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Riforme, la sfida tra intransigenti

Roma, 23 aprile: Giorgia Meloni a Palazzo Chigi (ansa)
Il “no” al premierato può essere la premessa per una chiusura conservatrice totale: è la posizione di Conte e di alcuni settori della sinistra. O può aprire la via a un’iniziativa riformatrice del Pd
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La riforma costituzionale del “premierato” si avvia a grandi passi verso le aule parlamentari. In commissione si è svolto un lavoro, diciamo così, preparatorio, ma è nella doppia lettura di Camera e Senato che si deciderà la vera portata dell’innovazione. Finora, com’era prevedibile, non c’è stata convergenza tra maggioranza e opposizione.

Se le posizioni rimarranno distanti anche al termine del lungo iter legislativo, il testo sarà approvato dal centrodestra e subito dopo sottoposto a referendum popolare: il che comporterà un’inevitabile curvatura plebiscitaria, peraltro già implicita in una riforma che stabilisce l’elezione diretta del presidente del Consiglio.

In passato — vedi Renzi nel 2016 — tale deriva non portò fortuna al fronte riformatore, anzi contribuì non poco alla sconfitta di un progetto ambizioso che conteneva alcuni punti apprezzabili.

Tuttavia non è detto che la storia sia destinata a ripetersi. Giorgia Meloni pensa che l’elezione diretta del premier abbia una forza …

La riforma costituzionale del “premierato” si avvia a grandi passi verso le aule parlamentari. In commissione si è svolto un lavoro, diciamo così, preparatorio, ma è nella doppia lettura di Camera e Senato che si deciderà la vera portata dell’innovazione. Finora, com’era prevedibile, non c’è stata convergenza tra maggioranza e opposizione.

Se le posizioni rimarranno distanti anche al termine del lungo iter legislativo, il testo sarà approvato dal centrodestra e subito dopo sottoposto a referendum popolare: il che comporterà un’inevitabile curvatura plebiscitaria, peraltro già implicita in una riforma che stabilisce l’elezione diretta del presidente del Consiglio.

In passato — vedi Renzi nel 2016 — tale deriva non portò fortuna al fronte riformatore, anzi contribuì non poco alla sconfitta di un progetto ambizioso che conteneva alcuni punti apprezzabili.

Tuttavia non è detto che la storia sia destinata a ripetersi. Giorgia Meloni pensa che l’elezione diretta del premier abbia una forza di suggestione popolare che l’abolizione del Senato prevista dal progetto Renzi non possedeva nemmeno alla lontana.

Può darsi che abbia ragione. L’idea del capo che decide senza tanti fronzoli e poi va in un Parlamento plasmato da una maggioranza obbediente, viene incontro a uno stato d’animo collettivo che i sondaggi fotografano come diffuso, forse persino prevalente.

Ma il giorno del referendum appartiene a un futuro remoto. Di qui ad allora molte cose possono cambiare, a cominciare dalla credibilità e popolarità del governo. Nessuno oggi può sentirsi sicuro del risultato finale. Quel che è certo, la riforma costituzionale sarà uno dei temi centrali nella seconda parte della legislatura, dopo il voto per l’Europa.

Torniamo alle carte che ormai sono sul tavolo. I due fronti sono incarnati dagli intransigenti e dai possibilisti, sia a destra sia a sinistra. Che il “premierato” possa funzionare così come è previsto al momento, lo credono in pochi, anche fra chi sostiene il disegno di legge per fedeltà di partito.

In teoria ci sarebbe spazio per avviare una mediazione, ad esempio sulla bizzarria del “secondo premier” che interviene dalla panchina a legislatura in corso. Peraltro, se non si fa attenzione a come intervenire, si finisce per rafforzare ancora di più i poteri del premier. Il che è nella logica di chi ha promosso il progetto, ma rende sempre più inverosimile la favola secondo cui la riforma non intacca i poteri del presidente della Repubblica.

Viceversa senza dubbio li intacca e questa scelta è, piaccia o no, tra le prerogative del Parlamento chiamato a elaborare una nuova Carta. Ma ci si aspetta che i promotori dicano la verità al Paese, anziché rifugiarsi nei giochi di parola. E ci si attende anche che siano chiari a proposito delle legge elettorale, altro punto cruciale fin qui tenuto nell’ambiguità.

Quanto all’opposizione, è chiaro che sul “premierato” così descritto un accordo è pressoché impossibile. Anche con quei settori, come Italia Viva di Renzi, che amano l’ipotesi del “sindaco d’Italia”. Ma il punto politico nel centrosinistra è un altro.

Il “no” al premier eletto direttamente può essere la premessa per una chiusura conservatrice totale: è la posizione di Giuseppe Conte e di alcuni settori della sinistra. Oppure può aprire la via a un’iniziativa riformatrice del Pd. “No” quindi al progetto Meloni, ma in vista di discutere con il centrodestra un disegno volto a rafforzare il potere esecutivo in un quadro di equilibrio istituzionale.

Il modello tedesco del “cancellierato” sarebbe la prima opzione in tale cornice. Peraltro è indispensabile che il Pd riconosca la riforma come una priorità, cosa finora non accaduta. Se non sarà così, si finirà nel conservatorismo su cui sono già attestati Conte e i 5S.

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