Politica

Gotor: “Io c’ero in via Acca Larentia perché è giusta la pacificazione senza però tollerare nostalgie neofasciste”

L'assessore Miguel Gotor tra Francesco Rocca e Fabio Rampelli. Credit Lapresse/shutterstock

L'assessore Miguel Gotor tra Francesco Rocca e Fabio Rampelli. Credit Lapresse/shutterstock

 

La testimonianza dell’assessore del Comune di Roma delegato alla memoria

2 minuti di lettura

Io c’ero in via Acca Larentia. Non il 7 gennaio 1978, quando in una manciata di ore furibonde due giovani militanti del Fronte della Gioventù furono assassinati davanti alla sede del Msi e un terzo venne ucciso da un proiettile vagante sparato nel corso di tafferugli con le forze dell’ordine. Io c’ero in via Acca Larentia il 7 gennaio 2024, 46 anni dopo quei tragici fatti, in rappresentanza del Comune di Roma in quanto assessore delegato alla memoria per commemorare quelle vittime della violenza politica degli anni Settanta.

Chi mi segue sa che lo faccio con una certa partecipazione non soltanto emotiva ma intellettuale perché quegli anni fanno parte dei miei interessi di studioso e quei nomi scolpiti nel marmo, almeno per me, sono anche il ricordo di tante storie e vite spezzate alle quali ho dedicato ore e pensieri per cercare di capire le radici di quella violenza politica che ha tormentato un’intera generazione.

Lo faccio senza distinguere tra “cuori neri” e “cuori rossi” perché, da un lato, sono convinto che sia un dovere di chi riveste incarichi istituzionali proseguire nella politica della riconciliazione di un passato tanto doloroso, avviata a Roma dal sindaco Veltroni e proseguita da Alemanno, e, dall’altro, perché penso che abbia senso oggi promuovere una idea della politica che sia sempre e comunque disgiunta da ogni forma di violenza.

Tuttavia le polemiche montanti di queste ore mi inducono a prendere la parola perché quanto sta avvenendo mi sembra il segno tangibile della persistenza di una nevrosi pubblica sugli anni Settanta che è il frutto di una cronica incapacità che abbiamo di fare i conti con la nostra storia.

Come è noto, da diversi anni si svolgono due cerimonie relative all’eccidio di Acca Larentia a distanza di un centinaio di metri l’una dall’altra e in orari diversi: una istituzionale, la mattina, che prevede la partecipazione del Comune e della Regione e un’altra militante che consiste in un’adunata con saluti romani di chiara matrice apologetica fascista che ha efficacemente descritto su questo giornale Paolo Berizzi.

Acca Larentia, centinaia di saluti romani per commemorare la strage davanti all'ex sede del Msi

Anzitutto è necessario ribadire una ferma condanna di questo tipo di manifestazioni e sarebbe importante che quanti oggi rivestono incarichi politici e istituzionali, proprio perché provenienti da quella storia, ne prendessero le distanze senza ambiguità. La giusta morale della riconciliazione e della pacificazione non può convivere con la tolleranza di nostalgie neofasciste né può essere il pretesto per tenere il piede in due staffe. Ciò evidentemente non significa negare il diritto di commemorare quelle vittime, ma di impegnarsi, se lo si vuole fare entro una cornice pubblica, a garantire che ciò avvenga in un contesto rispettoso della nostra Costituzione come giustamente rivendicato in queste ore da esponenti del Pd e dell’opposizione, ma anche della maggioranza come Forza Italia.

In secondo luogo è importante sottolineare che quanti hanno accreditato la presenza del presidente della Regione Francesco Rocca a quella manifestazione neofascista hanno commesso un errore. In un’epoca di fake news imperanti non è stato piacevole veder circolare alcuni video montati ad arte in cui le urla e le braccia tese dei camerati si sovrapponevano alle dichiarazioni di Rocca con la chiara e maliziosa intenzione di accreditare la falsa notizia che egli si trovasse in quel luogo.

Il governatore Rocca con l'assessore Gotor in via Acca Larentia. Credit Lapresse/shutterstock

Il governatore Rocca con l'assessore Gotor in via Acca Larentia. Credit Lapresse/shutterstock

 

Sia in un caso sia nell’altro la questione mi pare rilevante perché il modo peggiore per fare politica della memoria sugli anni Settanta è quello di strumentalizzarli per fini di parte negando la realtà in ragione di un virus ideologico che ne costituisce ancora oggi l’eredità peggiore. Ciò può avvenire per ignoranza generazionale o per malafede intenzionale poco importa, ma bisogna sapere che questa attitudine a rimuovere o a distorcere i dati di fatto è il primo passo che conduce a trasformare una persona che la pensa in modo opposto dal tuo in un nemico da abbattere. Ricordare oggi il sangue di Italia (e di Roma) di quegli anni ormai lontani ha senso solo se riconosciamo e rifiutiamo questo velenoso meccanismo.

I commenti dei lettori