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Calcio, il governo ai giochi della lupa

Andrea Abodi, ministro per lo Sport (fotogramma)

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La norma punta al cuore dello sport: il sistema dei controlli di gestione e il potere di decidere chi può partecipare al campionato e chi no. E minaccia l’autonomia dalla politica
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Bisognerà trovarle subito un diminutivo, una sigla per aiutare i titolisti dei giornali e gli autori degli striscioni in curva, magari un nomignolo da utilizzare nell’intimità con il commercialista del club. Per ora si chiama, fate un bel respiro, Agenzia per la vigilanza economica e finanziaria sulle società sportive professionistiche: è il nuovo strumento con cui il governo vuole prendere la cloche del calcio italiano, l’aereo più pazzo del mondo. Un ente pubblico, una trentina di poltrone da distribuire, con oneri a carico delle stesse sorvegliate e il grado di indipendenza che può avere una struttura presso Palazzo Chigi.

La norma, da inserire nelle pieghe nascoste di un decreto, punta al cuore dello sport professionistico: il sistema dei controlli di gestione e il potere di decidere chi può partecipare al campionato e chi no. Uno Stato un po’ controllore e un po’ buttafuori.

La riforma minaccia l’autonomia dello sport dalla politica, disciplinata dalla Carta Olimpica, ribadita da…

Bisognerà trovarle subito un diminutivo, una sigla per aiutare i titolisti dei giornali e gli autori degli striscioni in curva, magari un nomignolo da utilizzare nell’intimità con il commercialista del club. Per ora si chiama, fate un bel respiro, Agenzia per la vigilanza economica e finanziaria sulle società sportive professionistiche: è il nuovo strumento con cui il governo vuole prendere la cloche del calcio italiano, l’aereo più pazzo del mondo. Un ente pubblico, una trentina di poltrone da distribuire, con oneri a carico delle stesse sorvegliate e il grado di indipendenza che può avere una struttura presso Palazzo Chigi.

La norma, da inserire nelle pieghe nascoste di un decreto, punta al cuore dello sport professionistico: il sistema dei controlli di gestione e il potere di decidere chi può partecipare al campionato e chi no. Uno Stato un po’ controllore e un po’ buttafuori.

La riforma minaccia l’autonomia dello sport dalla politica, disciplinata dalla Carta Olimpica, ribadita dagli statuti delle federazioni internazionali e blindata da un impianto di sanzioni che puniscono le allegre democrazie in cui l’esecutivo fa invasione di campo. Ma in fondo questa sortita è in assonanza con un altro progetto, una proposta di legge attualmente in commissione: far entrare in Giunta Coni due rappresentanti dei corpi sportivi militari, con modalità di elezione decise dai ministeri della Difesa e degli Interni.

C’è una passione insana che la politica, questa politica in particolare, nutre per lo sport. Non può essere liquidata solo con la tradizionale visione del calcio come strumento di costruzione del consenso. Qui il pallone non è un mezzo ma è il vero bersaglio: solletica appetiti per il semplice fatto di essere un forziere e un centro di potere.

Ecco dunque il tentativo di blitz: nessuna concertazione con Coni e federazioni, nessun percorso parlamentare. Semplicemente, un articoletto da far passare di forza, per cambiare generalità e indirizzo a un organo di controllo, l’attuale Covisoc oggi nominata dal consiglio della Federcalcio. Il ministro Abodi l’ha svelato solo venerdì.

Intesi: non significa che il sistema attuale funzioni così com’è. Il calcio professionistico italiano dalla A alla C perde ogni sera tre milioni di euro, in dieci anni sono sparite 36 società, e le recenti inchieste giudiziarie pongono crescenti interrogativi sulla sostenibilità di molti club e sulla trasparenza di certe proprietà.

Ma l’orizzonte naturale è un progressivo trasferimento di competenze alla Lega di pari passo con un ripensamento della sua governance: la Serie A resta una caotica assemblea di condominio dove ogni presidente vuole cambiare personalmente la lampadina all’ingresso. Questa riforma pasticciata non c’entra nulla e lascia aperti molti interrogativi: per esempio non regola l’appello contro le esclusioni.

Due mesi fa, anche il governo britannico ha presentato l’istituzione di un regolatore indipendente per le società di calcio, con il compito di vigilare sulla stabilità finanziaria e sull’idoneità dei proprietari. Ma lo ha fatto senza conflittualità, nell’ambito di un ambizioso Football Bill, presentato in Parlamento a sostegno del sistema intero, con una particolare attenzione alla mutualità, una clausola anti Superlega a protezione della Premier League e un piano di coinvolgimento dei tifosi per tutelare il patrimonio di ogni singolo club, inclusi lo stemma, i colori sociali e lo stadio.

In Italia la riformina lampo arriva sottovoce nel pieno di un conflitto logorante fra Lega di A e Figc, tre settimane dopo l’audizione in Senato dei vertici del calcio italiano che si è trasformata in un processo. E dove, lo ha raccontato Matteo Pinci su Repubblica, il proprietario di una squadra, Claudio Lotito, si è seduto dalla parte dell’accusa.

La questione del conflitto d’interessi riesplode gigantesca se si considera che due senatori, Lotito e Galliani, alleati in politica ma improvvisamente nemici nel calcio, amministrano due società di Serie A. Ma è il modello Italia, non ci fa caso più nessuno. Sull’aereo più pazzo del mondo tutti hanno paura di volare, nessuno di cadere.

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