Nell’editoriale di domenica, Maurizio Molinari ha rievocato le riflessioni di Isaiah Berlin sulle democrazie illiberali, osservando che l’accentramento dei poteri in Italia contrasta con il pluralismo dei valori. Si tratta di considerazioni suggestive per chi paventa il percorso dell’Italia sulla traccia di quanto avvenuto in Ungheria e in altre democrazie degradanti.
Al tempo stesso, Berlin avrebbe applicato il suo proverbiale “senso di realtà”, denunciando la natura prosaica e poco nitida del potere in Italia. Usando un’espressione brutale, si potrebbe dire la diffusa “mafiosità” dei rapporti di potere, pubblici ma anche privati, che forse è il vero tratto di somiglianza con il potere di Viktor Orbán e anche di Vladimir Putin in Russia. Un potere costruito su amicizie e consorterie la cui valenza dipende dal grado di prossimità con il centro del potere stesso, ma il cui carattere arriva e si perpetua ovunque.
L’immagine umiliante dei manager delle imprese pubbliche trasformati in te…
Nell’editoriale di domenica, Maurizio Molinari ha rievocato le riflessioni di Isaiah Berlin sulle democrazie illiberali, osservando che l’accentramento dei poteri in Italia contrasta con il pluralismo dei valori. Si tratta di considerazioni suggestive per chi paventa il percorso dell’Italia sulla traccia di quanto avvenuto in Ungheria e in altre democrazie degradanti.
Al tempo stesso, Berlin avrebbe applicato il suo proverbiale “senso di realtà”, denunciando la natura prosaica e poco nitida del potere in Italia. Usando un’espressione brutale, si potrebbe dire la diffusa “mafiosità” dei rapporti di potere, pubblici ma anche privati, che forse è il vero tratto di somiglianza con il potere di Viktor Orbán e anche di Vladimir Putin in Russia. Un potere costruito su amicizie e consorterie la cui valenza dipende dal grado di prossimità con il centro del potere stesso, ma il cui carattere arriva e si perpetua ovunque.
L’immagine umiliante dei manager delle imprese pubbliche trasformati in testimonial politici è solo un’ultima espressione di questa soggezione della dignità individuale a un potere feudale. Un sistema in cui i meccanismi autoregolatori delle strutture di potere sono sostituiti dalla fedeltà al potere stesso. Questa attitudine, che si ritrova nelle democrazie illiberali, facilita in Italia la capacità di influire sugli altri e di ottenerne l’obbedienza. Il vortice del potere caratterizza tutti questi sistemi, ma sono le sue spirali a coinvolgere l’intera società fino a costruire il consenso.
Sarebbe, temo, consolatorio identificare Giorgia Meloni con Orbán. La prossimità al potere non è infatti un carattere inedito del sistema italiano. Fa parte della sua storia e di una mentalità in parte ancora feudale. Non è necessario evocare la mafia o la corruzione, perché lo stesso dilagare delle idee populiste ne è un riflesso. Negli ultimi anni, ai cittadini sono stati “concessi” bonus e superbonus, anziché garantiti diritti e richiesti doveri. Un falso senso di gratuità di tali concessioni ha reso più imbarazzante l’arbitrio dei governi, mentre i partiti avrebbero dovuto sviluppare proposte responsabili per welfare e sanità. Un altrettanto falso senso di libertà, dalle tasse e dalle regole, ha solleticato l’immaturità dei cittadini.
Forse il sistema italiano non ha gli anticorpi. Il paese declina da trent’anni. Le grandi imprese che hanno sede in Italia sono esclusivamente pubbliche. Le associazioni che le rappresentano sono conniventi. I vertici dell’economia spiccano per provincialismo e mancanze culturali che li rendono molto simili ai loro interlocutori politici. Gran parte dei media è smarrita in un gioco di specchi in cui la critica diventa futile e la sostanza dei problemi evanescente.
Se le fragilità dei cittadini sono comprensibili, quelle delle élite non lo sono affatto. L’industria tedesca ha denunciato l’estrema destra come un pericolo mortale per il paese, ma al tempo stesso ha esasperato la critica al governo. Negli Stati Uniti, nemmeno la presidenza Trump è riuscita a soffocare i tratti liberali, intaccando solo in parte le istituzioni di controllo. In Italia avviene il contrario, senza che nemmeno sia ancora costituito un sistema presidenziale.
Si dice che la differenza tra Italia e Ungheria sia che la prima è vincolata dall’euro e quindi non può dare pieno sfogo alle tentazioni autocratiche e populiste. Per ora i vincoli dell’euro sono laschi. Abbiamo in atto stimoli fiscali pari al 20% del Pil (PNRR più superbonus) che nessun populista si sognerebbe. I vincoli si sentiranno tra qualche anno se, come sembra, l’economia tornerà nelle condizioni di prima, ma con debiti più alti.
È bene prepararsi al contraccolpo. Se negli ultimi trent’anni i cittadini hanno reagito sanzionando a ogni elezione la maggioranza in carica, nelle ultime consultazioni ha prevalso l’astensionismo, un altro sintomo di disincanto democratico. Un assetto in cui alla fine prevarranno solo maggioranze di minoranze. Condizioni ideali per le consorterie di potere.