Le buone notizie che vengono dal mercato del lavoro — nel terzo trimestre del 2023 l’occupazione è aumentata del 2 percento rispetto allo stesso periodo del 2022 — vengono accolte con un misto di stizza e scetticismo. Ma come, non doveva essere l’anno del precariato? Non ci sarà qualche trucco? E perché l’occupazione cresce nonostante l’economia sia quasi in stagnazione? Ne abbiamo lette di cotte (nel senso di disperatamente alla ricerca di ragioni per sminuire l’importanza di questo risultato) e di crude (nel senso di improvvisate) in questi giorni.
C’è chi ha scritto che l’occupazione è cresciuta solo perché non c’è stata l’annunciata abolizione della legge Fornero, e quindi molti lavoratori non sono andati in pensione. In altre parole, invece di maggiore creazione di lavoro dovuta ad assunzioni, ci sarebbe stata meno distruzione di lavoro (a seguito di licenziamenti e dimissioni). Tuttavia, gli unici dati disponibili sui flussi (Osservatorio sul Precariato Inps e Nota del Ministero…
Le buone notizie che vengono dal mercato del lavoro — nel terzo trimestre del 2023 l’occupazione è aumentata del 2 percento rispetto allo stesso periodo del 2022 — vengono accolte con un misto di stizza e scetticismo. Ma come, non doveva essere l’anno del precariato? Non ci sarà qualche trucco? E perché l’occupazione cresce nonostante l’economia sia quasi in stagnazione? Ne abbiamo lette di cotte (nel senso di disperatamente alla ricerca di ragioni per sminuire l’importanza di questo risultato) e di crude (nel senso di improvvisate) in questi giorni.
C’è chi ha scritto che l’occupazione è cresciuta solo perché non c’è stata l’annunciata abolizione della legge Fornero, e quindi molti lavoratori non sono andati in pensione. In altre parole, invece di maggiore creazione di lavoro dovuta ad assunzioni, ci sarebbe stata meno distruzione di lavoro (a seguito di licenziamenti e dimissioni). Tuttavia, gli unici dati disponibili sui flussi (Osservatorio sul Precariato Inps e Nota del Ministero del Lavoro a partire dalle Comunicazioni Obbligatorie delle imprese) segnalano che c’è stato un rilevante aumento delle assunzioni; inoltre i mancati flussi verso le pensioni sono molto più bassi della crescita occupazionale.
C’è chi invece sostiene che i dati del Pil sono sbagliati perché l’occupazione non può crescere del 2% se il Pil è quasi piatto. In realtà gli andamenti dell’occupazione seguono sempre con un certo ritardo quelli dell’economia. Infatti la crescita dell’occupazione nel 2023 segue con un anno di distanza la crescita del Pil di quasi il 4% nel 2022, e ci riporta dopo 15 anni appena sopra i livelli precedenti la crisi del 2008-9. Specularmente, dopo quella grande recessione, nel 2010 il Pil rimbalzò ma l’occupazione scese di circa 200.000 unità. Analogamente nel 2013 il rimbalzo dell’occupazione avvenne a quasi un anno di distanza da quello del Pil.
L’aspetto davvero sorprendente nei dati sull’occupazione dell’ultimo anno è la crescita dei contratti a tempo indeterminato e del lavoro alle dipendenze. Normalmente in fasi di ripresa le imprese assumono soprattutto con contratti a tempo determinato oppure con contratti di lavoro parasubordinato, il che le mette al riparo da costi elevati in caso di possibili riduzioni future degli organici: anziché pagare alti costi di licenziamento, le imprese con esuberi potranno semplicemente non rinnovare i contratti a tempo determinato in scadenza. Negli anni di crescita del Pil dopo le due crisi citate sopra la quota di contratti a tempo determinato sul totale del lavoro alle dipendenze aumentò di quasi 4 punti percentuali (dal 13 al 17%) per poi scendere nel 2020 durante la pandemia (dal 17 al 15%) e risalire successivamente. Ma nel 2023 è successo l’opposto: è diminuita la quota di contratti a tempo determinato, tornando sotto al 16%, nonostante Pil e occupazione complessiva fossero in crescita. E l’aumento dei posti di lavoro è stato interamente al di fuori del lavoro autonomo.
Una spiegazione verosimile è legata alla demografia. Le coorti in ingresso nel mercato del lavoro si assottigliano anno dopo anno. Le imprese che vogliono assumere devono quindi concentrarsi maggiormente su lavoratori con più di 35 anni e questi sono assai meno disposti a farsi assumere con contratti a tempo determinato.
Rimane da capire perché non ci sia un forte aumento della percentuale dei giovani che lavorano (il tasso di occupazione aumenta di meno dell’1% e addirittura si riduce nel terzo trimestre 2023 per gli under 35) ora che molte imprese sono disperatamente alla ricerca di lavoratori.
C’è sicuramente una differenza molto forte tra i profili professionali richiesti dalle imprese e quelli offerti dal nostro sistema educativo. Il cosiddetto mismatch fra domanda e offerta di lavoro (misurato guardando alle competenze richieste dai lavori maggiormente in espansione e quelle offerte dal sistema formativo) è più alto in Italia che in qualsiasi altro paese dell’Ocse. Ma c’è forse di più. Non pochi giovani considerano penalizzanti molti dei profili richiesti nella logistica (per esempio gli autisti) e nelle costruzioni, e ambiscono a carriere lavorative diverse. Per saperne di più bisognerebbe fare approfondimenti sui giovani inattivi che sono fuori dal sistema scolastico, guardando non solo alle loro competenze, ma anche alle caratteristiche delle famiglie cui appartengono, ai loro redditi e alla loro ricchezza. Ma l’Istat, che potrebbe fare questi approfondimenti molto utili, è ancora in attesa di avere un Presidente. Come il nostro mercato del lavoro, lascia posti altamente produttivi vacanti nonostante, almeno sulla carta, ci siano tante persone che potrebbero occuparli.