Antifascismo militante, resistenziale e rammemorante, ogni 25 aprile. La data fondativa — per utilizzare un termine giustamente impiegato ieri dal presidente Mattarella — delle nostre libertà democratiche, il cuore della religione civile repubblicana. Una data, con il suo contenuto, che per decenni è stata tuttavia di non pacifica comprensione — anzi, divisiva — , e che oggi, ufficialmente celebrata da tutte le forze politiche e da tutte le cariche istituzionali, corre il rischio opposto: di scolorire in una litania formalistica, formulare, scontata.
Da Civitella Val di Chiana — il paese vittima di una delle più gravi stragi nazifasciste dal quale il Capo dello Stato ha parlato — è relativamente semplice capire da che cosa siamo stati liberati: dalla violenza sistematica del nazismo, dalla “fede feroce”, anti-umana, in un mondo di odio, terrore, sopraffazione, conquista, schiavitù, sterminio. E, insieme, dal regime fascista, che anche in tempo di pace pensava e organizzava la politica…
Antifascismo militante, resistenziale e rammemorante, ogni 25 aprile. La data fondativa — per utilizzare un termine giustamente impiegato ieri dal presidente Mattarella — delle nostre libertà democratiche, il cuore della religione civile repubblicana. Una data, con il suo contenuto, che per decenni è stata tuttavia di non pacifica comprensione — anzi, divisiva — , e che oggi, ufficialmente celebrata da tutte le forze politiche e da tutte le cariche istituzionali, corre il rischio opposto: di scolorire in una litania formalistica, formulare, scontata.
Da Civitella Val di Chiana — il paese vittima di una delle più gravi stragi nazifasciste dal quale il Capo dello Stato ha parlato — è relativamente semplice capire da che cosa siamo stati liberati: dalla violenza sistematica del nazismo, dalla “fede feroce”, anti-umana, in un mondo di odio, terrore, sopraffazione, conquista, schiavitù, sterminio. E, insieme, dal regime fascista, che anche in tempo di pace pensava e organizzava la politica come dittatura, gerarchia, conformismo, censura, violenza, aggressione. L’attivismo sfrenato di quei regimi voleva in realtà la passività, mirava alla morte delle anime e dei corpi.
Essere antifascisti in chiave storica, quindi, è oggi praticamente fuori discussione: non si può non celebrare il coraggio di chi — tanto negli anni del regime quanto durante la guerra — resistette, e lottando mise a rischio la propria vita, la forza d’animo di chi capì che cosa si doveva fare.
Democrazia preziosa, la nostra; Costituzione guadagnata col sangue, la carta di libertà nella quale sta scritta la nostra speranza di una giusta vita civile. Da questo punto di vista il 25 aprile è la festa di tutti. Come ha rimarcato Mattarella, nella Resistenza non si è trattato di un conflitto contro una tirannide per affermarne un’altra, ma per consentire il libero dispiegarsi del pluralismo; non per riprodurre una diversa forzosa unità ma per lasciare spazio al rigoglioso confrontarsi delle differenze. Per dare alla politica la forza non della sopraffazione ma della liberazione; l’obiettivo non della mortificazione dell’uomo e della donna ma del libero fiorire della persona — appunto, l’articolo 3 della Costituzione — . La democrazia è la forma politica della libera attività umana.
I problemi oggi sorgono semmai dal fatto che il significato della Resistenza e dell’antifascismo è così pesante che risulta comodo darvi un ossequio di maniera, superficiale, inerte, ipocrita, e facile farne un uso improprio, inflativo, sprecarlo nella polemica politica quotidiana. Se è il principio della democrazia, l’antifascismo deve invece conservare un valore e un rigore che ne facciano veramente l’anima della nostra vita politica e sociale. Il che significa non vedere “fascismo” ovunque ma individuare, là dove sono all’opera, situazioni, condizioni, tentazioni, analoghe — in tempi nuovi, e in nuove forme — a quelle che un secolo fa generarono anche il fascismo, e che questo coltivò e organizzò in determinate modalità, oggi come tali non replicabili. Insomma, dal prezioso antifascismo storicamente operante dovremmo apprendere l’altrettanto preziosa capacità di utilizzare quella esperienza per orientarci nel mondo di oggi.
È poco produttivo ipotizzare un “fascismo eterno”, sempre in agguato; lo è molto di più saper riconoscere nuove violenze, nuove minacce alla libertà, nuove sopraffazioni, nuove spinte alla passività, e iniziare a porvi rimedio chiamandole col loro nome. Un antifascismo che sia autentico lievito di democrazia è meno interessato a estendere oltre misura il concetto di “fascismo” e semmai è più incline a contrastare lo scivolamento della politica verso la “post-democrazia”, cioè il progressivo depotenziamento degli istituti democratici, la crescente disaffezione dei cittadini all’esercizio della libertà (anche elettorale). Il lascito vivente dell’antifascismo consiste nel ricordare — e infatti Mattarella ha ammonito che senza memoria non c’è futuro — , per forgiare con quel ricordo gli strumenti conoscitivi atti a vincere tanto l’inerzia rassegnata quanto la protesta dissennata e inconcludente, a tenere aperte le vie dell’attività individuale e collettiva. Che sono anche le vie della ragione, del confronto e del dialogo fra diversi. Nell’antifascismo di oggi è quindi compresa anche la lotta contro quelle forme subdole di ingiustizia e di violenza che sono il conformismo e la censura, per la libertà di critica e di informazione, per il più ricco confronto delle idee. Parte integrante della lotta democratica per una società (o ancora più, per una vita) attiva e plurale, contro tutte le nuove potenze — tecniche, economiche, politiche — che la minacciano.