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Caso Scurati, il pericolo dell’indifferenza

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Non si compra il silenzio, non si corrompe, non si mette a tacere la parola altrui. Anche questo, celebra il 25 Aprile. Che non è una festa di sinistra: è la festa di tutti gli italiani liberi dal giogo delle dittature
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Il vero pericolo è l’indifferenza. Capisco che esordire citando un filosofo comunista incarcerato dal regime fascista possa indispettire gli assertivi proconsoli attualmente in carica. La protervia maschera sovente la fragilità di pensiero, del resto. Tanto meno sai tanto più levi la voce e batti il pugno. Il vero pericolo è l’assuefazione omeopatica: come bersaglio uno Scurati oggi, un giornale ieri, una conduttrice tv domani. Che vuoi che sia. Piano piano, poco a poco, come la rana nell’acqua che scalda. Tiepida, l’acqua, fino a che non bolle ma è tardi, allora: troppo tardi.

La storia non si querela, si studia — per continuare citando odiosi filologi, ottuagenari sapienti chiamati a rispondere in tribunale del loro pensiero. Persino aspro, il pensiero, e difforme certo da quello — ove mai lo si rintracci — della classe dirigente democraticamente eletta da cittadini esortati con continuità e costanza a restare nell’ignoranza: studiare costa moltissima fatica, tempo sottratto al…

Il vero pericolo è l’indifferenza. Capisco che esordire citando un filosofo comunista incarcerato dal regime fascista possa indispettire gli assertivi proconsoli attualmente in carica. La protervia maschera sovente la fragilità di pensiero, del resto. Tanto meno sai tanto più levi la voce e batti il pugno. Il vero pericolo è l’assuefazione omeopatica: come bersaglio uno Scurati oggi, un giornale ieri, una conduttrice tv domani. Che vuoi che sia. Piano piano, poco a poco, come la rana nell’acqua che scalda. Tiepida, l’acqua, fino a che non bolle ma è tardi, allora: troppo tardi.

La storia non si querela, si studia — per continuare citando odiosi filologi, ottuagenari sapienti chiamati a rispondere in tribunale del loro pensiero. Persino aspro, il pensiero, e difforme certo da quello — ove mai lo si rintracci — della classe dirigente democraticamente eletta da cittadini esortati con continuità e costanza a restare nell’ignoranza: studiare costa moltissima fatica, tempo sottratto alle chat complottiste e all’organizzazione della gita fuoriporta, per il ponte lungo del 25 Aprile. Che è certamente un’occasione di riposo, questo 25 Aprile che cade di giovedì, che fortuna, venerdì si fa festa e si arriva al lunedì.

Se è una festa però ci deve essere una ragione: che festa è? La Liberazione. Ah, sì. La Liberazione da cosa? Dal nazifascismo, pensa te, correva l’anno 1945: si celebra la fine della guerra, dell’occupazione nazista, la caduta del fascismo.

Dev’essere per questo, dico per ipotesi, che gli eredi — i figli i nipoti i bisnipoti — di quella tradizione politica si innervosiscono tanto a sentirne parlare. Non si sentono difatti caduti, al contrario: si sentono e sono finalmente in sella, dopo così lunga attesa. Ci sono voluti quasi ottant’anni perché gli italiani, morti i vecchi e immemori i giovani, tornassero ad acclamare generali in divisa e nostalgici di regime.

Cosa avrebbe detto Antonio Scurati del 25 Aprile di così grave da zittirlo preventivamente? Da farlo sparire come sbadatamente, un colpo di penna una folata di vento, dalla scaletta di un programma di RaiTre, Che sarà di Serena Bortone. Quel che è, avrebbe detto. Da intellettuale, studioso, docente di letterature comparate, scrittore di un’amatissima (dal pubblico) e celebrata (dalla critica) tetralogia su Benito Mussolini, M, l’ultimo volume in preparazione, i primi tradotti in quaranta Paesi. Testo portato in teatro da Massimo Popolizio e al cinema da Luca Marinelli.

Avrebbe raccontato in un breve monologo perché si celebra il 25 Aprile. Aveva inviato il testo, chiesto due giorni fa dalla redazione per “ragioni tecniche”. Aveva ricevuto i biglietti del treno per Roma. E invece, da un momento all’altro: grazie, ma no. Bortone dice che nessuno ha saputo darle spiegazioni: si attendono, di sicuro arriveranno.

Certo. Scurati avrebbe parlato a partire da una posizione, la sua, di critico del fascismo il cui fantasma, sostiene, continua a minacciare la democrazia. Una preoccupazione totalmente legittima. Del resto è grazie alla caduta del fascismo (e alla Costituzione che sarebbe entrata in vigore di lì a tre anni) se esiste in questo Paese la libertà di opinione e di pensiero. Prima il pensiero era unico e i dissidenti venivano incarcerati, come il filosofo che odiava gli indifferenti, confinati, talvolta uccisi. Dal delitto Matteotti corre quest’anno un secolo.

Ma no. Non la pensano così coloro che governano: pensano piuttosto che sia bene togliere la parola a chi dissente, come se spegnere la luce nella stanza eliminasse la realtà. Additarlo come nemico, come Giorgia Meloni ha fatto pubblicamente verso questo giornale, quando possibile zittirlo: la presa della Rai, tv pubblica, è di tale evidenza che interessa ormai l’Europa. Gli organismi di tutela, i giornali democratici dell’Unione denunciano la deriva illiberale ma chi se ne importa, no? Padroni a casa nostra, è il ritornello, come se il Paese fosse di chi lo governa e non di tutti.

C’è un idea proprietaria del potere politico, alla radice. È cosa mia. Un’idea mercantile, che purtroppo dilaga a tutte le latitudini: sovente nel sottobosco del potere anche a sinistra, proprio laddove questa attitudine, sorella della corruttela, dovrebbe essere combattuta strenuamente.

E invece, di nuovo. Capibastone, signori delle tessere, poteri opachi, scambi di favori che occludono la possibilità che siano energie e forze nuove, libere, ad accedere alla politica. Vengono eliminati dalla corsa, i liberi: misura esatta dell’altrui compromissione, pericoloso specchio.

Consiglio a ministri sottosegretari e dirigenti Rai la lettura di Vita di Lucrezio, appena uscito per Sellerio. Certo, l’autore è Luciano Canfora. Ma Lucrezio è Lucrezio, la storia è la storia. Emerge nella feroce e corrotta repubblica romana la vicenda di un politico assai discusso, Gaio Memmio, che “godeva in principio dell’appoggio finanziario di Cesare”. “Memmio fu piuttosto sfrenato nel praticare l’arte diffusissima nella lotta elettorale romana, la compravendita del voto”. “Alle centurie che votavano per prime, perciò decisive, arrivavano elargizioni fino a dieci milioni di sesterzi. Fece accordi di scambio coi consoli, fu processato per corruzione elettorale, si ritirò ad Atene dove iniziò un’attività di speculazione edilizia”.

C’è molto anche del modo in cui le distanze di opinioni venivano affrontate in quegli anni, più o meno i 50 avanti Cristo: ignorando l’interlocutore. Zittendolo, non dandogli tribuna né parola.

È abbastanza interessante per decifrare le cronache del presente, la storia. Che, dice appunto Canfora, si studia e non si querela. Alla versione dei fatti di un giornale si oppongono altri fatti, se ci sono. Alla versione di uno storico si oppone, ad averla, un’altra versione.

Non si compra il silenzio, non si corrompe, non si mette a tacere la parola altrui. Anche questo, celebra il 25 Aprile. Che non è una festa di sinistra: è la festa di tutti gli italiani liberi dal giogo delle dittature. Quanti fantasmi.

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