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Il Kaiser nato per essere libero

(afp)

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Addio a Franz Beckenbauer, uno dei pochi giocatori del passato che non sfigurerebbe nel calcio di oggi
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Il difensore di una squadra di calcio alzò la testa quando a ricoprire quel ruolo arrivò Franz Beckenbauer. Con le dovute proporzioni: come l’ultimo fotogramma della sequenza evolutiva dell’Homo. Tutti l’hanno ammirato per questo. Fuori dalla sua Germania, pochi l’hanno veramente amato. È quasi scontato: come potremmo noi voler bene al Kaiser? Il suo difetto principale? Vinceva troppo, quasi sempre. Ispirò lui, benché già allenatore, l’aforisma di Lineker sull’invincibilità della Germania. Nella notte messicana del 4 a 3 a noi, fratelli di Burgnich, non parve vero di aver visto barcollare quel monumento. Quattro anni dopo la statua sarebbe tornata al proprio posto, al centro del villaggio calcistico, spodestando la chiesa. Beckenbauer vinceva con il Bayern, vinceva con la nazionale tedesca. E si dirà: bella forza. Andò in America e vinse con i Cosmos. Non scherziamo. E allora riprese l’aereo, tornò in patria e vinse anche con l’Amburgo. Si sedette in panchina e conquistò la Bundesliga…

Il difensore di una squadra di calcio alzò la testa quando a ricoprire quel ruolo arrivò Franz Beckenbauer. Con le dovute proporzioni: come l’ultimo fotogramma della sequenza evolutiva dell’Homo. Tutti l’hanno ammirato per questo. Fuori dalla sua Germania, pochi l’hanno veramente amato. È quasi scontato: come potremmo noi voler bene al Kaiser? Il suo difetto principale? Vinceva troppo, quasi sempre. Ispirò lui, benché già allenatore, l’aforisma di Lineker sull’invincibilità della Germania. Nella notte messicana del 4 a 3 a noi, fratelli di Burgnich, non parve vero di aver visto barcollare quel monumento. Quattro anni dopo la statua sarebbe tornata al proprio posto, al centro del villaggio calcistico, spodestando la chiesa. Beckenbauer vinceva con il Bayern, vinceva con la nazionale tedesca. E si dirà: bella forza. Andò in America e vinse con i Cosmos. Non scherziamo. E allora riprese l’aereo, tornò in patria e vinse anche con l’Amburgo. Si sedette in panchina e conquistò la Bundesliga. Passò alla nazionale e vinse il mondiale, unico a fare la doppietta giocatore/commissario tecnico prima di Deschamps e dopo Zagallo, che l’ha preceduto nell’ultimo spogliatoio di poche ore appena.

In campo e fuori la figura di Beckenbauer suscitava sentimenti contrastanti. Di lui colpiva positivamente quel vento di libertà che lo sospingeva. Non è paradossale che sia andato avanti arretrando, passando da centrocampista a libero. La fine degli Anni Sessanta resta il più grande laboratorio di sperimentazione umana. La grandezza si misurava anche dall’incompatibilità con la definizione. Franz giocò libero per esserlo. Infatti reinventò la posizione, l’incarico, l’esito. Costruiva dal basso quando nessuno sapeva ancora che cosa significasse. Segnava quando i suoi colleghi non avevano sul passaporto il visto per l’altra metà campo: non lo chiese, se lo prese. Un timbro di anomalia. La scintilla del disordine nell’ordine costituito. Una monade, avrebbe detto il filosofo Leibniz da Lipsia, che conosce l’armonia prestabilita del gioco. E poiché il suo sistema di pensiero pretendeva che tra queste entità esistesse una gerarchia, i tedeschi posero Beckenbauer “al di sotto di Dio e al di sopra del cancelliere”. Questo gli dava titolo per non sottomettersi all’autorità, per rifiutare un matrimonio riparatore, per vivere alla sua maniera, come cantano tutti i numeri uno, accumulando famiglie, nomine, ricchezze. Una certa avidità per la vita e un’avidità e basta.

Che cosa ci disturbava in lui? Bisognerà pur dirlo per non cadere nella trappola retorica delle eulogie. Ebbene: il dritto per dritto, quel modo spicciativo di risolvere il problema illogico dell’azione. Il Bayern e la Germania al loro meglio sono state forme di geometria. Nella ricostruzione al replay di una marcatura potevi usare il righello per disegnarne lo schema propiziatorio. Mai un ghirigoro, una ellissi, una concessione a sé stessi, figurarsi agli altri. Beckenbauer era energia pura e controllo totale. Impersonate da lui: un perfetto esercizio di stile, difficilmente estensibile. Tolto dal campo, le sue squadre sarebbero state e sono diventate macchine. Lui le ha pilotate con orgoglio e con quella forma di cinismo che ha l’artista dietro la cattedra. Il gesto era il suo, agli altri tocca il risultato. Dei tanti grandi del passato però è uno dei pochissimi che viene da pensare potrebbe sopravvivere, se replicato, nel calcio del presente. Poiché il destino commette falli velenosi ha voluto privarlo della visione e della compostezza che erano le sue virtù. A quel punto, si è davvero ritirato.

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