Politica

Mattarella sul 25 Aprile: “Essere uniti nell’antifascismo è un dovere, senza memoria non c’è futuro. I partigiani veri patrioti”

Mattarella sul 25 Aprile: “Essere uniti nell’antifascismo è un dovere, senza memoria non c’è futuro. I partigiani veri patrioti”

Il Capo dello Stato per il 25 Aprile a Civitella in Val di Chiana ricorda le 244 vittime dell’eccidio nazista: “Propaganda fascista negava l’innegabile”

3 minuti di lettura

CIVITELLA IN VAL DI CHIANA - Il 25 aprile è «una ricorrenza fondante». La Resistenza «una necessità». Occorre fare memoria, perché «senza non c’è futuro». Sergio Mattarella lo ricorda ai revisionisti di casa nostra e a chi ha paura a dirsi antifascista. Cita Aldo Moro che, invitato dall’Anpi a Bari, il 21 dicembre 1975, ammonì: «Intorno all’antifascismo è possibile e doverosa l’unità popolare, senza compromettere d’altra parte la varietà e la ricchezza della comunità nazionale, il pluralismo sociale e politico, la libera e mutevole articolazione delle maggioranze e delle minoranze nel gioco democratico». Contiene questa citazione il cuore del suo intervento. L’antifascismo come dovere.

Ma non è solo un monito a destra. Racchiude un invito anche alla sinistra, a non rinchiudersi nella ridotta. La Resistenza è stata plurale. Vi parteciparono militari, monarchici, repubblicani, borghesi, cattolici, comunisti, socialisti. «Seguaci di tutte le fedi», come rammentava padre Davide Maria Turoldo. «Ognuno aveva il suo credo». Ecco cosa intende il presidente con «doverosa unità popolare».

Che bel borgo, Civitella. Il paventato nubifragio non c’è. Nel freddo splende un gran sole. Prati verdi. Tricolori ad ogni balcone. La banda musicale. Nel tendone gli studenti dell’Istituto comprensivo, il cui coro si chiama Arcobaleno. Il vescovo Migliavacca. La storica Michela Ponzani. L’attrice Ottavia Piccolo. Il presidente Giani. Tanta gente comune. Il giovane sindaco, Andrea Tavernesi, che fa un discorso colmo di valori. Stringe il cuore pensare che in questo angolo di paradiso sopra Arezzo i nazisti uccisero e stuprarono, nel giugno di ottant’anni fa, 244 persone: bambini, donne, uomini inermi. Nella casa della memoria, che raccoglie le prove del massacro, si rimane ipnotizzati dal fazzoletto forato e dal pacchetto di sigarette sporco di sangue di una delle vittime, Dante Lummioni. Accanto l’occhio cade su un ritaglio di un giornale fascista del 1935: «Date l’oro alla patria», recita il titolo. «Non dimenticateci», c’è scritto sul muro. E come si fa?

Dalla Svezia è giunta Nia Cau, 94 anni, ex ballerina classica. Vive a Goteborg. I nazisti della Goering quel giorno le uccisero i genitori. «Nelle orecchie mi è rimasto il grido delle donne che ripetevano: “C’è la guerra, c’è la guerra”». Appena maggiorenne emigrò. Il più lontano possibile dall’orrore. «Quando vedo le scene di guerra al telegiornale mi prende disperazione». Le altre sopravvissute le vanno incontro, l’abbracciano. Sono scene che fanno impressione.

Sergio Mattarella tesse l’elogio pieno dei partigiani (che la destra meloniana denigra): «Contribuirono in maniera notevole all’avanzata degli alleati e alla sconfitta del nazifascismo». Liberarono gli italiani dal fascismo, «una dittatura spietata». Li chiama «patrioti». Uomini e donne che «non si piegarono al disonore», ma «scelsero la via del riscatto». Si dilunga sulla Resistenza civile, quella senza armi, «un movimento largo e diffuso, che vide anche la rinascita del protagonismo delle donne, sottratte finalmente al ruolo subalterno cui le destinava l’ideologia fascista».

Nomina Giacomo Matteotti, nel centenario della morte, e parte l’applauso dei presenti. Menziona don Milani, che accusò l’Italia fascista di avere «invaso le patrie degli altri». L’Italia fascista «totalmente sottomessa alla Germania imperialista di Hitler, entrata nel conflitto senza alcun rispetto per i soldati mandati a morire cinicamente, non avrebbe comunque avuto scampo». E quindi scolpisce il giudizio di Luigi Salvatorelli: «Con la sconfitta essa avrebbe perduto molto, con la vittoria tutto». Gli eccidi vennero pianificati a freddo, ricorda Mattarella. Decisi in un giorno di festa, col paese riunito, e le donne che entravano in chiesa.

La sua indignazione vibra per «quel giorno di morte e di orrore». Quindi, ecco un altro passaggio a chi falsifica i fatti della storia, che dalla Resistenza è nata la Costituzione, «che è di tutti, e in cui tutti possono riconoscersi». E sulla quale la premier ha giurato.

Tra questi prati la guerra — «voluta dal fascismo», precisa Ida Balò, 94 anni, presidente di “Civitella ricorda” una delle ultime testimoni dell’eccidio — è una ferita aperta. Dice: «Meloni che non si dichiara antifascista? Ne penso molto male. Cosa aspettarsi. Viene dal Msi». Balò ha indagato per una vita. Nel museo ci sono le risposte che alcuni gerarchi tedeschi le scrissero dalla Germania negli anni Ottanta. Non ricordavano. Non sapevano niente. «Mio padre era così sfigurato che non me lo vollero fare vedere», dice. Perse pure uno zio, dei cugini. E le lacrime bagnano il suo viso fiero. «Più si invecchia e più i ricordi si fanno indigesti, da giovani c’è la vita davanti, l’amore, la famiglia, il lavoro, non si ha tempo per pensare, ma adesso tutto è come più amaro».

Sotto il tendone si canta l’inno di Mameli. Riemergono frammenti di eroismi. Come quella dell’arciprete don Alcide Lazzeri che si offrì al posto dei civili, ma i nazisti lo finirono con un colpo alla nuca. Ida Balò precisa, di fronte all’incalzare delle domande: «Avevo 14 anni, ero a messa, era Santi Pietro e Paolo». Mattarella ricorda che la Resistenza fu una liberazione «da una dittatura spietata».

Un caldo applauso aveva accolto il presidente Mattarella al suo arrivo. Il presidente si era fermato in raccoglimento davanti alla lapide che raccoglie l’eccidio. Da anni Civitella ha diritto ai risarcimenti del fondo Draghi per le vittime delle stragi nazifasciste, ma il governo Meloni li nega, facendo muro. C’è una seconda causa davanti al tribunale di Roma.

Il Capo dello Stato ricorda che la «propaganda fascista sui giornali sottoposti a censure provava a smentire l’accaduto, a negare l’innegabile, irridendo i testimoni» della strage di Civitella. Risuona la parola censura. Se ne va salutando i sindaci e i bambini. Le frasi del presidente pesano. In questo tempo più che mai.

I commenti dei lettori