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Russia, il destino di Evan Gershkovich

Bruxelles, 27 marzo: giornalisti e corrispondenti europei chiedono la liberazione di Evan Gershkovich 
La detenzione del giornalista americano e il rifiuto di Putin di trattarne la sorte con il presidente Biden hanno un esito chiaro
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Nella sua classica autobiografia di deportata nei gulag di Stalin, Viaggio nella vertigine (Baldini e Castoldi) la scrittrice russa Evgenija Ginzburg ricorda la detenzione nel sinistro carcere Lefortovo, a Mosca, interrogatori crudeli, celle nude, transiti bruschi, silenzi gelati, la prigioniera italiana che si lamenta nella nostra lingua. Da Lefortovo, fondata nel 1881 e ora in mano alle spie Fsb, passano in ceppi il Nobel Solzenicyn, i dissidenti Sinyavksy e Sharansky, generazioni di patrioti, comunisti, intellettuali invisi al Cremlino.

Tra quelle mura ostili oggi (29 marzo), Venerdì Santo, il giornalista americano Evan Gershkovich, inviato del quotidiano Wall Street Journal, osserva un anno di detenzione con l’accusa, mai provata o resa pubblica, di spionaggio.

Arrestato a Ekaterinburg, lungo gli Urali, durante un’inchiesta sull’apparato militare russo, Gershkovich non ha potuto incontrare un avvocato di fiducia, i rapporti con l’ambasciata Usa sono precari, fonti del regim…

Nella sua classica autobiografia di deportata nei gulag di Stalin, Viaggio nella vertigine (Baldini e Castoldi) la scrittrice russa Evgenija Ginzburg ricorda la detenzione nel sinistro carcere Lefortovo, a Mosca, interrogatori crudeli, celle nude, transiti bruschi, silenzi gelati, la prigioniera italiana che si lamenta nella nostra lingua. Da Lefortovo, fondata nel 1881 e ora in mano alle spie Fsb, passano in ceppi il Nobel Solzenicyn, i dissidenti Sinyavksy e Sharansky, generazioni di patrioti, comunisti, intellettuali invisi al Cremlino.

Tra quelle mura ostili oggi (29 marzo), Venerdì Santo, il giornalista americano Evan Gershkovich, inviato del quotidiano Wall Street Journal, osserva un anno di detenzione con l’accusa, mai provata o resa pubblica, di spionaggio.

Arrestato a Ekaterinburg, lungo gli Urali, durante un’inchiesta sull’apparato militare russo, Gershkovich non ha potuto incontrare un avvocato di fiducia, i rapporti con l’ambasciata Usa sono precari, fonti del regime confermano di cercare un ricatto, come con la cestista olimpica Brittney Griner, detenuta nel 2022 con una montatura, rilasciata per il criminale di guerra putiniano Viktor But, detto “Mercante di morte”.

La detenzione di Evan Gershkovich e il rifiuto di Putin di trattarne con il presidente Biden la sorte hanno un esito chiaro: in Russia, i processi per spionaggio vengono condotti in sedute segrete da giudici di parte, e si concludono, per tradizione atavica, con la condanna dell’imputato.

Gershkovich, 32 anni, nato a Princeton da genitori ex sovietici, lo sa e guerra in Ucraina, attentato a Mosca, rivolta dei mercenari Wagner e morte nel gulag artico, a pochi giorni dalla rielezione farsa di Putin, del profeta dell’opposizione Aleksej Navalny, ne rendono angosciante il destino.

In un anno a Evan, la sua famiglia, il suo giornale, sono arrivate testimonianze di solidarietà, si sono mobilitati i direttori delle maggiori testate italiane, la Federazione Stampa e l’Ordine dei Giornalisti e anche voi lettori potete raggiungerlo, grazie al sito del Wall Street Journal.

Mosca, 26 marzo: Evan Gershkovich in tribunale 

In un mio recente scambio di mail con Evan, l’ho invitato a ispirarsi a Vita e Destino, romanzo dello scrittore russo-ucraino Vasilij Grossman (Adelphi) sulla “brutale verità della guerra” e, con ironia che la ferocia dei giorni dietro le sbarre non sa spezzare, Evan mi ha risposto di “doversi magari prendere un po’ di riposo da Grossman, anche se il prossimo libro che intendo leggere è giusto Tutto Scorre. Dici Ciao a Roma per me e spero vedervi presto!”.

Non so se la ferrea censura di Lefortovo che, occhiuta, controlla le lettere dei detenuti, di carta al tempo della Ginzburg, ormai mail, ha colto il messaggio, dolce e saggio di Evan, perché in Tutto Scorre (Adelphi,) il protagonista Ivan Grigorevic torna a casa dopo le stagioni perdute nel gulag e riflette su libertà, ingiustizia, dignità umana.

Per Ivan, cui Evan vuol ispirarsi, “nel momento del trionfo più completo della disumanità, è evidente che tutto quanto si basa sulla violenza è assurdo e inutile, non ha futuro, né lascia traccia. È questa la mia fede” perché “il carnefice… che non considera la sua vittima un uomo, cessa di essere uomo lui stesso. Egli uccide l’uomo che è in lui, è il suo proprio carnefice; la vittima, invece, resterà uomo nei secoli…”.

Evan Gershkovich, con giovanile candore e coraggio morale, ci ripropone la domanda cruciale di Grossman: “Dov’è il tempo dell’anima russa libera e umana? Quando mai verrà quel giorno? Chissà, forse non verrà mai, mai spunterà”, in ore in cui, da destra a sinistra, baroni di cattedra e giornalisti grevi, politici e blogger codardi si genuflettono a Putin, inveendo contro “i nazisti ucraini e l’Occidente che annienta la civiltà”.

La risposta al dilemma sulla “libera anima russa”, dalle trincee del Donbass, ai fiori in strada per Navalny, dalle celle del Lefortovo, ai “sussurri” di protesta di milioni di russi silenziosi, il cui passato è ben studiato dallo storico Orlando Figes, resta aperta, a Mosca e da noi. Non lasciamo mancare dunque a Evan Gershkovich voci, solidarietà, sostegno, perché torni a casa libero, affrettando con il suo sacrificio il tempo della libera anima russa.

Instagram @gianniriotta

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