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Più occupati, meno salari

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Gli stipendi hanno perso il 10% del potere d’acquisto rispetto a 5 anni fa
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L’ altra faccia della medaglia della crescita dell’occupazione negli ultimi anni è la diminuzione dei salari. Contrariamente a quanto avvenuto negli Stati Uniti e in molti altri paesi europei, in Italia i salari negli ultimi anni non hanno tenuto il passo dell’inflazione e hanno perso circa il 10% del loro potere d’acquisto rispetto a 5 anni fa. A farne le spese sono stati soprattutto gli operai e i lavoratori con salari più bassi mentre i dirigenti sono in gran parte riusciti a salvaguardare il valore reale delle loro retribuzioni. Il contrario di quanto avvenne negli anni ’70 quando meccanismi come la scala mobile proteggevano più gli operai che i dirigenti dagli aumenti dei prezzi. Oggi la scala mobile non c’è più, ed è un bene, ma non c’è più neanche un paracadute che protegga i redditi più bassi dall’aumento dei prezzi. È quindi doppiamente sorprendente che molti nel sindacato ancora si oppongano all’introduzione di un salario minimo, pienamente indicizzato all’inflazione.

A sua…

L’ altra faccia della medaglia della crescita dell’occupazione negli ultimi anni è la diminuzione dei salari. Contrariamente a quanto avvenuto negli Stati Uniti e in molti altri paesi europei, in Italia i salari negli ultimi anni non hanno tenuto il passo dell’inflazione e hanno perso circa il 10% del loro potere d’acquisto rispetto a 5 anni fa. A farne le spese sono stati soprattutto gli operai e i lavoratori con salari più bassi mentre i dirigenti sono in gran parte riusciti a salvaguardare il valore reale delle loro retribuzioni. Il contrario di quanto avvenne negli anni ’70 quando meccanismi come la scala mobile proteggevano più gli operai che i dirigenti dagli aumenti dei prezzi. Oggi la scala mobile non c’è più, ed è un bene, ma non c’è più neanche un paracadute che protegga i redditi più bassi dall’aumento dei prezzi. È quindi doppiamente sorprendente che molti nel sindacato ancora si oppongano all’introduzione di un salario minimo, pienamente indicizzato all’inflazione.

A sua volta il Governo ha derubricato la questione salario minimo affidandola al Cnel. Questi ha concluso che il salario minimo è inutile perché “la contrattazione collettiva, al netto dei comparti del lavoro agricolo e domestico, copre oltre il 95% dei lavoratori del settore privato” e fissa già dei minimi salariali mensili a livello settoriale “superiori più o meno ampiamente alle soglie retributive” determinate dal salario minimo.

Peccato che il lavoro agricolo e quello domestico riguardino quasi tre milioni di persone in Italia, che non si vede perché non dovrebbero essere tutelate. Peccato che i contratti per i lavoratori “coperti dalla contrattazione collettiva” vengano rinnovati con ritardi di due o tre anni, lasciando molti lavoratori disarmati di fronte all’aumento dei prezzi. Peccato che tra il 15% e il 30% dei lavoratori teoricamente coperti da questi contratti nazionali alla prova dei fatti ricevano retribuzioni inferiori a quelle fissate dal contratto nazionale. Peccato che esistano i contratti cosiddetti pirata, che praticano riduzioni fino al 40% dei minimi tabellari fissati dai sindacati confederali in settori certo non marginali come il metalmeccanico, l’installazione d’impianti e l’odontotecnico. Si dirà che questi contratti pirata riguardano solo un’esigua minoranza dei lavoratori, ma il solo fatto che esistano trascina al ribasso l’intera struttura delle retribuzioni.

E quei sindacati che continuano a mettere la testa sotto la sabbia rivendicando a sé stessi il ruolo di fissare i minimi salariali farebbero bene a riconoscere quali sono i veri numeri della sindacalizzazione in Italia. Le indagini campionarie mostrano che la percentuale di lavoratori iscritti al sindacato è un terzo di quella dichiarata.

Un altro fattore che tiene bassi i salari in Italia sono clausole inserite nei contratti di lavoro senza che spesso i lavoratori ne siano consapevoli e che limitano la loro possibilità di cambiare datore di lavoro. se ritengono di essere pagati troppo poco. Diverse indagini ci dicono che queste clausole riguardano quasi un quinto del lavoro alle dipendenze; spesso sono applicate a lavoratori con qualifiche e retribuzioni basse, non per impedire che svelino segreti aziendali (cui non hanno accesso) o che vanifichino gli investimenti in formazione (assenti nel loro caso), ma solo per tenere bassi i loro salari.

Una settimana fa la Federal Trade Commission (FTC) americana, l’autorità antitrust negli Stati Uniti, ha deciso di bandire i patti di non concorrenza nei contratti di lavoro. In Italia i patti di non concorrenza sono regolati dal codice civile che impone che le clausole abbiano un ambito settoriale e geografico ben definito e che sia prevista una compensazione per il lavoratore. Tra metà e due terzi dei patti in Italia non sembra rispettare questi requisiti. Difendere i salari in Italia significa perciò anche far applicare la legge e informare i lavoratori sui limiti legali cui sono soggette queste clausole. Ma la contrattazione collettiva non dice nulla al riguardo e, almeno a giudicare dalla casistica e dalla giurisprudenza, sono pressoché inesistenti i controlli degli ispettori del lavoro.

I salari possono essere difesi anche riducendo il prelievo fiscale sul lavoro, come sembra intenzionato a fare il governo. Ma se prendiamo alla lettera gli impegni presi con l’Europa con il Documento di Economia e Finanza e teniamo conto delle nuove regole del Patto di Stabilità e Crescita, dobbiamo pensare che il taglio alle tasse introdotto per un solo anno dall’ultima Legge di Bilancio non verrà rinnovato nel 2025.

Ieri è stato varato un decreto che introduce un bonus di 100 euro che verrà erogato a gennaio 2025, perché non si sono trovate le coperture.. Si tratta, una volta di più, di misure limitate ed estemporanee introdotte alla vigilia di nuove elezioni. Alla luce dei vincoli di bilancio, di cui per troppo tempo ci siamo dimenticati, il modo più efficace di difendere nel tempo i salari è attraverso strumenti che riducano l’eccessivo potere di alcuni datori di lavoro nei confronti dei loro dipendenti. Il salario minimo e il controllo sulle clausole di non concorrenza hanno questa funzione. È una strategia che non ha costi per le casse dello Stato e anzi, se attuata con i dovuti accorgimenti (senza fissare salari minimi troppo alti che finirebbero per distruggere posti di lavoro), può portare ad un aumento delle entrate contributive e fiscali dello Stato.

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