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Ue, la sfida dei Balcani Occidentali

Belgrado, 15 marzo: il presidente serbo Aleksandar Vucic 

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L’Europa deve tenere agganciata geopoliticamente un’area non ancora assimilabile se non con gradualità, favorendo riforme e investimenti
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Ad oltre vent’anni dalle Conclusioni del Consiglio Europeo di Salonicco sulla prospettiva europea dei Balcani Occidentali, la tormentata regione (Serbia, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord e Albania) si trova in una sorta di “stallo febbrile”, frutto di incongruenze interne e in parte psicologiche indotte dall’accelerazione geopolitica di Bruxelles su Ucraina e Moldavia in termini di adesione.

La regione mantiene intatte, tuttavia, prerogative strategiche che impongono alla Ue del post elezioni un credibile percorso di politica estera (perché tale è l’allargamento) che il conflitto in Ucraina e quel che ne conseguirà renderanno tutt’altro che marginale anche da quelle parti.

La regione è sottoposta a perduranti difficoltà economiche (aggravate in molti casi da un deplorevole stato di diritto), i vari cicli elettorali in calendario inoltre (Nord Macedonia, Serbia e Bosnia Erzegovina) impattano sia sulle dinamiche di integrazione regionale sia all’interno dei ri…

Ad oltre vent’anni dalle Conclusioni del Consiglio Europeo di Salonicco sulla prospettiva europea dei Balcani Occidentali, la tormentata regione (Serbia, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord e Albania) si trova in una sorta di “stallo febbrile”, frutto di incongruenze interne e in parte psicologiche indotte dall’accelerazione geopolitica di Bruxelles su Ucraina e Moldavia in termini di adesione.

La regione mantiene intatte, tuttavia, prerogative strategiche che impongono alla Ue del post elezioni un credibile percorso di politica estera (perché tale è l’allargamento) che il conflitto in Ucraina e quel che ne conseguirà renderanno tutt’altro che marginale anche da quelle parti.

La regione è sottoposta a perduranti difficoltà economiche (aggravate in molti casi da un deplorevole stato di diritto), i vari cicli elettorali in calendario inoltre (Nord Macedonia, Serbia e Bosnia Erzegovina) impattano sia sulle dinamiche di integrazione regionale sia all’interno dei rispettivi schieramenti politici.

L’attesa decisione del prossimo Consiglio Europeo di apertura dei negoziati con la Bosnia Erzegovina conferisce nuovo slancio al processo di allargamento all’interno, tuttavia, di un quadro contraddittorio che vede una regione dal forte rilievo strategico ancora lontana dall’avere le carte in regola per l’obiettivo di adesione fissato dal presidente Michel al 2030.

Difficile dire quanti Stati membri credano a un percorso così ambizioso, stante peraltro la convinzione che senza una modifica della Ue delle sue regole di funzionamento ed anche del bilancio un allargamento ai Balcani Occidentali (per non parlare dei partner orientali) risulterebbe indigeribile nei capitoli di spesa della coesione e della politica agricola comune.

La sfida consiste appunto nel tenere agganciata geopoliticamente un’area non ancora assimilabile se non con gradualità (il Montenegro, ad esempio, per dimensioni e quadro politico interno sarebbe un potenziale primo esempio virtuoso) favorendo riforme e investimenti — a partire da un uso efficace del Piano di Crescita da 6 miliardi presentato in autunno dalla Commissione Europea — mentre occorre vigilare al contempo che attori terzi già presenti (Cina, Russia e Turchia) non aumentino la loro influenza portando avanti politiche di ulteriore disturbo al laborioso processo di integrazione.

Serbia e componente Srpska della Bosnia Erzegovina, peraltro, dalla politica di non posizionamento sul conflitto in Ucraina (a voler essere generosi) inducono alcuni Stati membri, con in testa lo stesso Alto Rappresentante Borrell, a porre la pregiudiziale di un allineamento alla postura della Ue.

Pesa inoltre il mancato dialogo tra Belgrado e Pristina con quest’ultima tendente a far ricadere sulla Serbia la responsabilità delle tensioni crescenti nelle municipalità kosovare abitate da quella minoranza. Per non parlare del processo di revisione costituzionale in Nord Macedonia e della dinamica di politica interna in Albania.

Gradualità inevitabile nell’allargamento ma intensificazione di impegno politico, diplomatico, economico e di sicurezza da parte della Ue della prossima legislatura sembrano, allo stato, necessità più che opzioni. Se a prevalere a Bruxelles sarà, invece, uno stanco attendismo ci si confronterà con un pericoloso vacuum nel cuore dell’Europa. Un vuoto che con la probabile, futura ridefinizione di aree di influenza si proporrebbe come assai problematico.

Questa esigenza geopolitica europea dovrà essere avvertita in primis dall’Italia che nel Mediterraneo sarà chiamata ad assumersi maggiori responsabilità, vista la calante attenzione degli Stati Uniti, con Washington che volentieri ci vedrebbe più rilevanti in quel contesto. L’Adriatico ne è parte integrante.

Al costante impegno da noi assicurato in termini di sicurezza nell’area (si pensi solo alla missione Kfor/Joint Enterprise) si dovrà aggiungere un’azione maggiormente sistemica, a partire dalla collaborazione industriale e non solo.

In termini geopolitici, inoltre, tra gli attori extraeuropei “non tutti amici” ora lì presenti abbiamo la potenziale capacità di convergenze con la Turchia (di recente passata alla guida di Kfor) funzionali a un nostro più efficace posizionamento. Da guadagnare con la continuità di un impegno sistemico e dunque con la credibilità necessaria a vederci riconosciuto dagli altri tale ruolo.

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