caso di guerre, crisi o collassi economici. Come in ogni altra parte del lunghissimo comizio, non c’è alcuna traccia di umorismo. Piuttosto frequenti fremiti di rabbia e una evidente voglia di punire.

Quinto. Ma bisogna tener conto dei suoi amici e sostenitori, tenendo presente che si tratta di legami stretti e, a quanto pare indissolubili, benché in quasi totale contraddizione con il suo apparente atlantismo. In prima fila troviamo il premier ungherese Orbàn che ha insegnato alla Meloni tutto ciò che si deve sapere per tormentare o abbandonare al loro destino i migranti. Ma intanto dalla Spagna viene in visita e sostegno il capo di Vox (quello in onore del quale la Meloni ha urlato di essere donna, madre, italiana, cristiana) che ha subito detto, come biglietto da visita, che impiccherebbe volentieri per i piedi il presidente del suo Paese. Intanto ci sono scambi di gentilezze con il nuovo presidente argentino di estrema destra che si presentava ai comizi con motosega per esprimere meglio il suo pensiero riformatore. Tutti aspettano Donald Trump, che lo dicano o no. E Giorgia Meloni, dopo le smancerie con Biden, è giustamente prudente. Ma parlano per lei tutti i suoi amici, la fraterna amicizia con Salvini. E il suo comizio minaccioso e violento di Atreju.

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