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Dossier, la destra il mercato clandestino delle notizie

L’inchiesta di Perugia mette di fronte alla classe politica e dirigente di questo Paese non un “complotto in stile sovietico” ai danni del governo in carica. Ma più semplicemente due drammatiche fragilità della nostra democrazia, il suo fondo limaccioso
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Incapace di una postura, prima ancora che di una narrazione, adeguata alla complessità ed estrema gravità delle questioni sollevate dall’inchiesta della Procura di Perugia sul sistematico accesso abusivo alle informazioni patrimoniali sensibili di esponenti di governo, parlamentari, imprenditori, amministratori pubblici, uomini di sport, semplici cittadini, la destra e la sua terza gamba sui temi della giustizia (Italia Viva) hanno trasformato l’affaire in una rappresentazione grottesca.

Utile ad allontanare l’attenzione dal cuore della vicenda, ma soprattutto necessaria ad assestare strumentalmente l’ennesimo colpo al ruolo della magistratura, della stampa, degli strumenti e delle agenzie del nostro sistema antiriciclaggio. Più in generale al sistema di controllo e bilanciamento che assicura in ogni democrazia non solo il principio di legalità ma anche quello di trasparenza.

Con enfasi eccitata, la presidente del Consiglio — la stessa che ha coperto e copre le responsabilità di un…

Incapace di una postura, prima ancora che di una narrazione, adeguata alla complessità ed estrema gravità delle questioni sollevate dall’inchiesta della Procura di Perugia sul sistematico accesso abusivo alle informazioni patrimoniali sensibili di esponenti di governo, parlamentari, imprenditori, amministratori pubblici, uomini di sport, semplici cittadini, la destra e la sua terza gamba sui temi della giustizia (Italia Viva) hanno trasformato l’affaire in una rappresentazione grottesca.

Utile ad allontanare l’attenzione dal cuore della vicenda, ma soprattutto necessaria ad assestare strumentalmente l’ennesimo colpo al ruolo della magistratura, della stampa, degli strumenti e delle agenzie del nostro sistema antiriciclaggio. Più in generale al sistema di controllo e bilanciamento che assicura in ogni democrazia non solo il principio di legalità ma anche quello di trasparenza.

Con enfasi eccitata, la presidente del Consiglio — la stessa che ha coperto e copre le responsabilità di un suo sottosegretario alla Giustizia (Andrea Delmastro) imputato a Roma per rivelazione di notizie coperte da segreto di ufficio necessarie a colpire esponenti dell’opposizione — chiede insieme ai suoi ministri di conoscere “i mandanti” di quella sistematica attività di violazione di informazioni coperte da segreto.

E alla richiesta, per dire, si associano non solo Maurizio Gasparri, capogruppo al senato di Forza Italia che aveva dimenticato di comunicare al Parlamento di essere presidente di una società di cybersecurity che lo poneva in conflitto di interessi con il suo ruolo di parlamentare (e da cui si è dimesso ieri), ma anche il distratto vicepremier e ministro degli Esteri Tajani.

Che pure, per saperne qualcosa di più di “mandanti” potrebbe facilmente rivolgersi al senatore e collega di partito Lotito, interessato a uno dei tanti incartamenti (quello riguardante il presidente della Fgci Gravina) cucinati dall’infedele ufficiale della Guardia di Finanza Striano.

Per non dire di Matteo Renzi, salito in tribuna per chiedere, visto che ci siamo, la testa del pm di Firenze che ha indagato sulla sua famiglia e per ricordarci che non viviamo in Italia ma nella Ddr delle Vite degli altri. Dove i giornalisti, al pari delle loro fonti, diventano “spie” e informazioni patrimoniali vere (ancorché coperte da segreto) “dossier” o carburante per “macchine del fango”.

Ora, perché sia chiaro, nessuno si nasconde o intende nascondere la gravità del baco che si era prodotto “nell’ufficio Sos” della Procura nazionale antimafia (Repubblica ne ha dato notizia per prima e per prima ne ha raccontato la dimensione).

E nessuno pensa che il giornalismo italiano (tutto, compreso quello delle gazzette che suonano ogni giorno lo spartito dei mattinali di Fazzolari e che hanno pubblicato nel tempo “sos” e informazioni riservate utili a colpire avversari politici, come Nichi Vendola, Beppe Grillo, Luca Casarini) debba sfuggire, se mai dovesse essere accertata una violazione delle regole che governano la nostra professione, a una trasparente assunzione di responsabilità.

Con buona pace di chi non riesce ad immaginare questa professione in modo diverso da quello di cinghia di trasmissione di un qualche potere. Così come nessuno è così sciocco da pensare che il finanziere Striano, per anni, abbia compulsato a strascico le banche dati come unico protagonista in commedia.

E tuttavia proprio in ragione di questa consapevolezza, siamo convinti che l’inchiesta di Perugia metta di fronte alla classe politica e dirigente di questo Paese non un “complotto in stile sovietico” ai danni del governo in carica. Ma più semplicemente due drammatiche fragilità della nostra democrazia, il suo fondo limaccioso.

Parliamo dello spensierato abbandono e ritardo nel mettere in sicurezza per tempo le infrastrutture che proteggono l’integrità e l’accesso ai nostri dati sensibili, nonostante gli allarmi lanciati dagli allora procuratori di Milano, Roma, Napoli e Torino.

E dell’esistenza di un fiorente mercato clandestino di notizie coperte da segreto, o se si preferisce di “informazioni riservate”, il cui primo cliente non è quasi mai il giornalismo, ma sono la Politica e l’impresa (dicono qualcosa antiche vicende come Telekom Serbia o il caso Telecom?).

Perché le notizie, a maggior ragione se segrete, misurano il potere e ne regolano i rapporti di forza. Ne armano o disarmano la capacità di ricatto, che è spesso il cemento della nostra classe dirigente. Prova ne sia che, pur neutralizzato Pasquale Striano, il mercato delle “sos” continua a fiorire e regalare informazioni riservate sulle pagine dei giornali.

Da questo punto di vista, ascoltare l’audizione in commissione antimafia del Procuratore nazionale Giovanni Melillo è stata una boccata di ossigeno. Per la sua capacità di spostare l’attenzione del Paese (e ci auguriamo del Parlamento) dal dito alla luna. Per il coraggio e l’onestà intellettuale di sottrarre la sostanza di ciò che ha squadernato l’inchiesta di Perugia dall’ipocrisia della strumentalizzazione alla concretezza delle questioni che propone. Che sono appunto la fragilità delle infrastrutture e il suk clandestino delle informazioni riservate con la sua variopinta clientela.

Questioni che interpellano tutti: il Parlamento, il magistrato (Giovanni Russo) che concepì alla Dna l’ufficio “Sos” così come è raccontato nelle carte di Perugia prima di essere chiamato da questo governo a capo del Dap, il pm antimafia cui Striano asseritamente riferiva (Laudati) e i procuratori nazionali che hanno preceduto Melillo.

E, non certo ultimi, gli apparati di sicurezza. A cominciare dalla Guardia di Finanza, cui va certo dato il merito di aver contribuito, su impulso di Melillo, a mettere in sicurezza la falla che si era aperta nell’ufficio “Sos”, ma di cui Striano vestiva l’uniforme, e che la Guardia di Finanza aveva burocraticamente riconfermato nel suo incarico alla Procura nazionale antimafia.

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