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L’America non è un Paese per donne

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Al Congresso americano la componente femminile è al 28 percento perché in un Paese così grande è ancora troppo difficile conciliare la famiglia e la carriera
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Quando arrivai negli Stati Uniti più di vent’anni fa credevo che questo fosse il Paese dell’emancipazione femminile. Del resto, qui negli anni Settanta era nata la seconda ondata del femminismo, da qui era partito il movimento per la liberazione delle donne e da qui venivano Betty Friedan, Susan Sontang e bell hooks i cui libri avrei letto e amato. E invece, in quegli anni, le mie compagne di dottorato non facevano altro che parlare dell’uomo giusto da sposare – come se la loro vita accademica fosse solo una parentesi rispetto all’obiettivo più importante di formare una famiglia – e quelle di noi che non erano ancora sposate venivano viste con sospetto e disapprovazione. Gi Stati Uniti non sono il Paese dell’emancipazione femminile. Secondo il World Economic Forum siamo solo al quarantatreesimo posto nel mondo per parità di genere. Qui, anche a causa della massiccia diffusione di armi da fuoco, ci sono almeno tre femminicidi al giorno. Qui, a parità di funzione, le donne vengono pagat…

Quando arrivai negli Stati Uniti più di vent’anni fa credevo che questo fosse il Paese dell’emancipazione femminile. Del resto, qui negli anni Settanta era nata la seconda ondata del femminismo, da qui era partito il movimento per la liberazione delle donne e da qui venivano Betty Friedan, Susan Sontang e bell hooks i cui libri avrei letto e amato. E invece, in quegli anni, le mie compagne di dottorato non facevano altro che parlare dell’uomo giusto da sposare – come se la loro vita accademica fosse solo una parentesi rispetto all’obiettivo più importante di formare una famiglia – e quelle di noi che non erano ancora sposate venivano viste con sospetto e disapprovazione. Gi Stati Uniti non sono il Paese dell’emancipazione femminile. Secondo il World Economic Forum siamo solo al quarantatreesimo posto nel mondo per parità di genere. Qui, anche a causa della massiccia diffusione di armi da fuoco, ci sono almeno tre femminicidi al giorno. Qui, a parità di funzione, le donne vengono pagate solo 80 centesimi per ogni dollaro guadagnato dai maschi e se sono nere o ispaniche anche meno. In questo Paese una parte degli elettori di Destra ritiene che il Me too sia stato un movimento aggressivo e ingiusto, che le donne dovrebbero tornare a ruoli più tradizionali e che il maschio bianco sia il vero perseguitato della società americana (dati The Atlantic, 2023). Al Congresso americano, poi, le donne sono solo il 28 percento perché in un Paese così grande, dove i parlamentari viaggiano anche per migliaia di chilometri per tornare nello stato di provenienza, per le donne è ancora troppo difficile conciliare la famiglia e la carriera politica. Questa settimana, con le primarie repubblicane in Iowa, si è aperto ufficialmente l’anno delle presidenziali. Due anni fa, durante le elezioni di medio termine, il voto delle donne è stato fondamentale per i Democratici: furono le donne, infatti, a impedire l’elezione di molti candidati trumpiani favorevoli alle restrizioni sull’aborto. Oggi, invece, prevale la delusione. I sondaggi prevedono che saranno ancora due maschi bianchi e boomer a contendersi la Casa Bianca. La vicepresidente Kamala Harris, nella quale molte donne speravano, gode di un consenso inferiore addirittura a quello di Joe Biden e molti osservatori non la considerano all’altezza del suo ruolo. Lei si difende parlando di misoginia e razzismo ma è indubbio che la sua vicepresidenza sia stata opaca e a tratti persino imbarazzante (internet è piena dei meme dei suoi discorsi confusi). Purtroppo, la realtà è che quando un uomo sbaglia la responsabilità è solo sua. Quando invece a sbagliare è una donna, proprio perché siamo sempre così poche a raggiungere quei traguardi di carriera, a perdere di credibilità siamo tutte.

In campo repubblicano la situazione non è più rosea: Nikki Haley, ex governatrice ed ex ambasciatrice all’Onu, è molto indietro nei consensi rispetto a Donald Trump. È una conservatrice (vorrebbe che le restrizioni all’aborto fossero estese a livello federale) ma è preparata e, secondo un sondaggio Cbs, ha maggiori possibilità di battere Biden a novembre. Eppure, è stata bersagliata dai commenti sessisti dei suoi compagni di partito. Trump la chiama cervello di gallina, DeSantis la prende in giro per i tacchi e un giornalista della Cnn le ha detto che ha passato il fiore degli anni per fare politica (di anni Haley ne ha solo 51). E le elettrici americane? Le giovani democratiche sono molto deluse: non perdonano all’amministrazione Biden i rincari dei prezzi e i bombardamenti a Gaza. Le donne repubblicane, invece, sono propense a rivotare per Trump malgrado i processi: il 53 percento ha votato per lui in Iowa. E la parità salariale, i diritti riproduttivi e la battaglia contro la violenza di genere? Non sembra, per il momento, che il 2024 sarà l’anno delle donne in politica. Qualcuno ci suggerisce di essere pazienti: il cambiamento, dicono, richiede tempo. E infatti, andando avanti così, ci vorranno ancora 160 anni per raggiungere la parità politica. Di sicuro moriremo tutte prima, a forza di portare pazienza.

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