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Ucraina, il dilemma dell’Europa

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Serve un cambio di passo. E la responsabilità ricade soprattutto sulla Ue. Stiamo facendo abbastanza?
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Mentre molti di noi salutavano il nuovo anno con fuochi d’artificio, in allegria, assieme ai propri cari, gli ucraini subivano massicci attacchi aerei russi, e assistevano alla distruzione delle loro case e all’omicidio dei propri cari.

Vladimir Putin, quanto di più simile ad Adolf Hitler l’Europa abbia mai visto dopo il 1945, è deciso a sconfiggere e distruggere l’Ucraina indipendente. L’Ucraina è altrettanto determinata a resistere. Ma qual è l’obiettivo delle democrazie del resto del mondo in questo conflitto epocale?

La risposta che daremo nel 2024 non si limiterà a plasmare il futuro dell’Europa, sarà rivelatrice anche dei rispettivi punti di forza della democrazia e dell’autocrazia nel primo XXI secolo.

Innanzitutto, dobbiamo essere chiari sulla situazione in Ucraina. Non abbiamo uno stallo che potrebbe portare al congelamento del conflitto o a un accordo negoziato, come alcuni nel mondo occidentale ingenuamente sperano.

Siamo piuttosto nel bel mezzo di una lunga, complessa…

Mentre molti di noi salutavano il nuovo anno con fuochi d’artificio, in allegria, assieme ai propri cari, gli ucraini subivano massicci attacchi aerei russi, e assistevano alla distruzione delle loro case e all’omicidio dei propri cari.

Vladimir Putin, quanto di più simile ad Adolf Hitler l’Europa abbia mai visto dopo il 1945, è deciso a sconfiggere e distruggere l’Ucraina indipendente. L’Ucraina è altrettanto determinata a resistere. Ma qual è l’obiettivo delle democrazie del resto del mondo in questo conflitto epocale?

La risposta che daremo nel 2024 non si limiterà a plasmare il futuro dell’Europa, sarà rivelatrice anche dei rispettivi punti di forza della democrazia e dell’autocrazia nel primo XXI secolo.

Innanzitutto, dobbiamo essere chiari sulla situazione in Ucraina. Non abbiamo uno stallo che potrebbe portare al congelamento del conflitto o a un accordo negoziato, come alcuni nel mondo occidentale ingenuamente sperano.

Siamo piuttosto nel bel mezzo di una lunga, complessa e grande guerra che durerà probabilmente almeno fino al 2025, se non più a lungo. Nessuna delle parti cede; una delle due può ancora vincere, ma non entrambe.

Putin sta sfruttando tutti i vantaggi derivanti dalle proporzioni, dalla spietatezza, dalla dittatura in patria e dal sostegno di altre dittature all’estero, tra cui Iran, Corea del Nord e Cina.

L’Ucraina stessa si trova di fronte a scelte importanti, incluso decidere se arruolare un gran numero di giovani per rivitalizzare le proprie forze depauperate ed esauste. Ma decisive per l’esito di questa lunga guerra saranno le scelte che faranno nei prossimi mesi le democrazie che sostengono l’Ucraina.

Al momento, stiamo facendo abbastanza per impedire che l’Ucraina venga sconfitta, ma non a sufficienza perché possa vincere. Con un cambio di passo nel 2024 potremmo fornire all’Ucraina gli strumenti che le permettano di riconquistare maggiori porzioni di territorio e di convincere infine la Russia che non può avere la meglio. Questa è l’unica via per una pace duratura.

Nell’immediato, in termini di giorni, significa più difese aeree. In termini di settimane significa più missili a lunga gittata, in particolare i tedeschi Taurus, ma anche gli americani Atacms, in modo che l’Ucraina possa continuare a respingere la flotta di Putin del Mar Nero e mirare al suo baluardo strategicamente e simbolicamente vitale in Crimea.

Tuttavia, come spiega dettagliatamente uno studio recente del ministero della Difesa estone, la chiave a lungo termine per la vittoria ucraina sarà un più ampio addestramento delle truppe ucraine e un rapido e sostanziale aumento della produzione industriale di armi e munizioni. (Del milione e rotti di proiettili di artiglieria promessi dall’Ue all’Ucraina entro marzo, meno di un terzo è stato finora consegnato).

Le democrazie, a differenza delle dittature, non possono agire su due piedi. Il nostro sistema politico esige che i leader di molteplici democrazie nazionali concordino su chiari obiettivi strategici e convincano i loro elettori e Parlamenti ad autorizzare i mezzi necessari.

Anche prima della possibile catastrofe di un secondo mandato di Donald Trump, è evidente che gli Stati Uniti, data l’attuale fragilità e irrequietezza della loro democrazia, non si porranno a capo di questo cambio di passo.

La responsabilità ricade quindi sull’Europa; e, in fin dei conti, si tratta della difesa di un Paese europeo. I leader europei stanno facendo il necessario? Diamo un’occhiata ai loro messaggi di inizio anno.

Il primo ministro britannico Rishi Sunak non ha nemmeno menzionato la guerra nell’entusiastico resoconto dei successi del suo governo, evidentemente mirato alle prossime elezioni generali.

Il cancelliere tedesco Olaf Scholz si è limitato a un accenno di sfuggita, prima di passare al sacro argomento dell’economia tedesca. Il nuovo primo ministro polacco, Donald Tusk, ha dedicato le sue considerazioni interamente al ripristino della democrazia interna.

Enfatizzando il tema dell’orgoglio francese il presidente Emmanuel Macron ha in effetti proposto un «riarmo della sovranità europea», che include «fermare la Russia e sostenere gli ucraini».

Ma è stato il presidente finlandese Sauli Niinistö a lanciare il messaggio essenziale: «L’Europa deve svegliarsi». E la prima ministra danese Mette Frederiksen è stata diretta: «All’Ucraina mancano munizioni. L’Europa non ha fornito il necessario. Faremo pressioni per un aumento della produzione europea. È urgente. E gli F-16 danesi saranno presto in volo. La guerra in Ucraina è anche una guerra per l’Europa come la conosciamo». Questo è il linguaggio di cui abbiamo bisogno.

Parlando di leadership in tempo di guerra, le persone citano sempre il famoso detto di Winston Churchill: «Non posso promettervi altro che sangue, fatica, lacrime e sudore».

Ma in questo caso, il sangue, il sudore e le lacrime sono versati interamente dagli ucraini. A noi vengono richieste solo lucidità, una seria determinazione e una ridistribuzione completamente gestibile delle risorse.

Inoltre, gli investimenti urgenti e necessari nell’industria della difesa creeranno posti di lavoro in patria, oltre a migliorare la nostra sicurezza. È davvero chiedere troppo?

(Traduzione di Emilia Benghi)

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