Scontri a Pisa, la strategia della paura
di Benedetta Tobagi«Ma perché sta tornando la repressione?», mi chiede una ragazza, diciotto anni, a nome della sua classe. I compagni annuiscono, nei loro occhi vedo la preoccupazione, lo sconcerto. Non la rabbia. La domanda arriva verso la fine di un incontro in una scuola superiore di Cagliari.
Nei primi mesi dell’anno giro per l’Italia rispondendo alle domande dei ragazzi a partire da un libro (in questo caso La Resistenza delle donne) e dalla storia si passa sempre all’attualità — negli ultimi mesi più spesso del solito.
Hanno letto della repressione violenta di una manifestazione di donne radunatesi al cimitero per ricordare due ragazze partigiane ammazzate, nel marzo ’45 e, mutatis mutandis, s’interrogano sul presente.
Siamo in democrazia, adesso: perché manganellare dei ragazzi disarmati? Non si riferiscono solo a Pisa e altri episodi simili, respirano un clima. Lo respiro anch’io. Penso alla criminalizzazione dell’uso della vernice lavabile degli attivisti per il clima, a quella della “res…
«Ma perché sta tornando la repressione?», mi chiede una ragazza, diciotto anni, a nome della sua classe. I compagni annuiscono, nei loro occhi vedo la preoccupazione, lo sconcerto. Non la rabbia. La domanda arriva verso la fine di un incontro in una scuola superiore di Cagliari.
Nei primi mesi dell’anno giro per l’Italia rispondendo alle domande dei ragazzi a partire da un libro (in questo caso La Resistenza delle donne) e dalla storia si passa sempre all’attualità — negli ultimi mesi più spesso del solito.
Hanno letto della repressione violenta di una manifestazione di donne radunatesi al cimitero per ricordare due ragazze partigiane ammazzate, nel marzo ’45 e, mutatis mutandis, s’interrogano sul presente.
Siamo in democrazia, adesso: perché manganellare dei ragazzi disarmati? Non si riferiscono solo a Pisa e altri episodi simili, respirano un clima. Lo respiro anch’io. Penso alla criminalizzazione dell’uso della vernice lavabile degli attivisti per il clima, a quella della “resistenza anche passiva” in carcere… una cappa soffocante. Un crescendo.
Vogliono che le persone, i ragazzi in particolare, abbiano paura, sentano che mostrare il proprio dissenso è pericoloso. Vogliono che i loro genitori abbiano paura, e cerchino di persuaderli a restarsene a casa.
Vogliono intimidire chi fa sentire la propria voce in piazza, in modo democratico. Perché la protesta, la presenza non violenta dei corpi e delle voci nello spazio pubblico, è una cosa potente. Per questo si cerca di comprimere, dissuadere, intimidire, delegittimare chi si mette in gioco.
È questa la prima cosa che ho detto loro, perché nel nostro tempo il sentimento di contare poco o nulla, il senso di impotenza davanti a problemi più grandi di noi è enorme, schiacciante, soprattutto per i più giovani.
La vostra voce è importante, ragazzi, la vostra presenza pesa, al punto che per risospingervi tra le mura di casa hanno sfoderato i manganelli: ricordatevelo. Siamo in Sardegna, il pensiero corre a Michela Murgia: ogni tempesta è fatta di una miriade di gocce.
Mi tornano episodi recenti in cui qualcuno ha agito con modalità aggressive: a Torino, qualche giorno prima a Milano, contro le vetrine di un supermarket. Avevo visto passare quel corteo, piccolo e rumoroso.
Studiando gli anni Settanta da quasi vent’anni, il mio primo pensiero era stato: basta che spacchino un vetro e farà notizia. Con tutto quel che abbiamo vissuto come Paese qualche decennio fa, mi amareggia che qualcuno (ne basta uno, due, pochissimi — e la madre dei cretini è sempre incinta) non abbia ancora assimilato l’antica lezione che agire qualunque forma di violenza nei cortei, contro cose o persone, è un clamoroso autogol.
Anche per questo il clima è allarmante. Perché l’uso eccessivo e immotivato della forza, nella gestione dell’ordine pubblico, ha anche il sapore della provocazione. Può scatenare rabbia, eccome. Ma ogni azione di protesta che — per rabbia, per rivalsa, per qualunque motivo — superi il limite della non violenza, viene sbattuta in prima pagina, inghiotte il messaggio dei manifestanti pacifici e trasforma la protesta in “problema di ordine pubblico”. Ogni piccolo tafferuglio sarà gonfiato, strumentalizzato.
Parlo anche di questo con i ragazzi: non cadete in quella trappola, non fatevi cacciare in un vicolo cieco. Imparate dai grandi maestri della non violenza e della disobbedienza civile, un filone d’oro troppo spesso dimenticato di un Novecento più spesso ricordato e insegnato, anche a scuola, solo come età di estremi e di violenza.
Non siete soli: persino il presidente della Repubblica ha difeso il vostro diritto a stare in piazza senza essere picchiati. E certo non poteva immaginare, né lui, né tanta parte del Paese, che la presidente del Consiglio, anziché condividere e ringraziarlo, l’avrebbe attaccato.
La rabbia è comprensibile e pure legittima, ma va trasformata in energia creativa. La protesta pacifica fa ancora paura, lo stiamo vedendo. Teniamolo a mente.
Da tanti anni di studio, dalle ricerche di Donatella della Porta e molti altri sulle forme della protesta, ho imparato una cosa importante, dico loro infine: dopo gli eccessi violenti che hanno segnato gli anni Settanta, le proteste sono cambiate, hanno potenziato le caratteristiche performative (con la teatralità di flash mob, suoni e colori, accanto agli slogan) e, soprattutto, hanno imparato a sfruttare al meglio la tecnologia: il miglior servizio d’ordine sono diventate prima le cineprese digitali, poi le migliaia d’occhi delle videocamere dei cellulari.
Filmate, ragazzi, documentate. Non fatevi spaventare, tenete i nervi saldi. Sono tempi difficili, ma non siete soli.