Caso Navalny, la fiaccolata non basta: perché confiscare i beni di Mosca
di Andrea RomanoLe fiaccolate sono belle e scaldano il cuore. Ma dal giorno dopo si riprende a fare la vita di sempre. Nel pomeriggio di oggi (lunedì 19 febbraio) tutta la politica italiana si ritroverà al Campidoglio per onorare il martirio di Aleksej Navalny, testimoniando lo sdegno bipartisan per l’ennesimo omicidio politico perpetrato dal regime di Putin.
Ottima cosa, fuori da ogni dubbio. Ma dal giorno dopo è più che probabile che in Parlamento tornino tutti i distinguo che conosciamo sulla dittatura putiniana e la sua aggressione all’Ucraina, tra esibizioni muscolari e pelose richieste di disarmare la resistenza di Kiev. Con buona pace della memoria di Navalny e del suo sacrificio.
Eppure un modo ci sarebbe per non rendere del tutto vano il gesto bipartisan. Un modo che renderebbe merito al nome di Navalny e che contribuirebbe ad infliggere un colpo molto doloroso al regime di Putin.
Tale infatti sarebbe un atto parlamentare bipartisan che impegnasse il governo Meloni a farsi promotore, ne…
Le fiaccolate sono belle e scaldano il cuore. Ma dal giorno dopo si riprende a fare la vita di sempre. Nel pomeriggio di oggi (lunedì 19 febbraio) tutta la politica italiana si ritroverà al Campidoglio per onorare il martirio di Aleksej Navalny, testimoniando lo sdegno bipartisan per l’ennesimo omicidio politico perpetrato dal regime di Putin.
Ottima cosa, fuori da ogni dubbio. Ma dal giorno dopo è più che probabile che in Parlamento tornino tutti i distinguo che conosciamo sulla dittatura putiniana e la sua aggressione all’Ucraina, tra esibizioni muscolari e pelose richieste di disarmare la resistenza di Kiev. Con buona pace della memoria di Navalny e del suo sacrificio.
Eppure un modo ci sarebbe per non rendere del tutto vano il gesto bipartisan. Un modo che renderebbe merito al nome di Navalny e che contribuirebbe ad infliggere un colpo molto doloroso al regime di Putin.
Tale infatti sarebbe un atto parlamentare bipartisan che impegnasse il governo Meloni a farsi promotore, nel corso della presidenza italiana del G7 che durerà per tutto il 2024, del sequestro dei 300 miliardi di dollari del regime russo attualmente congelati in Occidente e del loro utilizzo a sostegno della resistenza ucraina.
Miliardi che sono stati accumulati negli anni da quella cleptocrazia putiniana di cui Navalny è stato temibile fustigatore, avendo fatto della lotta alla corruzione e al «partito dei ladri e dei cialtroni» (come definiva Russia Unita) la bandiera di una mobilitazione civile e politica tanto insidiosa per Putin da richiedere il suo assassinio.
Risorse che, se destinate a Kiev, darebbero all’Ucraina quell’ossigeno che rischia di venir meno per le divisioni in campo occidentale e per la possibilità di un ritorno di Trump alla Casa Bianca.
Come hanno scritto su Repubblica Olena Halushka e Hanna Hopko, che guidano la campagna per il sequestro degli asset finanziari putiniani, la loro confisca sarebbe coerente con il diritto internazionale: una contromisura legittima secondo quanto previsto dalla “Codificazione della responsabilità per fatto illecito” approvata nel 2001 dalla Commissione Onu per il diritto internazionale.
E la loro destinazione all’Ucraina sanerebbe almeno in parte le distruzioni inflitte da Mosca e quantificabili, solo per il primo anno di guerra, in almeno 411 miliardi di dollari.
È vero, l’Occidente è diviso anche sull’ipotesi di confisca: se la presidenza Biden spinge da tempo in questa direzione, da parte europea (in particolare nella Bce) esistono timori legati al rischio di indebolire l’euro come valuta internazionale di riserva.
Sono difficoltà finanziarie e giuridiche che non vanno sottovalutate, se abbiamo a cuore la solidità dello Stato di diritto su cui è fondato il nostro spazio di civiltà.
E tuttavia la carica eversiva del regime di Putin pone proprio a questo nostro spazio di civiltà una minaccia esistenziale che richiede l’adozione di risposte nuove e coraggiose, nel campo della sicurezza quanto in quello della finanza.
Il sequestro delle risorse della cleptocrazia putiniana sarebbe una risposta all’altezza della sfida di Mosca, in grado di colpire la cricca di regime dove è più vulnerabile (i soldi) e di segnalare anche per il futuro la fine dell’impunità per chi attenta alla libertà e alla sovranità degli altri popoli.
La politica italiana, tutta insieme, può utilizzare la presidenza del G7 per farsi promotrice di tale risposta. Una volta spente le fiaccole sul Campidoglio, a due anni dall’inizio dell’aggressione all’Ucraina, i partiti tornino in Parlamento e chiedano al governo di guidare la coalizione internazionale per la confisca delle risorse finanziarie russe. Nel nome di Navalny e del suo sacrificio.