✕

Caso Teatro di Roma, l’occupazione della cultura

A suon di epurazioni, regole forzate, professionalità umiliate per far posto a uomini e donne di provata fede, la destra impone la propria egemonia
2 minuti di lettura

A chi la cultura: a noi! È il metodo praticato dalla destra post-fascista che governa l’Italia: procedere per strappi e colpi di mano pur di occupare militarmente tutte le principali istituzioni culturali del Paese.

A suon di epurazioni, regole forzate, professionalità umiliate per far posto a uomini e donne di provata fede cui affidare la madre di tutte le missioni: imporre — attraverso film, spettacoli, scelte editoriali — un’egemonia di segno opposto a quella che, a parer loro, ha imperversato per decenni dalle Alpi alla Sicilia.

Lo hanno fatto con la Rai, con il Centro sperimentale di cinematografia, ora pure con il Teatro di Roma.

Sintomo di un revanscismo coltivato negli anni vissuti p…

A chi la cultura: a noi! È il metodo praticato dalla destra post-fascista che governa l’Italia: procedere per strappi e colpi di mano pur di occupare militarmente tutte le principali istituzioni culturali del Paese.

A suon di epurazioni, regole forzate, professionalità umiliate per far posto a uomini e donne di provata fede cui affidare la madre di tutte le missioni: imporre — attraverso film, spettacoli, scelte editoriali — un’egemonia di segno opposto a quella che, a parer loro, ha imperversato per decenni dalle Alpi alla Sicilia.

Lo hanno fatto con la Rai, con il Centro sperimentale di cinematografia, ora pure con il Teatro di Roma.

Sintomo di un revanscismo coltivato negli anni vissuti politicamente ai margini. Di una voglia di vendetta contro gli intellò che si sono presi tutto, consigli di amministrazione e vertici di fondazioni, costringendoli all’angolo in nome di una presunta superiorità, anche morale. Da cancellare adesso, subito, con lo spoils system selvaggio, orchestrando blitz in barba a ogni galateo istituzionale, quando non al Codice civile.

Una reazione figlia di un sentimento diffuso di rivalsa, che tuttavia — anziché rimandare alla volontà di potenza — finisce per mostrare un antico complesso di inferiorità che è insieme deficit di autonomia nell’elaborazione culturale e dipendenza da quei modelli di sinistra che si intendono estirpare.

Ciò non toglie che il disegno coltivato da Giorgia Meloni per il tramite dei suoi gerarchi minori — dal dg Rai Giampaolo Rossi a Federico Mollicone, il deputato che presiede la Commissione Cultura — sia davvero ambizioso.

Il sovranismo che sul piano politico resta la stella polare della presidente del Consiglio, la Patria prima di tutto, sul piano culturale si traduce nella «costruzione di un nuovo immaginario positivo italiano nel mondo». Parole, testuali, del ministro Gennaro Sangiuliano, l’ex direttore del Tg2 capace di arruolare fra i pensatori di destra persino Antonio Gramsci, non solo Dante Alighieri.

Chiaro l’obiettivo: ridefinire la cultura nazionale su canoni fin qui snobbati dal cosiddetto mainstream. Orientare l’opinione pubblica a suon di fiction sulle foibe ed eroi futuristi. Diffondere la nuova matrice, ripensando i cartelloni teatrali. Cambiare la narrazione attraverso i telegiornali e il cinema. Un lavoro lento, faticoso, che potrebbe presto portare i suoi frutti. Complice una feroce campagna di conquista, che non contempla prigionieri. Al grido: «Ora tocca a noi».

E pazienza se il presidente Sergio Mattarella ha richiamato la «circolarità della cultura che non sopporta restrizioni o confini; che pretende il rispetto delle opzioni di ogni cittadino; che respinge la pretesa, sia di pubblici poteri o grandi corporazioni, di indirizzare le sensibilità verso il monopolio di un pensiero unico». Per Fratelli d’Italia non si tratta di pretesa, è un diritto. Addirittura da rivendicare.

Bastava ascoltare l’altro giorno alla Camera il sottosegretario meloniano alla Cultura Gianmarco Mazzi. Rispondendo a un’interrogazione della sinistra sul “licenziamento” di Marino Sinibaldi dal Centro per la lettura e per il libro, è sbottato: «Non mi risulta che quando la sinistra ha governato, e lo ha fatto per molti anni, si sia preoccupata di dar voce a tutte le voci della cultura italiana. Sino all’anno scorso ha dominato l’autoritarismo culturale, l’amichettismo come unico criterio per selezionare la classe dirigente». E dunque, «se questo non vi piace dovrete farvene una ragione», la chiosa ducesca, «perché è quello che intendiamo fare».

Al posto del direttore di Rai RadioTre, inventore del programma cult Fahrenheit, è stato nominato un giornalista di simpatie monarchiche, direttore della rivista Dimensione cosmica, tra gli organizzatori della mostra su Tolkien. Perfetto emblema di quel manipolo di fedelissimi piazzati, con una voracità mai vista prima, al vertice delle istituzioni culturali del Paese. Un metodo, appunto. In nome del sovranismo culturale con cui la destra intende scrivere, Gobetti ci perdonerà, la nuova autobiografia della nazione.

Leggi i commenti