L’altro giorno Giovanni Orsina ha toccato sulla Stampa un punto importante. Si è domandato come influiranno le scadenze elettorali del 2024 — prima il rinnovo del Parlamento europeo e poi, in autunno, la scelta del nuovo presidente americano — sulle ambiguità della destra italiana, sospesa tra pragmatismo e fedeltà a un’identità originaria o almeno presentata come tale.
Orsina ha centrato la sua analisi soprattutto sul rapporto con l’Europa. Ed è logico: dopo il “no” italiano, unico fra tutte le cancellerie, al fondo salva-Stati, la composizione dell’assemblea di Bruxelles e Strasburgo sarà essenziale per capire il peso della destra e quindi quale spazio di manovra avrà Giorgia Meloni (spazio che si prevede peraltro ridotto di parecchio dopo l’affare Mes).
Tuttavia l’altro voto, quello di novembre in America, produrrà conseguenze altrettanto rilevanti in Italia, per quanto al momento non del tutto decifrabili. Anzi, si può immaginare che la vittoria di Trump possa essere destabil…
L’altro giorno Giovanni Orsina ha toccato sulla Stampa un punto importante. Si è domandato come influiranno le scadenze elettorali del 2024 — prima il rinnovo del Parlamento europeo e poi, in autunno, la scelta del nuovo presidente americano — sulle ambiguità della destra italiana, sospesa tra pragmatismo e fedeltà a un’identità originaria o almeno presentata come tale.
Orsina ha centrato la sua analisi soprattutto sul rapporto con l’Europa. Ed è logico: dopo il “no” italiano, unico fra tutte le cancellerie, al fondo salva-Stati, la composizione dell’assemblea di Bruxelles e Strasburgo sarà essenziale per capire il peso della destra e quindi quale spazio di manovra avrà Giorgia Meloni (spazio che si prevede peraltro ridotto di parecchio dopo l’affare Mes).
Tuttavia l’altro voto, quello di novembre in America, produrrà conseguenze altrettanto rilevanti in Italia, per quanto al momento non del tutto decifrabili. Anzi, si può immaginare che la vittoria di Trump possa essere destabilizzante e scavare un’impronta profonda nella politica estera di Roma. E si capisce.
Finora le opzioni del governo di destra-centro hanno avuto l’amministrazione di Washington come punto di riferimento. La pagina più nitida dell’esecutivo Meloni, ossia l’appoggio esplicito e continuato nel tempo all’Ucraina contro la Russia, è servita alla destra nella versione FdI per accreditarsi presso Biden.
Per dire meglio: una certa diffidenza del destra-centro verso l’ortodossia europeista è stata bilanciata dal rapporto euro-atlantico, persino italo-atlantico. In linea di continuità con la stagione di Mario Draghi.
Trump, come è noto, rappresenta tutt’altra storia. Biden si è mosso nel solco tradizionale delle relazioni tra Usa ed Europa; viceversa il repubblicano non ha mai fatto nulla per nascondere la sua ostilità appena dissimulata verso l’Unione.
Agli occhi di una certa destra continentale, compresi alcuni settori italiani, Trump rappresenta una specie di richiamo della foresta. Soprattutto per quanto riguarda il riavvicinamento con Putin. Una Casa Bianca in mano ai repubblicani, anzi a quel repubblicano, è oggi il sogno segreto dell’autocrate di Mosca.
Peraltro quando si parla di destra filo-Putin ci si riferisce ai tedeschi di Alternative, probabilmente a Marine Le Pen, di sicuro ad altri segmenti dell’estremismo europeo. Non a Giorgia Meloni, che anzi in un anno ha costruito un rapporto chiaro con l’attuale presidente, ma sempre nel solco di una prospettiva politica che va oltre la singola persona.
Al contrario Salvini (il più filo-russo dei politici italiani) non ha alcuna remora. Se Trump dovesse prendere a picconate l’Europa e al tempo stesso stringere qualche patto con Mosca, si può credere che Salvini non avrebbe alcunché da obiettare. Anzi, si offrirebbe come terminale italiano nel nuovo scenario.
E lo stesso avverrebbe a sinistra, dove Conte potrebbe — perché no? — rispolverare la vecchia amicizia fra lui, “Giuseppi”, e Trump ai tempi del governo giallo-verde.
Sarebbe il modo più ovvio per continuare il gioco a rimpiattino fra 5S e Pd: un gioco nel quale il partito di Schlein si troverebbe a difendere una linea classica contro la miscela populista destra-sinistra innescata dalla smania vendicativa del nuovo/vecchio presidente.
È prematuro discuterne? Probabilmente sì, ma a Palazzo Chigi e dintorni già si riflette su queste ipotesi. Proprio sulla politica estera occidentale la premier ha compiuto i suoi passi più significativi: difficile credere che voglia subire un ricatto da Salvini. Per quanto non sarebbe semplice per lei, leader della destra, sottrarsi alle lusinghe trumpiane.
Lo stesso vale per il centro-sinistra, se non metterà a segno per tempo una solida strategia volta a gestire senza traumi l’eventuale ritorno.