«Il cinema non può cambiare le cose ma può cambiare lo sguardo», ha detto Elio Germano ai David di Donatello, quasi tre milioni di persone davanti alla tv. Può cambiare lo sguardo sulle cose. Quanto servirebbe, mamma mia. Che bel Paese sarebbe l’Italia della politica, di chi governa, se somigliasse almeno un poco al cinema italiano candidato e premiato ai David.
Parlerebbe di donne, di diritti da proteggere, racconterebbe la Storia, il desiderio di felicità di chi parte attraversando continenti, deserti e mari. Di guerre di religione, di violenza del profitto, di ricatto del lavoro in cambio di vita e salute. Parlerebbe di amore e di politica, sì anche di politica intesa come tensione verso un orizzonte comune, condiviso e migliore. Di illusioni e di disillusioni. Di discariche di rifiuti tossici riversati proprio sopra la bellezza suprema, sotterranea e segreta. Di bellezza, parlerebbe.
Invece no. Invece parla ogni giorno, l’ennesima campagna elettorale, di risse cupe, di ambizioni p…
«Il cinema non può cambiare le cose ma può cambiare lo sguardo», ha detto Elio Germano ai David di Donatello, quasi tre milioni di persone davanti alla tv. Può cambiare lo sguardo sulle cose. Quanto servirebbe, mamma mia. Che bel Paese sarebbe l’Italia della politica, di chi governa, se somigliasse almeno un poco al cinema italiano candidato e premiato ai David.
Parlerebbe di donne, di diritti da proteggere, racconterebbe la Storia, il desiderio di felicità di chi parte attraversando continenti, deserti e mari. Di guerre di religione, di violenza del profitto, di ricatto del lavoro in cambio di vita e salute. Parlerebbe di amore e di politica, sì anche di politica intesa come tensione verso un orizzonte comune, condiviso e migliore. Di illusioni e di disillusioni. Di discariche di rifiuti tossici riversati proprio sopra la bellezza suprema, sotterranea e segreta. Di bellezza, parlerebbe.
Invece no. Invece parla ogni giorno, l’ennesima campagna elettorale, di risse cupe, di ambizioni personali, di candidati armati di fucile o in divisa militare, di partiti in guerra con se stessi, al loro interno e nella loro stessa coalizione.
Non c’è da stupirsi se il diritto di voto viene esercitato sempre meno. Se c’è voluto il film di Cortellesi per ricordare ai più anziani e spiegare ai più giovani quanto è costato, ottenerlo: alle donne, in specie — alle donne costa sempre tutto di più. «Ringrazio i cinque milioni di persone che sono uscite di casa, hanno cercato parcheggio, hanno pagato il biglietto per vedere questo film», ha detto lei.
Il cinema, del resto, si fa per il pubblico. Perché cambi «lo sguardo sulle cose» nel maggior numero possibile di persone, non per l’acribia di una manciata di critici, non per il sopracciglio alzato di chi confonde l’insuccesso con il genio, considera volgare tutto ciò che è popolare: un alibi di latta che autoassolve chi non sa e non può generare desideri.
Spesso i grandi talenti non hanno avuto successo in vita, è vero, ma ho una cattiva notizia: non basta l’insuccesso per definire un talento. E poi il successo genera invidia: ti applaudono per cinque minuti, che sorpresa, poi non te lo perdonano. Del resto le mosche si vedono solo quando infastidiscono elefanti. Bisogna avere pazienza con le mosche, gli elefanti ne hanno moltissima.
Dunque sì. Ha ragione Paola Cortellesi: aver avuto cinque milioni di spettatori con una storia in bianco e nero ambientata nel ’46 è un fantasmagorico risultato ed è riuscito solo a lei. Il suo film è formidabile, ne abbiamo parlato qui al suo debutto prima che tutto accadesse. Entusiasma il pubblico nel mondo e avrebbe meritato una candidatura agli Oscar se non fosse che la regista è un’esordiente alla regia, un’attrice comica «vicina alla menopausa», ha riso di sé, certo ci saranno state ragioni tecniche del resto sempre superabili, nel Paese in cui ogni ostacolo si aggira, ma pazienza.
Quel che conta è il risultato popolare, per una storia che parla del diritto di voto alle donne ora che a votare la metà degli italiani non ci va. I premi «sono tutto un magna magna», la cito ancora. E però a qualcosa servono. A generare curiosità, per esempio.
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Io capitano di Matteo Garrone è una storia bellissima, è un film che piace (di più) ai cinefili perché certo, Garrone ha i titoli giusti, è un regista laureato. Non importa che il premio maggiore (miglior film) abbia qui il sapore di un risarcimento per l’Oscar mancato, come è evidente. Importa di più che sia una storia che parla al presente, che racconta in controcampo, dal punto di vista di chi parte e non di chi chiude i porti e lascia morire in mare chi è sul punto di approdare, di chi è responsabile di Cutro per esempio — cioè noi, questo governo democraticamente eletto e lasciato eleggere da chi non ha espresso il suo voto.
«Le lotte si fanno insieme», ha detto ancora Elio Germano. La mattina il Presidente Sergio Mattarella, parlando ai candidati al Quirinale, aveva scandito per chi lo dimentica che il cinema «esprime libertà, quella da assicurare anche a chi non condivide i nostri gusti, a chi la pensa diversamente». Esprime «valori plurali», «valori di umanità, con sentimenti che aiutano a rafforzare il senso di comunità». Ecco, il senso di comunità. Il valore del dissenso. I diritti, di nuovo.
Palazzina Laf, bellissimo film di Michele Riondino, è stato assai premiato. Racconta di Taranto, dell’Ilva, di chi muore di lavoro: lo fa senza un filo di retorica e parla del mondo com’è, come non dovrebbe più essere. Speriamo che torni in sala e che molti possano ancora vederlo.
Speriamo che molti vedano La Chimera di Alice Rohrwacher, David-ombra al miglior film non premiato, meno male che c’è Justine Triet. Una lezione, dalla regista reduce dal successo degli Oscar per Anatomia di una caduta, salita sul palco dei David (miglior film internazionale) a dire non di sé ma di Rohrwacher, appunto. Di che maestosa artista sia. Il miglior discorso dal palco, quello di Triet, il più disinteressato e generoso. Andate a vedere La Chimera, se potete, perché la bellezza e la poesia sono le sole armi che restano in questo tempo cupo.
Marco Bellocchio con Rapito, la conversione forzata al cattolicesimo di un bambino ebreo, ha vinto i premi tecnici. Un maestro, una grande storia. Nanni Moretti con suo congedo dalla passione politica, dalla militanza politica in favore dell’amore, Il sol dell’avvenire, nessuno. Anche questo ingiusto canestro vuoto è un segno triste del tempo. Ritrovare il fuoco, a sinistra, è difficile assai — al momento.
«È per Lauretta, questo film», ha detto Cortellesi. Sua figlia bambina. La splendida Romana Maggiora Vergano nel film. A loro bisogna consegnare il testimone. I giovani talenti premiati ai David si sono visti appena, tuttavia: hanno declinato i loro nomi e sono usciti. Eppure è a loro, invece, che è destinato tutto. Speriamo siano forti abbastanza, rivoluzionari e liberi. «L’ingresso di nuove generazioni produce ricchezza», ha detto Mattarella. Certo. Lasciamole entrare, però.