L’inchiesta di Perugia scatena la reazione della politica. A destra, dove parlano di «metodi da regime», «questione antidemocratica», «ricerca dei mandanti», volutamente confondendo il presunto dossieraggio (quello dove è coinvolto il pm antimafia Antonio Laudati e dove la stampa non c’entra niente) con l’uscita sui giornali di documenti riservati su ministri, sottosegretari e vip, frutto della sistematica intrusione delle banche dati da parte del finanziere Pasquale Striano. E a sinistra, dove c’è molta preoccupazione per quel che hanno scoperto i pm e per le polemiche che travolgono un importante apparato dello Stato qual è la Direzione nazionale antimafia.
«Il fatto è gravissimo», dice la premier Giorgia Meloni. «Utilizzare così banche dati pubbliche non c’entra niente con la libertà di stampa». E aggiunge: «Vogliamo sapere chi sono i mandanti perché questi sono metodi da regime. Scopriamo che ci sono funzionari dello Stato Italiano che fanno dossieraggi ad personam per passare le notizie ad alcuni giornali, segnatamente al giornale di De Benedetti (il Domani, ndr)». Come detto, però, gli inquirenti non ritengono dossieraggio la parte dell’inchiesta che riguarda l’attività abusiva del finanziere (circa 800 interrogazioni ai database in cinque anni) a vantaggio dei cronisti. E proprio questo andrà a spiegare oggi alla Commissione Antimafia Giovanni Melillo, procuratore capo della Dna. Domani poi sia lui che il capo della procura di Perugia Raffaele Cantone saranno auditi dal Copasir.
Una questione «antidemocratica», la definisce Antonio Tajani, che si chiede se dietro ci sia un regista. «Qualcuno pagava, qualcuno sapeva, qualcuno ne approfittava», dice invece Matteo Salvini, sottolineando che le ricerche illegali di Striano si sono concentrate soprattutto sul centrodestra. Dagli atti dell’indagine, tuttavia, non si evince alcun passaggio di denaro o episodi corruttivi, quindi non si capisce a cosa Salvini si riferisca quando dice «qualcuno pagava». Su quanto sta emergendo dall’indagine sullo spionaggio dei vip interviene anche la segretaria del Pd Elly Schlein. «È uno scandalo di una gravità inaudita. Bisogna fare estrema chiarezza e per questo abbiamo chiesto che vengano auditi Melillo e Cantone».
Italia Viva, invece, vuole chiamare a riferire alla Commissione antimafia Federico Cafiero de Raho, ex procuratore nazionale antimafia fino a febbraio del 2022, oggi deputato M5s e vicepresidente della commissione (già nel mirino anche di Forza Italia). L’audizione di un membro della stessa commissione «non ha precedenti», sottolinea Raffaella Paita che ha annunciato l’iniziativa. Sulla quale dovrà esprimersi la presidente Chiara Colosimo. Infine il ministro della Difesa Guido Crosetto, la cui denuncia dopo la pubblicazione sul Domani della sua dichiarazione dei redditi ha dato il via all’inchiesta. «Non parlo perché sono parte lesa, ma vedo che parlano molto gli indagati».