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Patto di stabilità, il boomerang dei sovranisti

Giorgia Meloni con Scholz e Macron la sera del 13 dicembre

 (ansa)
Meloni e Giorgetti hanno provato a resistere alla Ue ma poi hanno chinato il capo di fronte a Francia e Germania
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Com’era prevedibile e previsto, la sovranità del governo sovranista di Giorgia Meloni è durata meno di 24 ore. Tante ne sono trascorse da quando il ministro dell’economia francese e il suo collega tedesco hanno trovato un accordo a due sulla riforma del Patto di stabilità a quando il ministro Giorgetti, in teleconferenza, ha chinato il capo e si è accodato ad approvare un testo definito «inaccettabile» solo pochi giorni prima.

L’intesa raggiunta ieri rende significativamente più flessibili le regole del vecchio Patto. Consente una maggiore prospettiva temporale nel definire le linee di politica di bilancio, sempre nell’ambito di argini chiaramente definiti all’espansione della spesa pubblica. Ma, soprattutto, offre alla Commissione e al Consiglio molta più discrezionalità e maggiori poteri per indirizzare l’azione dei governi nazionali e costringerli a fare quelle riforme strutturali che alcuni, come l’esecutivo di destra italiano, sembrano incapaci di varare. In questo senso si …

Com’era prevedibile e previsto, la sovranità del governo sovranista di Giorgia Meloni è durata meno di 24 ore. Tante ne sono trascorse da quando il ministro dell’economia francese e il suo collega tedesco hanno trovato un accordo a due sulla riforma del Patto di stabilità a quando il ministro Giorgetti, in teleconferenza, ha chinato il capo e si è accodato ad approvare un testo definito «inaccettabile» solo pochi giorni prima.

L’intesa raggiunta ieri rende significativamente più flessibili le regole del vecchio Patto. Consente una maggiore prospettiva temporale nel definire le linee di politica di bilancio, sempre nell’ambito di argini chiaramente definiti all’espansione della spesa pubblica. Ma, soprattutto, offre alla Commissione e al Consiglio molta più discrezionalità e maggiori poteri per indirizzare l’azione dei governi nazionali e costringerli a fare quelle riforme strutturali che alcuni, come l’esecutivo di destra italiano, sembrano incapaci di varare. In questo senso si inserisce coerentemente nella strategia di supervisione europea delle politiche economiche già avviata con i finanziamenti di NextGen Eu.

Anche per questo, al governo Meloni la riforma non piace. O, almeno, non piaceva fino a pochi giorni fa. L’ha combattuta in tutti i modi. Prima ha rigettato la proposta originaria presentata dal commissario Gentiloni, ripetutamente attaccato da esponenti della maggioranza, che era molto meno stringente di quella approvata ieri. Poi ha addirittura sostenuto che sarebbe stato meglio tornare al vecchio Patto senza modifiche. Ha cercato, inutilmente, di ricattare gli altri partner collegando la nuova disciplina fiscale alla ratifica nel Parlamento italiano del Meccanismo europeo di stabilità (che ora dovrà approvare senza contropartite). Per bocca della stessa Meloni ha fatto planare la minaccia di porre un veto all’accordo che già si stava profilando. Infine ha inseguito la vana speranza di un rinvio dell’intesa a dopo le elezioni europee, rinvio che avrebbe danneggiato la credibilità politica della Ue.

Nessuna di queste tattiche è servita a qualcosa. Del resto sarebbe stato facile capire che il Paese con i bilanci più malandati e il più esposto agli attacchi dei mercati finanziari non era nelle condizioni di battere i pugni sul tavolo e di imporre alcunché in materia di disciplina di bilancio. Soprattutto dopo aver varato una finanziaria che fa aumentare il nostro deficit e il nostro debito. Lo sapevano i nostri partner. Lo sapeva la Commissione. Lo sapeva benissimo anche Giorgia Meloni. Ma per qualche mese le ha fatto comodo presentarsi come la vittima dell’ennesimo complotto europeo che si ribella alle inique imposizioni di Bruxelles.

Tuttavia quello di Giorgia Meloni è, per fortuna, un sovranismo a sovranità limitata. E dunque adesso il Patto scellerato e «inapplicabile» è diventato improvvisamente «sostenibile». E le nuove norme, nelle dichiarazioni degli esponenti governativi, rappresentano «un miglioramento» rispetto a quelle del vecchio Patto che fino a pochi giorni fa era invece considerato «preferibile». La realtà è che le concessioni strappate alle pretese di rigore della Germania sono state negoziate, anche per conto dell’Italia, dall’odiato governo francese, dall’odiatissimo governo socialista spagnolo, che aveva la presidenza di turno della Ue, e dall’ancor più odiato commissario Gentiloni.

Adesso, però, tutta la maggioranza di destra si dice soddisfatta e proclama entusiasticamente la fine del rigore. Naturalmente facendo finta di non sapere che si troverà comunque imbragata in una camicia di forza che la obbligherà a concordare con Bruxelles un percorso credibile di rientro del deficit e una riduzione del debito più alto d’Europa, che proprio con Meloni sono ulteriormente aumentati.

Questo è l’ultimo punto che rivela l’ennesima contraddizione del governo. Il vecchio Patto era troppo rigido e schematico per essere veramente rispettato, e infatti molti Paesi nonostante le regole hanno visto peggiorare i loro conti pubblici. Il nuovo Patto, invece, si è dotato di una flessibilità che però vincola i governi a osservare una direzione di marcia da cui non si potrà deviare. Il suo rispetto dipenderà in larga misura dai criteri che saranno imposti dalla prossima Commissione, formata dopo le elezioni europee di giugno. Meloni e Salvini pensano che le destre usciranno vittoriose dalle urne. Ma una Commissione a trazione conservatrice e sovranista sarebbe certamente molto più dura e rigorosa sui conti pubblici di quella uscente, nominata da un centro-sinistra che loro sperano di cancellare per sempre.

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