Nella confusione inevitabile della campagna elettorale, l’ipotesi del “premierato” viene riproposta dalla premier Meloni come «la madre di tutte le riforme». È un piano elettorale che poggia su tre gambe: l’elezione diretta del presidente del Consiglio; l’autonomia differenziata, che non richiede una revisione della Carta; la separazione delle carriere dei magistrati e altri interventi in materia di giustizia.
Ogni partito della maggioranza ha la sua bandiera, ma i tempi delle riforme non sono prevedibili. Chi pensa che al momento i provvedimenti, tutti destinati al vaglio del Parlamento, siano solo armi elettorali, non ha completamente ragione.
Certo, a un mese dalle elezioni tutto serve alla battaglia in corso, una delle più importanti degli ultimi decenni. Ma le riforme istituzionali della destra sono assai più ambiziose, mirano a disegnare una nuova architettura generale fondata sulla “stabilità”. Il “premierato”, ossia l’elezione diretta, s’incardina come la riforma-quadro, quell…
Nella confusione inevitabile della campagna elettorale, l’ipotesi del “premierato” viene riproposta dalla premier Meloni come «la madre di tutte le riforme». È un piano elettorale che poggia su tre gambe: l’elezione diretta del presidente del Consiglio; l’autonomia differenziata, che non richiede una revisione della Carta; la separazione delle carriere dei magistrati e altri interventi in materia di giustizia.
Ogni partito della maggioranza ha la sua bandiera, ma i tempi delle riforme non sono prevedibili. Chi pensa che al momento i provvedimenti, tutti destinati al vaglio del Parlamento, siano solo armi elettorali, non ha completamente ragione.
Certo, a un mese dalle elezioni tutto serve alla battaglia in corso, una delle più importanti degli ultimi decenni. Ma le riforme istituzionali della destra sono assai più ambiziose, mirano a disegnare una nuova architettura generale fondata sulla “stabilità”. Il “premierato”, ossia l’elezione diretta, s’incardina come la riforma-quadro, quella entro cui si collocano tutte le altre.
Giorgia Meloni, nel convegno che si è svolto alla Camera, si è detta aperta al «dialogo» con le opposizioni per migliorare il testo, ma è stata vaga su uno dei punti deboli dell’operazione in corso: la legge elettorale su cui gli italiani dovranno votare il loro premier. Si è limitata a dirsi favorevole a introdurre le preferenze.
Eppure si tratta di un passaggio cruciale, in grado di fare la differenza tra una brutta riforma e un intervento costituzionale su cui si possono avere, come è logico, giudizi opposti, ma che alla fine esce dal Parlamento migliore di come vi era entrato.
E qui scendono in campo le opposizioni, nel giorno in cui il “premierato” arriva a Palazzo Madama. Ci sono due linee: dire un secco “no” a tutto (premierato, autonomia, giustizia); oppure accettare entro certi limiti l’idea del dialogo. Non per farsi avviluppare nella strategia governativa, ovviamente volta ad allargare il consenso in Parlamento, bensì per ottenere dei visibili miglioramenti.
Restiamo per ora al “premierato”. L’offerta di dialogo da parte di Giorgia Meloni va rigettata subito ovvero va almeno verificata nel concreto? Elly Schlein, Giuseppe Conte e i gruppi minori della sinistra hanno già scelto: un fermo “no” da gridare in piazza il 2 giugno, festa della Repubblica, quando mancherà una settimana al voto europeo.
È una prova di forza che si risolverà in una sfida parlamentare, in nome della difesa della democrazia contro il neo-fascismo. La strada è segnata. Al fondo c’è l’idea del referendum: andare alla consultazione finale obbligatoria e vincerla a mani basse.
È in fondo la stessa linea che tenta la premier: mostrarsi dialogante e al tempo stesso confidare nell’intransigenza della sinistra, così da poterla dipingere come chiusa nel suo conservatorismo irredimibile. Poi giocare tutte le carte nel referendum confermativo.
Su questo è bene fare attenzione. Un sondaggio di You Trend indica che gli italiani sarebbero favorevoli in lieve maggioranza al “premierato”. Non vuol dire molto perché siamo solo all’inizio del tragitto che richiederà più di un anno e le posizioni non saranno immobili. Tuttavia il segnale è importante. La destra non parte sconfitta nel passaggio del referendum, come molti sembrano pensare.
Ragione di più per non escludere in via pregiudiziale la proposta di un gruppo di “riformisti” del centrosinistra che vogliono emendare il “premierato” meloniano: Stefano Ceccanti, Peppino Calderisi, Enrico Morando, Claudia Mancina, Gaetano Quagliariello, Nicola D’Amico e altri. Chiedono di introdurre il ballottaggio nella legge elettorale, più una serie di correttivi al testo costituzionale. Si capirà meglio chi vuole dialogare e chi punta allo scontro.