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L’intervento contro gli Houti, i feroci burattini dell’Iran

Le conseguenze di una strozzatura del commercio mondiale sarebbero ancora più gravi se venisse consentito ai ribelli yemeniti di continuare la loro pirateria con la scusa di una “giusta causa”
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Per la seconda volta in meno di tre anni il Canale di Suez diventa impraticabile, mettendo in crisi il traffico internazionale e il commercio mondiale.

Nella seconda metà di marzo 2021, quando il mondo stava faticosamente riemergendo dalla crisi pandemica del Covid 19, fu una tempesta di vento e di sabbia a far intraversare un gigantesco cargo, l’Ever Given, bloccando per diversi giorni la navigazione e facendo schizzare alle stelle i prezzi, dal greggio alle verdure.

Oggi l’inagibilità di un passaggio strategico, attraversato ogni anno da 22.000 navi, il 30 per cento del traffico marittimo internazionale e il 15 per cento del commercio mondiale, non è provocata dallo scatenamento delle forze della natura e dall’eccesso di carico di una nave mercantile.

Bensì dalla minaccia di attacchi degli Houti, altrimenti detti i Partigiani di Allah, i ribelli yemeniti armati e finanziati dall’Iran, che dal 9 novembre dell’anno scorso, quando si impadronirono, con uno spettacolare sbarco sul …

Per la seconda volta in meno di tre anni il Canale di Suez diventa impraticabile, mettendo in crisi il traffico internazionale e il commercio mondiale.

Nella seconda metà di marzo 2021, quando il mondo stava faticosamente riemergendo dalla crisi pandemica del Covid 19, fu una tempesta di vento e di sabbia a far intraversare un gigantesco cargo, l’Ever Given, bloccando per diversi giorni la navigazione e facendo schizzare alle stelle i prezzi, dal greggio alle verdure.

Oggi l’inagibilità di un passaggio strategico, attraversato ogni anno da 22.000 navi, il 30 per cento del traffico marittimo internazionale e il 15 per cento del commercio mondiale, non è provocata dallo scatenamento delle forze della natura e dall’eccesso di carico di una nave mercantile.

Bensì dalla minaccia di attacchi degli Houti, altrimenti detti i Partigiani di Allah, i ribelli yemeniti armati e finanziati dall’Iran, che dal 9 novembre dell’anno scorso, quando si impadronirono, con uno spettacolare sbarco sul ponte calandosi da elicotteri, del cargo Galaxy Leader, hanno condotto ben 27 azioni contro navi transitate dallo stretto di Bab al Mandab.

Gli effetti immediati sono gli stessi. Il traffico marittimo che si riduce: del 91 per cento per i container, anche l’associazione internazionale dei proprietari di petroliere consiglia i suoi membri di “stare ben lontani” da Bab al Mandab, le grandi compagnie di portacontainer come Maersk e Msc che prendono in considerazione la rotta del Capo di Buona Speranza, più lunga di dieci giorni rispetto a quella di Suez. I prezzi che schizzano in alto, a partire da quelli del greggio (del 4 per cento in un solo giorno) per finire a quelli delle derrate alimentari.

Ma questa volta la posta in gioco è molto più alta e sfidante del rischio di eventi naturali imprevedibili. E la minaccia promette di essere di ben più lunga durata di una tempesta di sabbia. Si tratta del diritto universale della libertà di navigazione e del contrasto alla pirateria, ancorché mascherata dal sostegno alla “causa palestinese” per l’offensiva israeliana a Gaza.

In realtà agli Houti dei palestinesi interessa ben poco. Semmai serve loro per avere un argomento negoziale in più da buttare sul tavolo dei colloqui di pace con l’Arabia Saudita, partiti dopo la fragile tregua del 2022.

Come ha detto un esperto di Chatham House, autorevole istituto londinese di geopolitica, gli Houti sono “bravissimi imprenditori militari”, che stanno capitalizzando l’occasione fornita loro dall’offensiva israeliana seguita all’orribile massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre: “Difendono la Palestina, attaccano Israele, denunciano l’ipocrisia degli altri Paesi arabi. Perciò finché la guerra a Gaza andrà avanti gli Houti continueranno la loro escalation nel Mar Rosso”.

Proprio per fermare questa “escalation”, oltre che per ripristinare il diritto alla libertà di navigazione, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno deciso un massiccio attacco alle basi degli Houti nello Yemen, sostenuti da una coalizione piuttosto eterogenea composta da Canada, Australia (per ovvie ragioni geografiche esposta ai rischi del commercio marittimo mondiale), Bahrain (unico Stato arabo, che ospita un’importante base americana) e Olanda, unico aderente tra gli europei.

Forse perché il principio della libertà dei mari è radicato nella memoria di un popolo di navigatori e di un Paese che è stato una grande potenza marinara: nei suoi anni d’oro, attorno al 1670, la Compagnia delle Indie aveva 150 navi mercantili e 40 navi da guerra.

Gli Houti sono stati sottovalutati, quasi fossero una formazione minore e meno pericolosa, almeno in ottica occidentale, nell’“asse della resistenza” sciita, a guida iraniana, composta da Hamas, Hezbollah e Jihad islamica.

In realtà hanno sviluppato una capacità militare elevata, che è cresciuta di pari passo con la loro espansione territoriale nello Yemen a spese delle forze governative, sostituendo vecchi armamenti sovietici con moderni strumenti di guerra: dai missili ai droni, che hanno esibito l’anno scorso in una grande parata militare nella capitale Sana’a, scandita da slogan di “morte all’America, morte a Israele”. E la loro credibilità politica è cresciuta grazie all’abile mistificazione del sostegno alla “causa palestinese”.

Il rischio di un allargamento del conflitto di fronte a una dura risposta anglo-americana è reale, anche se il burattinaio iraniano dell’“asse della resistenza” sembra molto attento e selettivo nel muovere i suoi fili della morsa che cerca di stringere attorno a Israele.

Ma le conseguenze di una strozzatura del commercio mondiale sarebbero ancora più gravi se venisse consentito agli Houti di continuare la loro pirateria con la scusa di una “giusta causa”.

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