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Per la Destra è tempo di scegliere

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Non è un titolo d’onore, ma uno degli sport preferiti dai conformisti consiste nel bastonare il cane che affoga. Ossia schernire e insultare l’avversario o comunque il potente ormai a terra. Nemmeno Matteo Salvini sfugge alla regola che ha illustri precedenti. Bisogna dire che stavolta il capo della Lega è meno colpevole che in passato: in fondo in Sardegna ha difeso un presidente in carica di basso livello, ma chi lo ha sostituito, il cagliaritano Truzzu imposto da Giorgia Meloni, non era migliore. Così si è verificato il cortocircuito. E ora a destra, come si usa dire, volano gli stracci. Succede quando il collante che tiene insieme una coalizione non è un’idea del paese (o della nazione, come qualcuno preferisce dire). La sconfitta, invece di generare qualche opportuna riflessione, produce solo il rimpallo delle responsabilità.

Si dirà che l’unica in grado di avviare un ripensamento è la presidente del Consiglio. Possiede una qualità politica superiore al suo alleato/rivale ed è d…

Non è un titolo d’onore, ma uno degli sport preferiti dai conformisti consiste nel bastonare il cane che affoga. Ossia schernire e insultare l’avversario o comunque il potente ormai a terra. Nemmeno Matteo Salvini sfugge alla regola che ha illustri precedenti. Bisogna dire che stavolta il capo della Lega è meno colpevole che in passato: in fondo in Sardegna ha difeso un presidente in carica di basso livello, ma chi lo ha sostituito, il cagliaritano Truzzu imposto da Giorgia Meloni, non era migliore. Così si è verificato il cortocircuito. E ora a destra, come si usa dire, volano gli stracci. Succede quando il collante che tiene insieme una coalizione non è un’idea del paese (o della nazione, come qualcuno preferisce dire). La sconfitta, invece di generare qualche opportuna riflessione, produce solo il rimpallo delle responsabilità.

Si dirà che l’unica in grado di avviare un ripensamento è la presidente del Consiglio. Possiede una qualità politica superiore al suo alleato/rivale ed è donna di temperamento, forse anche di coraggio: quale che sia il giudizio sulle sue scelte. Se è così, il momento di dimostrarlo è arrivato. Il problema è che in Sardegna il centrodestra non ha perso per colpa di Salvini. Il quale è rimasto, sì, sotto le macerie, tuttavia il meccanismo letale è stato innescato proprio dalla premier.

L’obiettivo, come è noto, era eliminare un passo dopo l’altro il leghista dal tavolo da gioco. Ma lo schema prevedeva il progressivo rafforzamento di FdI in parallelo con la decadenza di Salvini. Viceversa abbiamo avuto il crollo della Lega, e probabilmente la fine politica del suo capo, ma il prezzo pagato dalla Meloni è molto alto: è l’esaurirsi di quella strana malìa nell’opinione pubblica per cui anche gli avversari, in qualche caso, hanno osservato con ammirazione i successi di una giovane donna assai determinata. Una donna che ha la Thatcher tra i suoi miti politici, ma che alla fine non è riuscita a scegliere tra incarnare una posizione radicale, circondandosi di pochi vecchi amici fidati; oppure imboccare senza indugi la via di una forza conservatrice liberale, come appunto la figura idealizzata della premier inglese suggerirebbe.

Era inevitabile che l’incantesimo, chiamiamolo così, dei primi mesi sarebbe finito. Ma ora che è accaduto, nessuno sa bene cosa dire a destra. Al punto da cancellare le presenze televisive per commentare la Sardegna. Intanto si avvicina l’Abruzzo e con esso la prova del nove. Una seconda sconfitta sarebbe persino più grave della prima: indicherebbe una tendenza che si consolida. Quello che ci si attende da Salvini è che dismetta gli abiti del revanscista, di colui che cerca la vendetta. Se riesce a ritrovare un’intesa nel suo partito, dove sono quasi pronti a liberarsi di lui, può darsi che possa rinviare il duello finale, stile Ok Corral, con Giorgia Meloni. Data la situazione, non conviene più a nessuno. Ma certo non basterà. Il centrodestra dovrà imboccare una strada convincente prima dell’europee, scansando al tempo stesso le trappole delle regionali.

Cosa vuole essere questa destra? Un insieme di radicalismi e di personalismi tenuti insieme dai livori reciproci? Ovvero una forza di governo fondata su un progetto in grado di stimolare la fantasia di un elettorato in cerca di stabilità e di qualche innovazione, magari di una maggiore libertà economica e di meno burocrazia? Finora la risposta a questa domanda non è mai stata convincente. Dovrebbe andare di pari passo con un’apertura a personalità ed energie politiche indipendenti, scelte non per fedeltà politica, bensì per competenze e capacità. Questo fece la Thatcher nel Regno Unito degli anni Ottanta, fra il tramonto del “labour” e il grigiore del conservatorismo classico che non parlava più agli inglesi.

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