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Abruzzo, la battaglia dell’Ohio d’Italia

Pescara, 5 marzo: Giorgia Meloni e Marco Marsilio 

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Stavolta Meloni non può perdere, pena la crisi di un sistema di potere che alla destra comincia a sfuggire di mano
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Carbonara o amatriciana, come Franza o Spagna: purché se magna. Giorgia Meloni chiude in bellezza la sua impetuosa campagna elettorale sull’Abruzzo, esattamente come l’aveva conclusa in Sardegna. L’ennesima grande abbuffata di promesse per gli amici, e la solita grossa grassa razione di manganellate per i nemici. Tutti: la sinistra livorosa e la piazza rissosa, la pochette contiana vergognosa e l’Antimafia sediziosa.

Per questo la Sorella d’Italia ogni giorno vive «con l’elmetto». E addirittura ci dorme, come racconta al pio Del Debbio, che non le lascia scampo con le sue domande abrasive e inesorabili. È una sporca guerra: annientare i comunisti schleiniani e bastonare i tafferuglisti radical chic, denunciare i dossieristi infedeli e silenziare i giornalisti debenedettini. Ma qualcuno deve pur farla, soprattutto se si rivota in una Regione a bassissima densità demografica ma ad altissima intensità politica.

Stavolta non si può perdere, pena la crisi di un sistema di potere che…

Carbonara o amatriciana, come Franza o Spagna: purché se magna. Giorgia Meloni chiude in bellezza la sua impetuosa campagna elettorale sull’Abruzzo, esattamente come l’aveva conclusa in Sardegna. L’ennesima grande abbuffata di promesse per gli amici, e la solita grossa grassa razione di manganellate per i nemici. Tutti: la sinistra livorosa e la piazza rissosa, la pochette contiana vergognosa e l’Antimafia sediziosa.

Per questo la Sorella d’Italia ogni giorno vive «con l’elmetto». E addirittura ci dorme, come racconta al pio Del Debbio, che non le lascia scampo con le sue domande abrasive e inesorabili. È una sporca guerra: annientare i comunisti schleiniani e bastonare i tafferuglisti radical chic, denunciare i dossieristi infedeli e silenziare i giornalisti debenedettini. Ma qualcuno deve pur farla, soprattutto se si rivota in una Regione a bassissima densità demografica ma ad altissima intensità politica.

Stavolta non si può perdere, pena la crisi di un sistema di potere che alla destra comincia a sfuggire di mano. E allora tocca farla a lei, questa guerra totale. Chiamando alle armi con tutti gli argomenti e i fomenti possibili un territorio esasperato dal collasso sanitario e devastato dal dissesto infrastrutturale. Confermando una volta di più la sua vera natura, che in fondo resta quella dell’Underdog da comizio o da corteo, e che non riesce a correggere o a contenere nemmeno dopo aver traslocato dagli stambugi della sezione di Colle Oppio alle stanze ovattate di Palazzo Chigi.

«As Ohio goes, so goes the Nation», dicono da decenni gli americani alla vigilia delle presidenziali. E l’Abruzzo è a suo modo un Ohio italiano, tagliato a metà dalla dorsale appenninica che divide in due anche gli elettorati, usato spesso come laboratorio di alleanze locali che anticipano i cambiamenti nazionali.

Alle politiche del 2018 l’amara terra di Ignazio Silone vide trionfare i Cinque Stelle con uno spropositato 39,8%, epifania del grillismo degli anni a venire. Alle Regionali del 2019 premiò la Lega del Salvini pre-Papeete con un ricco 27,5%, grazie al quale la junior partner delle tre destre (Fratelli d’Italia allora prese solo il 6,4%) poté insediare il suo ex camerata, quel Marco Marsilio governatore in smartworking sul quale domani la Sorella d’Italia riscommette, giocandosi davvero l’osso del collo.

Perdere anche l’Abruzzo, dopo aver ceduto la Sardegna, non sarebbe più un incidente di percorso. Diventerebbe un indicatore di tendenza. Quasi come per i presidenti yankee, che non possono permettersi la Casa Bianca se prima non hanno fatto il pieno di schede in Ohio.

Dunque, oggi come nel Ventennio: vincere, e vinceremo. A qualunque costo, che ora diventa persino più alto di quello sostenuto (inutilmente) per convincere gli orgogliosi sardi a votare il post-fascista Paolo “Trux” invece della pentastellata Alessandra Todde.

E così, dalla premier donna-madre-italiana-cristiana, siamo all’ultima metamorfosi: Giorgia Laqualunque, più soldi e più miracoli per tutti, in un trip da voto di scambio che nessun democristiano aveva mai raggiunto, nemmeno il prode Gaspari, lo Zio Remo che assumeva tutti alle Poste.

A cos’altro serve la colossale fiera da Strapaese che all’improvviso — grazie al Truffa-Tour di una dozzina di ministri mai visti prima in quelle lande desolate — sembra far piovere sugli abruzzesi una caterva di milioni virtuali, dai 720 riciclati dal Cipe per l’Alta Velocità Roma-Pescara ai 50 spuntati dal cilindro magico di Urso per il polo spaziale del Fucino?

E a cos’altro serve la gigantesca cortina fumogena e ansiogena sollevata sui “dossieraggi”, nel quale si confonde la legittima preoccupazione per un sistema di banche dati diventato una gruviera appannaggio di qualche finanziere cialtrone con la più improbabile “intentona” ad opera di chissà quale Spectre messa in piedi per sovvertire l’ordine democratico?

Le destre hanno in materia un formidabile know-how: dal tintinnar di sciabole del generale De Lorenzo alla Gladio di Cossiga, dalle bufale della Commissione Mitrokhin con Mortadella-Prodi e Cicogna-Fassino alle patacche su Telekom Serbia col magliaro Igor Marini, dalle liste imputridite della Loggia Ungheria allo spionaggio caciottaro della premiata ditta Pompa&Pollari. Loschi traffici da servili funzionarietti del Deep State, per lo più persi nel vuoto.

Di quest’ultima sappiamo ancora poco, e per la credibilità delle istituzioni è essenziale che l’autorità giudiziaria vada fino in fondo e faccia piena luce. Melillo e Cantone hanno fornito la dimensione quantitativa degli accessi illeciti su politici e parlamentari, boiardi e calciatori, e fa una certa impressione. Ma la portata qualitativa del fenomeno, se cioè ci sia qualche Burattinaio che tira le fila e chi sia mai questo Fantomas di spioni e barbe finte, questo non l’hanno ancora capito le Procure, figuriamoci noi cittadini.

E allora: «il mandante, il mandante!», urlano Giorgia e i suoi Fratelli, a caccia del Grande Vecchio che trama contro i Patrioti. Con poco senso del ridicolo, accusano l’odiato “Ingegnere Rosso”, l’ormai novantenne Carlo De Benedetti.

Con molta faccia tosta, sorvolano sul fatto che le violazioni dei server del sottotenente Striano siano concentrate tra gennaio 2019 e novembre 2022, quando l’onda nera meloniana era ancora una lieve increspatura nel mare grillo-piddino e poi draghiano. Non importa: il polverone ha le sue regole, tutto serve a drammatizzare e a mobilitare, a distrarre e a dividere.

«La democrazia è sotto attacco», rilancia la presidente del Consiglio (come già fece ai tempi dello sciopero della fame di Alfredo Cospito, quando un centinaio di anarchici tirarono quattro fumogeni per le vie di Torino). «Tira un’aria brutta», insiste in vista del G7 (subito smentita dall’Intelligence). «Serve una Commissione d’inchiesta», chiosa il Guardasigilli Nordio, evidentemente non sfamato dalle uova di serpente già covate in quella sulle banche e poi in quella sul Covid.

La narrazione emergenziale serve a polarizzare, e a spingere alle urne gli abruzzesi traditi ma impauriti. Se poi l’allarme cospirazionista diventa pure l’occasione per rimettere in riga l’Antimafia e la Banca d’Italia — che con le “Segnalazioni su Operazioni Sospette” va a rovistare tra i patrimoni e i conti di ministri e morti di fama — ben venga. E se è addirittura un alibi per intimidire un’altra volta i giornali e i giornalisti, allora la coalizione ha fatto bingo.

Tanto vale, l’Ohio marsicano. La posta in palio non è il governo, che non cadrebbe comunque se Meloni perdesse anche l’Abruzzo. Ma certo il quadro e il clima politico cambierebbero radicalmente.

Comunque vada, il rebus Salvini si fa ogni giorno più indecifrabile, dentro la maggioranza e dentro la Lega. Nessuno capisce cos’abbia in testa il Capitano, con un consenso polverizzato e un partito balcanizzato.

L’unica certezza è l’imbarazzante sabotaggio sistematico che adotta contro la premier. Lei vede Von der Leyen a Roma, lui strilla in tv che Ursula è «la rovina dell’Europa». Lei da brava nipotina vola a Washington per farsi baciare sulla fronte da nonno Biden, lui da perfetto sfasciacarrozze fa i complimenti a Trump per i successi nel Super Tuesday.

Aspettiamo pure la conta delle Europee di giugno, ma è chiaro a tutti che così questa alleanza non può né reggere né durare. E se Luciano D’Amico riuscisse nel miracolo di espugnare anche il fortino abruzzese e di far rivincere il “campo larghissimo”, verrebbe quasi da dire insieme a Elly Schlein che ora «l’alternativa c’è davvero».

Purtroppo per lo sgangherato bipolarismo italiano, non è così. Lo dimostrano le ambiguità manovriere di Conte: “Giuseppi” resta quasi più trumpiano di Matteo. Su queste basi politiche, culturali e valoriali puoi anche piazzare le tue bandierine in qualche regione. Ma l’Italia non te la riprendi.

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