Lega e 5S, trumpiani d’Italia oltre le simmetrie
di Stefano FolliDomenica sera, nella trasmissione di Fazio, gli elettori hanno avuto un saggio di quale sarebbe la politica estera di un ipotetico governo Conte III: perfettamente allineata a Trump, e questa non sarebbe nemmeno una notizia, ma soprattutto entusiasta di condividere “su un piede di parità” l’apertura a Putin e di conseguenza la sconfessione dell’attuale linea pro-Ucraina.
Al momento l’eventualità di una vittoria elettorale dell’asse Pd-5S è assai remota; anzi, a rigore non si dovrebbe nemmeno parlare di intesa privilegiata, visto che il conflitto interno al centrosinistra offre ogni giorno una prova della sua asprezza. Lo si è potuto notare ieri, quando i 5S hanno fatto sapere di non aderire al raduno del 7 f…
Domenica sera, nella trasmissione di Fazio, gli elettori hanno avuto un saggio di quale sarebbe la politica estera di un ipotetico governo Conte III: perfettamente allineata a Trump, e questa non sarebbe nemmeno una notizia, ma soprattutto entusiasta di condividere “su un piede di parità” l’apertura a Putin e di conseguenza la sconfessione dell’attuale linea pro-Ucraina.
Al momento l’eventualità di una vittoria elettorale dell’asse Pd-5S è assai remota; anzi, a rigore non si dovrebbe nemmeno parlare di intesa privilegiata, visto che il conflitto interno al centrosinistra offre ogni giorno una prova della sua asprezza. Lo si è potuto notare ieri, quando i 5S hanno fatto sapere di non aderire al raduno del 7 febbraio organizzato dal Pd davanti ai cancelli della Rai. Ne hanno ricavato in risposta un commento non proprio amichevole: «Si vede che preferiscono Tele-Meloni». Sono le gioie della campagna elettorale.
Peraltro l’evidenza dimostra che anche nell’altro campo, e in modo simmetrico, i sostenitori di Trump sono impazienti di rivederlo alla Casa Bianca. Salvini è da tempo all’opera per riunire idealmente tutti gli estremisti di destra continentali sotto una sola bandiera: quella che si propone di indebolire l’alleanza atlantica, secondo il programma alquanto paradossale annunciato dallo stesso candidato repubblicano, tenace isolazionista. E una Nato più fragile non vuol dire un’Europa più capace di difendersi da sola: per questo c’è bisogno di un numero imprecisato di anni e di molta fede nei destini comuni. Significa invece un’Europa più vicina a subire l’influenza di Putin e forse peggio. O per debolezza o per scelta, dato che le forze blandite da Salvini, a cominciare dai tedeschi di Alternative, sono filo-russe in modo esplicito.
C’è dunque una simmetria sulla politica estera tra la posizione della Lega nel centrodestra e quella di Conte e dei 5S nel centrosinistra. Entrambi scontenti della linea atlantica del governo, entrambi speranzosi che gli eventi internazionali vengano in soccorso delle loro speranze circa i nuovi equilibri in Europa. Del resto, un esponente della destra rumena ha appena enunciato il programma del suo partito: accaparrarsi pezzi di territorio ucraino (sottinteso: quando la Russia smembrerà quella nazione) a costo di uscire dalla Nato. Un po’ estremizzata è l’opzione che punta all’accordo Trump-Putin e a quel che ne deriva. Su questo una volta di più s’intendono benissimo Conte e Salvini. Con una differenza significativa.
Salvini è già al governo, ma le sue idee sul riassetto europeo non incidono sulla nostra politica estera. Al momento sono strumenti della lunga rincorsa verso il voto di giugno. Armi più o meno spuntate per correggere a proprio vantaggio il rapporto di forze inclinato dalla parte di Giorgia Meloni. Il capo della Lega sa che deve raggiungere almeno il 10 per cento per contare qualcosa: se fallisce, non c’è Trump che tenga. Non sarà lui l’interlocutore del neo presidente americano dopo novembre. La premier Meloni lo sa talmente bene che è da tempo impegnata a chiudergli gli spazi politici. Per Salvini ci sono le infrastrutture, il ponte sullo Stretto, ma non c’è oggi, e se possibile non ci sarà domani, la grande politica.
Diverso lo scenario nel centrosinistra. Conte è come sempre un astuto Zelig che si colloca a sinistra, ma è pronto a seguire il vecchio amico Trump. Il suo spazio si è allargato, non si è ristretto. Il Pd non lo incalza, non ne mette in luce le contraddizioni: pur senza condividere, si sforza di digerire il filo-putinismo, l’amicizia con la Cina. Risultato: il M5S tenta di occupare il centro della scena anche quando si tratta di politica estera e di difesa. Salvini pesa poco nel centrodestra. Conte rischia di pesare molto di più negli equilibri dell’opposizione.