Italia e Medio Oriente, la via stretta
di Stefano FolliL’accordo maggioranza/opposizione in merito alla risoluzione per il Medio Oriente attende adesso una controprova. E potrebbe essere più difficile del passo iniziale. L’intesa infatti è anche una scommessa sul prossimo futuro: se la situazione sul campo dovesse migliorare attraverso una serie di passaggi non facili, avranno avuto ragione gli ottimisti.
Per Elly Schlein vorrebbe dire essere rientrata in gioco sul punto fondamentale della politica estera; Giorgia Meloni, martedì (13 febbraio) sulla difensiva, potrebbe rivendicare d’essersi riallineata alla posizione di Washington, stavolta su una linea dialogante, al pari delle maggiori capitali europee. È quello che può augurarsi un Paese il cui peso internazionale è modesto, ma che come sempre è abile nel percepire i movimenti sulla scena mondiale per adeguarvisi senza ritardo.
C’è poi l’ipotesi peggiore, allo stato tutt’altro che campata in aria. Un generale peggioramento della crisi. Significa lasciare che il nodo scorsoio intor…
L’accordo maggioranza/opposizione in merito alla risoluzione per il Medio Oriente attende adesso una controprova. E potrebbe essere più difficile del passo iniziale. L’intesa infatti è anche una scommessa sul prossimo futuro: se la situazione sul campo dovesse migliorare attraverso una serie di passaggi non facili, avranno avuto ragione gli ottimisti.
Per Elly Schlein vorrebbe dire essere rientrata in gioco sul punto fondamentale della politica estera; Giorgia Meloni, martedì (13 febbraio) sulla difensiva, potrebbe rivendicare d’essersi riallineata alla posizione di Washington, stavolta su una linea dialogante, al pari delle maggiori capitali europee. È quello che può augurarsi un Paese il cui peso internazionale è modesto, ma che come sempre è abile nel percepire i movimenti sulla scena mondiale per adeguarvisi senza ritardo.
C’è poi l’ipotesi peggiore, allo stato tutt’altro che campata in aria. Un generale peggioramento della crisi. Significa lasciare che il nodo scorsoio intorno a Israele si stringa senza aver costretto Hamas a rinunciare alle pretese per quanto riguarda il rilascio degli ostaggi.
Vorrebbe anche dire accettare che l’Iran prosegua nelle sue provocazioni in Mar Rosso e in Libano, fino alla tentazione di usare in modo diretto la propria forza militare. Improbabile? Sì, forse.
Ma non si può escludere tale scenario. In qualche misura lo dimostrano le stesse minacce ricevute, a opera di ambienti filo-Hamas, dall’amministratore delegato della Rai, Sergio. Nonché il collasso delle relazioni tra Vaticano e Gerusalemme. La situazione è torbida e non sempre viene valutata per i rischi connessi.
Il problema è che Biden è in una posizione di relativa debolezza: in novembre avrà bisogno sia del voto arabo-americano sia di quello ebraico. In Medio Oriente lo sanno tutti. E in particolare lo sa il governo dell’Iran, molto veloce nel cogliere i momenti di difficoltà della controparte.
Chi ha buona memoria ricorda l’occupazione dell’ambasciata americana a Teheran durata un anno, tra il 1979 e il 1980. Mandò in frantumi l’immagine pubblica del presidente Carter e generò giorno dopo giorno una drammatica crisi di fiducia nella Casa Bianca.
Fu un incubo tuttora non dimenticato e spiega le ragioni dell’aiuto richiesto oggi da Biden agli alleati. Una risoluzione in sé vale poco o niente sotto il profilo pratico, ma in questo momento ha un preciso significato politico. Per quanto riguarda il nostro Parlamento, peraltro, l’intesa è fragile e potrebbe non resistere a lungo.
È impossibile ignorare che uno dei soggetti in campo, Israele, sa di dover combattere per sopravvivere fisicamente; quindi ogni compromesso sul campo è per forza di cose provvisorio e richiede una forte, permanente garanzia americana.
Di tale aspetto gli europei — e gli italiani tra loro — non sono sempre consapevoli. La stessa formula “due popoli, due Stati”, a cui si ispira da anni la nostra diplomazia e non solo, è molto suggestiva ma lascia inevasa la domanda: chi governerà lo Stato palestinese, visto che non potrà essere Hamas e nemmeno il vecchio e corrotto Abu Mazen?
È un interrogativo destinato a investire anche le forze politiche italiane, nel momento in cui decidono di farsi coinvolgere nel labirinto mediorientale. Laddove trovare il punto di equilibrio è difficile, ma ancora di più lo è camminare sul filo senza commettere errori.
L’uscita di scena di Netanyahu è solo questione di tempo, ma è illusorio credere che il successore sarà più morbido nei confronti dei nemici di Israele. Proprio perché la minaccia è esistenziale e a Gerusalemme ne sono convinti tutti, destra e sinistra. È un punto che non tutti in Europa (e in Italia) hanno afferrato, nemmeno dopo il 7 ottobre.