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Il campo di gioco delle europee

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Vincere con tracotanza o perdere con stile. Eccoci di nuovo al celebre dilemma che ha visto da anni soccombere la sinistra — siamo pronti al nuovo round. Questa prossima edizione (stagione 2024, disciplina europee e regionali, mancano sei mesi) si annuncia particolarmente interessante perché in alcuni dettagli inedita rispetto a decenni di repliche. Sono difatti stavolta due donne a guidare la sfida e a dover affrontare, all’interno dei rispettivi schieramenti, due sottodilemmi minori. A destra Giorgia Meloni ha il problema di vincere ma non stravincere, nella sua stessa metà campo: difatti, come senz’altro le diceva sua nonna, umiliare il concorrente (poniamo un Salvini) esaspera di risentimento il nemico domestico che poi ti fa i dispetti in casa. D’altra parte Meloni è diffidente e assai riottosa a farsi consigliare: più le dicono cosa fare più fa come le pare, sospetta il complotto. A sinistra Schlein ha il problema di sopravvivere all’assalto di Conte ed evitare il superamento a …

Vincere con tracotanza o perdere con stile. Eccoci di nuovo al celebre dilemma che ha visto da anni soccombere la sinistra — siamo pronti al nuovo round. Questa prossima edizione (stagione 2024, disciplina europee e regionali, mancano sei mesi) si annuncia particolarmente interessante perché in alcuni dettagli inedita rispetto a decenni di repliche. Sono difatti stavolta due donne a guidare la sfida e a dover affrontare, all’interno dei rispettivi schieramenti, due sottodilemmi minori. A destra Giorgia Meloni ha il problema di vincere ma non stravincere, nella sua stessa metà campo: difatti, come senz’altro le diceva sua nonna, umiliare il concorrente (poniamo un Salvini) esaspera di risentimento il nemico domestico che poi ti fa i dispetti in casa. D’altra parte Meloni è diffidente e assai riottosa a farsi consigliare: più le dicono cosa fare più fa come le pare, sospetta il complotto. A sinistra Schlein ha il problema di sopravvivere all’assalto di Conte ed evitare il superamento a sinistra dei Cinquestelle descamisados ma soprattutto ha quello di decifrare la geroglifica strategia di Prodi, che parte suo mentore ma che più d’uno adesso sospetta nascondere un Gentiloni federatore nella tasca, per il dopo. Gli altri, i nemici interni, attendono come da nobile tradizione Pd, immobili, di vederla cadere.

La questione, nota, è per entrambe se correre da capolista alle europee o no: un inganno agli elettori, perché è chiaro che nessuna delle due andrebbe mai a Strasburgo lasciando l’una il governo, l’altra la guida del partito. Si tratta appunto di scegliere se ingannare e sbaragliare gli avversari o agire onestamente e perdere con classe. Posta da Romano Prodi diventa il “consiglio” a Schlein: meglio che non si candidi perché “se si indebolisce la democrazia poi non ci lamentiamo se arriva la dittatura”. Ci sarebbe da notare la sfumatura che la destra ha già vinto (questa non è una dittatura, certo, ci mancherebbe, è una vittoria democratica della seconda e terza generazione di eredi del dittatore) ma il punto è che se ti candidi magari vinci, almeno fra i tuoi: il nome nel simbolo può portare fino a 3-4 punti percentuali in più, dice chi fa i conti. Giorgia Meloni sfonderebbe quota 30, per esempio, darebbe una spallata agli alleati e si presenterebbe tronfia di voti in Europa, l’Europa che è lì sul punto di dirle o fai come diciamo noi o esci. Sarebbe ottimo.

Il campo di gioco della destra è al momento questo. Salvini fa con Meloni la parte di Prodi. Le dice non candidarti, guarda me: io non lo faccio. Ovvia la differenza: Salvini non si candida non per preservare il valore della democrazia, è che ha paura — diciamo la certezza — di perdere nello scontro con Meloni. È molto in disuso, Salvini, ultimamente. Scalcia ma non morde. Non fa presa al Sud. Sta per mollare il suo candidato in Sardegna, magari in cambio del terzo mandato ai presidenti di regione, i suoi. Ha un notabilato periferico che tende a stare con chi vince perché chi vince assegna i posti, oggi vince Meloni. Pericolo transumanza. Può contare come capolista al massimo sul generale Vannacci, che persino nella vestaglietta a fiori risulta più attraente, per l’elettorato pistolero, di Tajani in doppiopetto. La parabola di Forza Italia, partito azienda orfano del fondatore, è scritta: siamo alla spartizione dei quadri di famiglia. Ma gli alleati, per quanto fragili, sono indispensabili a Fratelli d’Italia: senza non ha i numeri per governare.

In definitiva. Una tornata elettorale è un’indagine volumetrica, non un’analisi di stile. È come per gli influencer: ha più potere chi ha più consenso. Se dai peso ai nobili principi devi tradurre i tuoi principi in numeri, in caso contrario hai perso. Qui entra in gioco l’elettorato, l’erogatore di consenso. Quello di sinistra è contrario a candidature di bandiera, poco etiche, quello di destra se ne frega, basta vincere. La destra, dicono i sondaggi e persino un passante distratto, predilige il/lo/la leader forte. La sinistra il/lo/la leader giusto. Persiste il fastidioso problema che i forti vincono più spesso dei giusti e questa è una competizione, non la candidatura al Nobel. Perdere con eleganza, con un Fosbury perfetto, non è una gran consolazione. Certo, ci si può disporre ad un’opposizione tonante, denunciare per esempio il liberi-tutti ai faccendieri, la scomparsa del reato di traffico di influenze nascosta dietro alla proposta di riforma dell’abuso d’ufficio. Pensa come sarebbero felici tutti i “consulenti” amici e parenti dei ministri. Hanno molto chiaro, a quelle latitudini, che bisogna vincere. Anche a costo di inchinarsi a Giorgia capolista se promette in cambio, poi, qualche dolcetto.

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