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Acca Larentia, quei saluti romani che riportano indietro gli orologi della Storia

È un gesto intriso di logiche di sopraffazione e violenza, lontano dallo spirito di una riconciliazione auspicata e possibile. Il rischio è stravolgere il senso stesso di una cerimonia e di un lutto
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Il confronto sul saluto romano esibito in una piazza della capitale sembra riportare precipitosamente indietro gli orologi della storia. Una sfida nostalgica e rivendicativa o l’emergere di processi più profondi che investono simboli, riferimenti, richiami della maggioranza che è alla guida del Paese da più di un anno?

Al di là della polemica del momento vale forse la pena andare più a fondo, non lasciare che gesti e comportamenti tornino tra noi inconsapevolmente come fantasmi da un passato lontano. La confusione tra piani di analisi rischia di costruire un pericoloso cortocircuito.

Non è in discussione la memoria dei tre ragazzi trucidati più di quarant’anni fa. Da tempo — e per fortuna — le istituzion…

Il confronto sul saluto romano esibito in una piazza della capitale sembra riportare precipitosamente indietro gli orologi della storia. Una sfida nostalgica e rivendicativa o l’emergere di processi più profondi che investono simboli, riferimenti, richiami della maggioranza che è alla guida del Paese da più di un anno?

Al di là della polemica del momento vale forse la pena andare più a fondo, non lasciare che gesti e comportamenti tornino tra noi inconsapevolmente come fantasmi da un passato lontano. La confusione tra piani di analisi rischia di costruire un pericoloso cortocircuito.

Non è in discussione la memoria dei tre ragazzi trucidati più di quarant’anni fa. Da tempo — e per fortuna — le istituzioni della Repubblica hanno mostrato la forza e la capacità di onorare i caduti di tutte le parti assumendo pienamente il paradigma delle vittime come chiave di lettura delle cifre crudeli che hanno segnato gli Anni di Piombo.

Urgente sarebbe implementare nei percorsi formativi a tutti i livelli lo studio della storia del lungo Dopoguerra per colmare una vera e propria voragine di conoscenze.

Ricordare gli anniversari di vite spezzate significa prendere le distanze dalle logiche della violenza, dalla dicotomia pericolosa amico-nemico, dalla convinzione che ci sia qualcuno che possa decidere la classifica dei migliori, la stratificazione della società, il posto occupato sulla terra.

La centralità della vita ha messo in primo piano un’altra lettura fondata sulla convivenza, sulla valorizzazione di tutte le differenze, sul pluralismo delle idee e sul confronto democratico.

La nostra Costituzione ha raccolto tale tensione declinandola nelle tante occasioni che hanno caratterizzato i decenni trascorsi dalla conclusione del conflitto mondiale.

Il braccio teso non è un saluto come un altro, si porta dietro un significato preciso: si diffonde dopo il 1922 identificando appartenenza politica e dimensione di gruppo, viene introdotto nell’apparato simbolico dello Stato fascista nelle scuole e negli uffici pubblici, a partire dal 1932 avrebbe sostituito nel partito la stretta di mano (dal 1938 proibita nei film e nelle rappresentazioni teatrali, così pericolosa da motivare il divieto alla pubblicazione di immagini che la riproducessero).

Una scelta di regime per rafforzare le ragioni del consenso al fascismo puntando così a restringere gli spazi di opposizione, i comportamenti ispirati alla libertà dei singoli, le scelte non direttamente riconducibili alla macchina complessa e pervasiva di un sistema totalitario.

La riproposizione tardiva e di gruppo mette in comunicazione immagini e tempi distanti: quel saluto è intriso di logiche di sopraffazione e violenza, lontano dallo spirito di una riconciliazione auspicata e possibile. Il rischio è quello di stravolgere il senso stesso di una cerimonia e di un lutto.

Questo diventa il punto più delicato e attuale: la questione cruciale della coerenza politica e istituzionale. Metterei in secondo piano la rilevanza penale del gesto, l’identificazione dei responsabili da parte delle forze dell’ordine o le interpretazioni in punta di diritto su leggi, sentenze e pronunciamenti che possono persino risultare marginali, comprensibilmente non risolutivi (attorno ai confini tra libertà d’espressione, istigazione all’odio e minacce per l’ordine democratico).

Il nodo del confronto nell’Italia contemporanea riguarda il tessuto comune di una comunità di cittadine e cittadini. Cosa ci tiene insieme, quali riferimenti e valori? Quali letture del passato sorreggono il percorso della Repubblica?

Il cammino delle culture politiche della destra italiana aveva indicato — non senza resistenze e difficoltà — la strada di una discontinuità dichiarata dal fascismo, dai suoi lasciti, dalla stessa casa dei padri come legame originario.

Tale itinerario mostra incertezze e pericolose sbandate se il punto di approdo, l’orizzonte sbandierato di riferimento è quello di una destra che vorrebbe muoversi oltre i condizionamenti e i lasciti di un passato così ingombrante.

Come rendere compatibili il giuramento sulla Costituzione del 1948 nata dalle macerie delle guerre e del fascismo con una sorta di indifferenza silenziosa verso manifestazioni nostalgiche con simbologie così chiaramente identificabili?

Spostare l’attenzione sul terreno della fattispecie penale, fino a sostenere che non è ancora stabilito con certezza se sia reato alzare il braccio teso, favorisce una doppia reazione: da un lato relativizza chi stigmatizza e condanna, dall’altro deresponsabilizza la collettività rendendo possibile e accettabile ciò che fino a poco tempo fa era imbarazzante, deplorevole e censurabile. La storia di certo non insegna, talvolta può ancora essere utile.

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