Chi è Matteo Salvini? Un leader politico in lotta contro il proprio declino, la risposta dell’oggi. Una risposta facile, dettata dal crollo nei voti e nei sondaggi, dalle giravolte spudorate su sé stesso, dagli sgambetti maldestri agli alleati, dalla ricerca continua di un’esposizione, dalla affannosa negazione della crisi. Matteo Salvini è sodale di centristi e collettori di preferenze nel Sud Italia, autonomista per necessità nel Nord Italia, alleato e fan dei populisti di estrema destra in giro per il mondo. Matteo Salvini è “l’Italia del sì” e “meno Europa”, per stare ai suoi slogan. È uno che va “Controvento”, a leggere la copertina del suo ultimo libro. È uno Zelig in favor di social, difensore delle idee più estreme di Roberto Vannacci e rispettoso protettore dei diritti di «omosessuali e polisessuali». È la mina sul governo e il tenero amico di Giorgia Meloni. È, in definitiva, il segretario della Lega. Ma la sua Lega, questo il problema, non si sa più cos’è.
Ecco la domanda, …
Chi è Matteo Salvini? Un leader politico in lotta contro il proprio declino, la risposta dell’oggi. Una risposta facile, dettata dal crollo nei voti e nei sondaggi, dalle giravolte spudorate su sé stesso, dagli sgambetti maldestri agli alleati, dalla ricerca continua di un’esposizione, dalla affannosa negazione della crisi. Matteo Salvini è sodale di centristi e collettori di preferenze nel Sud Italia, autonomista per necessità nel Nord Italia, alleato e fan dei populisti di estrema destra in giro per il mondo. Matteo Salvini è “l’Italia del sì” e “meno Europa”, per stare ai suoi slogan. È uno che va “Controvento”, a leggere la copertina del suo ultimo libro. È uno Zelig in favor di social, difensore delle idee più estreme di Roberto Vannacci e rispettoso protettore dei diritti di «omosessuali e polisessuali». È la mina sul governo e il tenero amico di Giorgia Meloni. È, in definitiva, il segretario della Lega. Ma la sua Lega, questo il problema, non si sa più cos’è.
Ecco la domanda, che arriva oggi dai militanti del Nord. Ecco cosa chiedono i firmatari di appelli identitari e gli anonimi estensori degli striscioni minacciosi e nostalgici appesi di notte a cavalcavia veneti e lombardi, fino ai margini dell’inaridito pratone di Pontida: “Da indipendenza a sudditanza, i militanti ne hanno abbastanza”. Cos’è la Lega, oltre il declino del suo leader? Nulla più, vada via: rispondono a chiare lettere decine di dissidenti radunati attorno a Umberto Bossi, per dare la gravità e il peso delle origini alle loro affermazioni. Nulla più, se non si ferma in tempo: mormorano tra le righe di dichiarazioni equilibriste i dirigenti che al seguito di Salvini sono saliti fino al 34% nel giugno 2019, per poi precipitare all’8,9% nel settembre 2022. C’è finalmente uno sfidante tra i disciplinati che rispettano, secondo il comandamento di Giancarlo Giorgetti, «la gerarchia» ma rifiutano il «servilismo»? E, ancor prima, il declino di Salvini è il declino della Lega?
Perché nella sua lotta di sopravvivenza, nel tentativo complicato di non farsi spazzare via dal dissenso interno, non restare schiacciato dallo strapotere di Meloni e non essere scavalcato dal moderatismo elettorale di Forza Italia, il segretario abbraccia una riforma dell’Autonomia mai così vicina al traguardo, mai così pericolosamente concreta e insieme mai così svuotata di senso. Il progetto della Lega nazionale, che ha portato il partito lì dove mai Bossi o Roberto Maroni erano riusciti, ha in sé il grande quesito: ha ancora senso il federalismo delle origini, l’indipendentismo del Nord? Meglio, per dirla in altro modo, tornare a casa, riempire l’ampolla, coltivare le radici, o allargarsi ancora, anche al costo di non riconoscersi più?
Salvini, forse, una risposta se l’è data. È la risposta della disperazione, è la ricetta della sopravvivenza. Trump e Cesa, Musk e Vannacci, securitarismo gridato e tolleranza sussurrata, con una spruzzata accorta di padanesimo. La Lega quella risposta l’attende dalle elezioni di giugno, dalla percentuale delle Europee e delle comunali. L’aspettano gli alleati di governo, che tengono testa a Salvini, ma intanto temono che la valanga salviniana trascini con sé tutto. L’anelano i quadri del partito, fermi in attesa da anni. Solo a urne chiuse la Lega deciderà se cambiare. Sempre se riuscirà a vincere la resistenza del segretario, che non si arrende al suo declino. Se, dopotutto, non è già troppo tardi.