Navalny, il corpo contro il tiranno
di Luigi ManconiInfine, dopo nove giorni, il cadavere della Vittima è stato consegnato alla Madre. Dopo oltre una settimana, i familiari di Aleksej Navalny e sua madre Lyudmila hanno potuto riavere il corpo del congiunto, ma le sue traversie sono tutt’altro che concluse.
E restano alcuni dubbi essenziali: dove verrà sepolto? Sarà possibile che una commissione scientifica imparziale ne esamini le spoglie? Come e dove avverrà il suo funerale? Sarà segreto o pubblico?
Interrogativi cruciali che, tutti, rimandano a una questione fondamentale, che un libro recente, bello e controverso, permette di affrontare attraverso uno sguardo storico e un’analisi filologica. Mi riferisco a Contro Antigone o dell’egoismo sociale, scritto da Eva Cantarella e appena pubblicato da Einaudi.
Il mito di Antigone è notissimo e, a partire dalla tragedia di Sofocle, ha suscitato grande interesse e sofisticate interpretazioni (basti ricordare le letture di Goethe, Hegel e Anouilh).
Cantarella considera quel mito attraverso…
Infine, dopo nove giorni, il cadavere della Vittima è stato consegnato alla Madre. Dopo oltre una settimana, i familiari di Aleksej Navalny e sua madre Lyudmila hanno potuto riavere il corpo del congiunto, ma le sue traversie sono tutt’altro che concluse.
E restano alcuni dubbi essenziali: dove verrà sepolto? Sarà possibile che una commissione scientifica imparziale ne esamini le spoglie? Come e dove avverrà il suo funerale? Sarà segreto o pubblico?
Interrogativi cruciali che, tutti, rimandano a una questione fondamentale, che un libro recente, bello e controverso, permette di affrontare attraverso uno sguardo storico e un’analisi filologica. Mi riferisco a Contro Antigone o dell’egoismo sociale, scritto da Eva Cantarella e appena pubblicato da Einaudi.
Il mito di Antigone è notissimo e, a partire dalla tragedia di Sofocle, ha suscitato grande interesse e sofisticate interpretazioni (basti ricordare le letture di Goethe, Hegel e Anouilh).
Cantarella considera quel mito attraverso il ribaltamento di sedimentati stereotipi, approfondendo i diversi ruoli che i personaggi sofoclei incarnano, fino a creare una trama originale, dove il rapporto tra individuo e Stato si presenta in tutta la sua complessità.
E quegli stessi ruoli vengono redistribuiti in modo innovativo cosicché il conflitto non è più congelato nel prevedibile antagonismo tra ragioni del cuore e ragion di Stato, ma si articola in ciascun soggetto come tensione acuta tra morale e responsabilità e tra valori e norme. O meglio: tra valori e altri valori. Ma tutto ciò muove dal corpo di Polinice e a esso ritorna. È il corpo di cui una legge della polis interdice la sepoltura, suscitando la ribellione della sorella Antigone.
La controversia, tuttavia, è assai più profonda e ampia di quanto evochi l’obbedienza o la disobbedienza a una legge. Il corpo di Polinice pone la questione — terribile e dirimente — del ruolo della soggettività nell’ordinamento dello Stato. Così come, al netto delle incomparabili differenze, il corpo di Aleksej Navalny.
Lo Stato totalitario — quello russo in questo caso — sembra prevedere i corpi solo come fattore di disordine ed elemento di sovversione: nel regime dispotico i corpi sono scarti, eccedenze destabilizzanti, residui che producono precarietà. Ma possono essere testimonianze dell’ingiustizia e segnali di ostinata sopravvivenza di tutto ciò che l’esercizio della forza statuale non riesce a integrare.
Si pensi ancora a Navalny, alla sua vita erratica tra Paesi europei e Russia, tra fugace e fuggevole trascorrere prima nelle pieghe del regime di Vladimir Putin e poi contro di esso, tra presenza fisica e immagine online. Quindi quell’avvelenamento da Novichok che fa di lui un corpo del reato, un esperimento del potere criminale e un’esperienza del martirio.
Anche da quell’inabissamento oscuro il corpo di Navalny ritornerà, prima per consegnarsi agli apparati del potere russo e poi per manifestarsi, emaciato, dalle segrete di quella prigione collocata nel gelo vuoto del Circolo polare artico.
Infine, la morte è il cadavere dell’oppositore che diventa posta in gioco di un affare di Stato, dove il regime si presenta come dominio del segreto e dispotismo del silenzio.
La strategia è quella del nascondimento: il corpo di Navalny va ricondotto agli arcana imperii, ai fondamenti più cupi del potere perché non diventi il simbolo materiale e concreto — corporeo, appunto — dell’opposizione.
E, ciò nonostante, quello stesso corpo sfugge alla volontà omologante del potere, è l’eccezione, la polvere negli ingranaggi, l’irregolarità che mina il sistema e il fattore umano che contrasta il disciplinamento delle intelligenze e delle anime.
Il corpo è la sede più intima della persona umana e di quel suo fondamento che è la dignità e, di conseguenza, la matrice dei diritti fondamentali dell’individuo.
Il potere del tiranno non può prevedere l’irriducibile contraddizione rappresentata dalla soggettività umana — dalla sua forza così come dalla sua caducità — e tenta di ridurla alla misura del sistema e di annullarla nella politica di Stato.
Per questo Vladimir Putin, per più di una settimana, ha tentato di controllare la salma del suo principale oppositore, al fine di esorcizzarne un utilizzo politico-simbolico che rivelasse l’impotenza della dittatura nei confronti dell’estrema e postuma vitalità di un corpo morto.
Se, dunque, la figura di Lyudmila Navalnaya si sottrae alle letture più convenzionali del mito di Antigone, sembra tuttavia rivelare un conflitto ancora più radicale: quello della lotta del diritto giusto contro la sopraffazione della legge del tiranno.