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Il cambiamento che vogliamo dipende da noi

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La premier non guarda davvero ai bisogni delle donne
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Bene, un anno è trascorso, anche qualcosa di più, dall’insediamento di Giorgia Meloni alla guida del governo e dunque voltando le spalle al palco mi rivolgo a voi che l’avete votata, o non siete andati per sfiducia a votare e dunque avete fatto in modo che questo sia, adesso. Tantissimi anche a sinistra, o al centro, vi ho sentiti vi ho ascoltati ho risposto alle vostre lettere: dicevate è giovane, è una donna, è nuova, proviamo. Gli altri del resto sono sempre gli stessi, una cricca. La sinistra ha fallito, quando ha governato. Ha fatto il suo interesse, guarda questo guarda quello: hanno fatto soldi con le conferenze, hanno perso le elezioni, hanno fallito nel voto ma ottenuto posti di potere in Europa e ovunque, fanno affari opachi si propongono come consulenti per le industrie, cascano sempre in piedi, litigano fra loro, pur di azzopparsi a vicenda non si alleano e fanno vincere gli altri, guarda ora le primarie nelle città, che disastro. È vero. Ci siamo augurati e ci auguriamo a…

Bene, un anno è trascorso, anche qualcosa di più, dall’insediamento di Giorgia Meloni alla guida del governo e dunque voltando le spalle al palco mi rivolgo a voi che l’avete votata, o non siete andati per sfiducia a votare e dunque avete fatto in modo che questo sia, adesso. Tantissimi anche a sinistra, o al centro, vi ho sentiti vi ho ascoltati ho risposto alle vostre lettere: dicevate è giovane, è una donna, è nuova, proviamo. Gli altri del resto sono sempre gli stessi, una cricca. La sinistra ha fallito, quando ha governato. Ha fatto il suo interesse, guarda questo guarda quello: hanno fatto soldi con le conferenze, hanno perso le elezioni, hanno fallito nel voto ma ottenuto posti di potere in Europa e ovunque, fanno affari opachi si propongono come consulenti per le industrie, cascano sempre in piedi, litigano fra loro, pur di azzopparsi a vicenda non si alleano e fanno vincere gli altri, guarda ora le primarie nelle città, che disastro. È vero. Ci siamo augurati e ci auguriamo ancora un ricambio drastico, a sinistra: di intelligenze, di talenti. Le primarie hanno indicato Elly Schlein che ha un compito difficilissimo, tutti i nemici dentro casa, non vedono l’ora che cada così almeno ce lo fanno vedere loro come si fa a vincere, a governare. Tutti leader incompresi, sottovalutati, mancati. Tutti maschi, per inciso.

Ma è di Giorgia Meloni che volevo parlare. La fiducia c’era, almeno all’inizio almeno da parte di una buona parte — la maggioranza, un’ottima parte — e gli elettori in democrazia hanno sempre ragione. È giusto, non bisogna avere pregiudizi bisogna giudicare dai fatti dunque facciamolo, tiriamo una riga a quattordici mesi da quel 22 ottobre. Ora che abbiamo “l’uomo dell’anno”, come ha titolato il suo scudiero Mario Sechi su Libero varcando in letizia le soglie del ridicolo. Qualcosa di vero c’è, in quel titolo. Non basta essere donna, effettivamente, per avere a cuore i diritti delle donne. Non basta essere figlia e madre e sorella come nelle foto di famiglia esibite sui social per dire guardate: siamo tutte femmine, in questa casa, e voi avete l’ardire di parlare di patriarcato? Beh sì. Se ti fai chiamare Presidente stai assecondando un lessico secondo il quale, simbolicamente, ogni posizione di potere si declina al maschile. E scusate se parlo di parole, di lingua: arrivo subito al Mes all’Europa e Pnrr all’economia alle alleanze e ai soldi che ogni cosa muovono, ogni cosa determinano ma è dalle parole, invece, che passa l’idea di mondo che abbiamo. Le parole sono case, sono architetti di realtà: sono luoghi dove si va ad abitare. Se non c’è una parola che ti definisce allora non esisti. Orfano di figlia, di sorella: una parola non c’è.

Nell’inserto “L’anno che verrà”, che esce oggi con questo giornale, troverete un’intervista a Elena Cecchettin, la sorella di Giulia uccisa dal fidanzato (italiano, non straniero: dico a Salvini). Abbiamo parlato qualche settimana fa e ci siamo poste il problema che l’intervista “invecchiasse”, come si dice in gergo giornalistico, nei giorni. No, non invecchia. È tutto sempre vero. C’è una lingua condivisa che definisca quel che accade ogni giorno attorno a noi? Non c’è. Ci si aspetterebbe per esempio che una donna che vuol farsi chiamare uomo avesse la medesima attenzione per chi nato uomo si sente donna e fa un lavoro doloroso, faticoso per esserlo ma no, invece. Le persone in transito, le persone queer sono irrise, temute, depennate dal discorso di governo. L’educazione sentimentale nelle scuole dell’infanzia non si può fare perché la destra virile teme di essere messa in forse. I cognati, la repubblica dei cognati. Poi forse sì, poi forse ecco adesso che ci sono stati certi personali inciampi e fuorionda, si può ridiscutere del doppio cognome: tutti conservatori, prima, col cognome degli altri. Sono questioni inessenziali? Niente affatto. Sono il brodo di coltura di un discorso pubblico in cui i ragazzi è bello che a sedici anni imparino a sparare e le ragazze a diciotto anelino a diventare madri. I maschi alla guerra, le femmine a casa. “Una donna che ha messo al mondo due figli ha già dato un importante contributo alla società”, ha detto il Presidente Meloni, maschile. “Sono una donna sono una madre” ma poi taglia i fondi per gli asili nido, così le madri devono stare a casa ad accudire i figli come è giusto che sia. Il congedo paritario e retribuito di cinque mesi per entrambi i genitori? Certo che no. Gli uomini al lavoro, le donne a casa coi figli. Le ammazzano? Succede. Sono casi sporadici. Consultori e centri antiviolenza chiusi, del resto c’è da tagliare, da fare economia. Iva sui pannolini? Vabbè, dai. Sugli assorbenti? Che noiose, sempre ‘sta storia. Parità di salario? Uffa. Tutto il resto ne consegue. La premier è di fatto ostaggio della Lega sua alleata di governo. Ne discendono le politiche europee, le alleanze, il Mes. Il futuro dell’Italia in Europa, l’economia che verrà. Ma tranquilli. Anche se ci metteranno nella lista nera, gli euroburocrati, noi avremo il liceo Made in Italy, uno specifico corso di studi autarchico che valorizza la salama da sugo. Faremo da soli, non abbiamo bisogno di nessuno. Faremo accordi con l’amico albanese per contenere gli immigrati, che insidiano l’italianità. E no, nessuna cittadinanza per chi è nato qui. Sono invasori. A meno che non siano calciatori o campioni in qualche eccellenza, certo: allora sì, benvenuti. Ma gli altri, i deboli i fragili, i normali — tornino a casa loro. Occhio, amici. Magari anzi di certo la sinistra è confusa, non ancora pronta a proporre un’alternativa. Ma occhio. Perché è un attimo, lo slittamento al passato. Il problema grande, enorme, è l’impoverimento del linguaggio, della cultura, della capacità di opporsi al potere con la ragione. Lo diceva Umberto Eco, quando c’era. L’Ur-fascismo prospera nell’ignoranza delle cose. Tutto dipende da noi. Non da Lei, o Lui che si voglia chiamare. Voltate le spalle al palco, dipende da noi.

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