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Lega e 5S, trumpiani d’Italia oltre le simmetrie

Conte da Fazio ha mostrato una politica allineata al tycoon americano e Putin. E Salvini ha la stessa linea
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Domenica sera, nella trasmissione di Fazio, gli elettori hanno avuto un saggio di quale sarebbe la politica estera di un ipotetico governo Conte III: perfettamente allineata a Trump, e questa non sarebbe nemmeno una notizia, ma soprattutto entusiasta di condividere “su un piede di parità” l’apertura a Putin e di conseguenza la sconfessione dell’attuale linea pro-Ucraina.

Al momento l’eventualità di una vittoria elettorale dell’asse Pd-5S è assai remota; anzi, a rigore non si dovrebbe nemmeno parlare di intesa privilegiata, visto che il conflitto interno al centrosinistra offre ogni giorno una prova della sua asprezza. Lo si è potuto notare ieri, quando i 5S hanno fatto sapere di non aderire al raduno del 7 f…

Domenica sera, nella trasmissione di Fazio, gli elettori hanno avuto un saggio di quale sarebbe la politica estera di un ipotetico governo Conte III: perfettamente allineata a Trump, e questa non sarebbe nemmeno una notizia, ma soprattutto entusiasta di condividere “su un piede di parità” l’apertura a Putin e di conseguenza la sconfessione dell’attuale linea pro-Ucraina.

Al momento l’eventualità di una vittoria elettorale dell’asse Pd-5S è assai remota; anzi, a rigore non si dovrebbe nemmeno parlare di intesa privilegiata, visto che il conflitto interno al centrosinistra offre ogni giorno una prova della sua asprezza. Lo si è potuto notare ieri, quando i 5S hanno fatto sapere di non aderire al raduno del 7 febbraio organizzato dal Pd davanti ai cancelli della Rai. Ne hanno ricavato in risposta un commento non proprio amichevole: «Si vede che preferiscono Tele-Meloni». Sono le gioie della campagna elettorale.

Peraltro l’evidenza dimostra che anche nell’altro campo, e in modo simmetrico, i sostenitori di Trump sono impazienti di rivederlo alla Casa Bianca. Salvini è da tempo all’opera per riunire idealmente tutti gli estremisti di destra continentali sotto una sola bandiera: quella che si propone di indebolire l’alleanza atlantica, secondo il programma alquanto paradossale annunciato dallo stesso candidato repubblicano, tenace isolazionista. E una Nato più fragile non vuol dire un’Europa più capace di difendersi da sola: per questo c’è bisogno di un numero imprecisato di anni e di molta fede nei destini comuni. Significa invece un’Europa più vicina a subire l’influenza di Putin e forse peggio. O per debolezza o per scelta, dato che le forze blandite da Salvini, a cominciare dai tedeschi di Alternative, sono filo-russe in modo esplicito.

C’è dunque una simmetria sulla politica estera tra la posizione della Lega nel centrodestra e quella di Conte e dei 5S nel centrosinistra. Entrambi scontenti della linea atlantica del governo, entrambi speranzosi che gli eventi internazionali vengano in soccorso delle loro speranze circa i nuovi equilibri in Europa. Del resto, un esponente della destra rumena ha appena enunciato il programma del suo partito: accaparrarsi pezzi di territorio ucraino (sottinteso: quando la Russia smembrerà quella nazione) a costo di uscire dalla Nato. Un po’ estremizzata è l’opzione che punta all’accordo Trump-Putin e a quel che ne deriva. Su questo una volta di più s’intendono benissimo Conte e Salvini. Con una differenza significativa.

Salvini è già al governo, ma le sue idee sul riassetto europeo non incidono sulla nostra politica estera. Al momento sono strumenti della lunga rincorsa verso il voto di giugno. Armi più o meno spuntate per correggere a proprio vantaggio il rapporto di forze inclinato dalla parte di Giorgia Meloni. Il capo della Lega sa che deve raggiungere almeno il 10 per cento per contare qualcosa: se fallisce, non c’è Trump che tenga. Non sarà lui l’interlocutore del neo presidente americano dopo novembre. La premier Meloni lo sa talmente bene che è da tempo impegnata a chiudergli gli spazi politici. Per Salvini ci sono le infrastrutture, il ponte sullo Stretto, ma non c’è oggi, e se possibile non ci sarà domani, la grande politica.

Diverso lo scenario nel centrosinistra. Conte è come sempre un astuto Zelig che si colloca a sinistra, ma è pronto a seguire il vecchio amico Trump. Il suo spazio si è allargato, non si è ristretto. Il Pd non lo incalza, non ne mette in luce le contraddizioni: pur senza condividere, si sforza di digerire il filo-putinismo, l’amicizia con la Cina. Risultato: il M5S tenta di occupare il centro della scena anche quando si tratta di politica estera e di difesa. Salvini pesa poco nel centrodestra. Conte rischia di pesare molto di più negli equilibri dell’opposizione.

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